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domenica 24 dicembre 2023

QUARTO PREMIO DI POESIA “CITTÀ DI BORGOMANERO – ACHILLE MARAZZA”

 COMUNE DI BORGOMANERO

ASSESSORATO ALLA CULTURA E ALL’ISTRUZIONE

CENTRO CULTURALE “DON PIETRO BERNINI ODV”

FONDAZIONE “ACHILLE MARAZZA”

QUARTO PREMIO DI POESIA

“CITTÀ DI BORGOMANERO – ACHILLE MARAZZA”

Regolamento:

1) Il premio è aperto a tutti i poeti. Ogni concorrente dovrà inviare gli elaborati in versi inlingua italiana o in dialetto nazionale con traduzione entro il 30 marzo 2024unicamentetramite internetal seguente indirizzo e-mailpremiopoesia@atelierpoesia.it

2) Il premio si articola in due sezioni: iuniorese seniores. Alla categoria iuniorespartecipanoi poeti che al 31/12/2023 non hanno compiuto venticinque anni.

3) Non è richiesta alcuna tassa di iscrizione.

4) Per la sezione seniores si chiede di presentare in un solo file formato wordTRE COMPOSIZIONI INEDITE, per la sezione iuniores UNA COMPOSIZIONE INEDITA, per un massimo di 40 versi per ciascuna composizione, unitamente all’indirizzo del concorrente, al numero di telefono, all’indicazione della sezione.

5) I testi saranno sottoposti alla valutazione di una GIURIA POPOLARE e di una GIURIATECNICA composta da poeti e da critici letterari.

6) I testi saranno pubblicati sul sito atelierpoesia.ite potranno essere valutati entro il 30aprile 2024 dai lettori unicamente tramite il sito stesso: l’esito di tale valutazione concorrerà nella misura del 30% alla composizione di una prima graduatoria (GIURIA POPOLARE).

7) La GIURIA TECNICA, tenendo conto delle indicazioni della GIURIA POPOLARE, sceglierà 5 autori per ciascuna sezione ed entro il 5 maggio 2024 sempre sul sito atelierpoesia.itsaranno indicati i testi dei candidati alla valutazione finale.

8) La GIURIA POPOLARE da quel momento si concentrerà unicamente sulle composizioni selezionate delle due sezioni e potrà affrontare una nuova votazione fino al 25 maggio 2024.

9) I vincitori delle due sezioni, cui sarà assegnato un premio di CINQUECENTO EURO ciascuno, saranno proclamati in base al calcolo del 70% delle valutazioni della GIURIATECNICA e del 30% delle valutazioni della GIURIA POPOLARE con decorrenza 5 maggio – 25 maggio 2024. Per la consegna del premio in denaro è richiesta la presenza alla cerimonia di premiazione.

10) In caso di parità all’interno delle singole sezioni il premio sarà diviso.

11) La giuria tecnica si riserva la possibilità di assegnare “menzioni di merito” ad altri autori.

12) La GIURIA TECNICA selezionerà 100 partecipanti al premio, i quali riceveranno quattro numeri della rivista “Atelier”.

13) La premiazione, fissata per sabato 7 settembre 2024 alle ore 14,30, si svolgerà a Villa Marazza durante la manifestazione culturale “Borgo poesia.

14) La partecipazione al premio comporta l’accettazione senza riserve delle disposizioni contenute nel presente bando.

15) La partecipazione comporta l’autorizzazione alla pubblicazione dei testi, corredata dall’indicazione del nome e del cognome dell’autore, dopo il giudizio finale delle due giurie.

Per informazioni si prega di scrivere all’indirizzo e-mail premiopoesia@atelierpoesia.it

Roberto Mestrone :"L’Albero Di Natale"

 

È la pianta di casa più invidiata: 

doni e dolciumi sostano ai suoi piedi; 

ben adorne ha le fronde e, illuminata, 

il cuore ti rapisce. E in sogno vedi 

 

levarsi in volo timide colombe 

sulle città violate dal conflitto;

ma anche a Natale cadono le bombe

sul popolo angosciato e derelitto.

 

E tu, lungi dai botti della guerra, 

dopo il finire della Santa Notte,

quando la Luce scende sulla Terra,

chiedi al Signore: Estingui inganni e lotte


tra gli umani! Finché la pace è assente,

la vittima dell’odio è l’innocente.

Nota critica di Angela Ambrosini per :" La sorpresa di Natale " di Nazario Pardini

 Rinomato poeta, saggista, ordinario di lingua e letteratura italiana, divulgatore culturale e direttore del Blog letterario “Alla volta di Lèucade”, il Professor Nazario Pardini non ha certo bisogno di presentazioni. È qui nostro intento porre all’attenzione del lettore una sua bellissima lirica non direttamente ispirata al Natale, ma che, senza intenzione retorica alcuna, può inserirsi nel solco del vero Natale evangelico, opposto con fermezza alle varie manipolazioni di stampo commerciale o fatuamente bambinesco da cui ci sentiamo sopraffatti. Un Natale perduto in una infanzia lontana “che non aveva nubi”, un Natale non certo maciullato, anche e soprattutto a livello valoriale, dall’ingranaggio della mercificazione moderna. L’invocazione del poeta, introdotta dalla semplice interiezione “o”, si reitera fino a metà della lirica pudicamente mai scandita da punti esclamativi quasi a voler trattenere un’emozione che, pur insopprimibile, nulla vuol concedere a smaccati compiacimenti, per poi dilatarsi, con la martellante eco della stessa vocale, nel repentino lamento del verso “Dove, dove, quel pioppo solitario”, a svelare la parallela simbiosi emotiva tra la pianta e il poeta, timido ragazzo “solitario”. La lirica spazia dalla vivida visione della casa d’infanzia, focolare domestico quasi presepiale tratteggiato con potenti pennellate a forza di parole, fino all’intimo ricordo dei familiari che la abitavano, “stanchi di povertà nascosta dentro il cuore”. Il viscerale ma composto climax ha il suo acme nel tema classico dell’ubi sunt?, non a caso sottolineato, come da tradizione, da punti interrogativi. “O tutti voi miei cari, dove siete finiti?” La domanda angosciata del poeta investe anche la sua stessa gioventù, quasi sdoppiatasi in un’esistenza a lui estranea e stupore e dolore sono così cocenti da dover invocare lo stesso Dio: “O mio Dio, che cosa ho fatto mai della mia giovinezza…?”. Lo sguardo della memoria nuovamente indugia sulla casa, sulle sue stanze “che diffondevano spifferi di gelo”, sull’albero che non esiste più poiché “non c’è più niente attorno a quella casa”, laddove l’uso del deittico (il dimostrativo “quella”) dilania nella lontananza del tempo e dello spazio ogni brandello di ricordi. Il gioco allitterativo della consonante “c” ora occlusiva (“cullanti…piccolo occupato”), ora schiacciata (“lucidare bici per tre bicci” e qui avvolta dall’efficace guizzo di una paronomasia nel gioco di parole con il termine vernacolare “bicci”), enfatizza l’alone del ricordo che come spesso accade si sostanzia anche di suoni. La forma, nella sua tessitura lessicale immediata, concreta e, proprio poiché aderente al tema della povertà, estranea a ogni volontà di canto aulico, espande purtuttavia la pregnanza del poetabile nella dimensione del quotidiano, di pascoliana memoria, fino a toccare le corde più intime non solo di chi scrive, ma anche di chi legge. Una poesia delle piccole cose, di un minimalismo non programmato che per antifrasi sconfina nei grandi valori, quelli veri, dell’esistenza.

Splendida la chiusa di quest’altrettanto splendida lirica: nel riquadro mentale di una “finestra smilza e sverniciata”, quasi un varco temporale, torna in vita la silhouette del padre che, prostrato dal lavoro e dalle pene, raccoglie le forze per donare al figlio la sua semplice ma insostituibile compagnia gustando insieme a lui un panino “come fosse la sorpresa di Natale”, corollario di un’infanzia che, sia pur nell’indigenza, si fa gioiosa e trepida attesa di rinnovate, umili speranze, autentico messaggio di pace interiore e intimo spirito natalizio.

 

 

NAZARIO PARDINI

LA SORPRESA DI NATALE

  

O stanze fredde dove mi specchiavo

ancora immerso in rivoli di cielo

che non aveva nubi. O scaletta

mezzo diroccata che portavi

a soglie di speranza. O finestra

che aprivi ad orizzonti larghi e vasti,

o familiari stanchi

di povertà nascosta dentro il cuore

di chi conobbe stelle,

e lune a riposare dentro un pozzo

di una madre sfinita;

o padre, o fratello, o focolare

dove scaldai le quattro mie nozioni

prima di andare presto alla città

che mi voleva giovane. O tutti voi miei cari

dove siete finiti? O mio Dio,

che cosa ho fatto mai della mia giovinezza,

dei sogni che restavano aggrappati

ad un ragazzo nudo e solitario?

Eppure oltre il chiuso si giocava

mentre tu stavi a parte nel silenzio

a rimestare storie

in attesa di stanze

che diffondevano spifferi di gelo.

Dove, dove, quel pioppo solitario

con le fronde cullanti l’innocenza

di mio fratello piccolo occupato

a lucidare bici per tre bicci?

Non c’è più niente attorno a quella casa.

E la finestra smilza e sverniciata

è rimasta nel cuore di colui

che è a rivivere con occhi semichiusi

giorni di un padre stanco

che spendeva la sua ultima fatica

ad attendere un figlio al superiore

e stare con lui  

a gustare un panino

come fosse la sorpresa di Natale.

 

 

 

(in Dagli scaffali della biblioteca, Guido Miano Editore, 2020)


 N. 200 NOV.DIC. 2023 - BOLLETTINO LUNIGIANA DANTESCA

 

 

Maria Luisa Daniele Toffanin :"Altra rilettura del giardino d'avvento"

 

 

 


Corone di cristallo a perle di rugiada

accendono i rami ormai nudi

del domestico albicocco

con riverberi di luce tersa

memoria di iterati Avventi

attesa di gemme e vita rinata

accensione alle tenebri interiori

quali luminarie-guizzi d’entusiasmo rivivo dentro

in questo Avvento di guerra che distrugge

grotte d’amore vegliate

da umili pastori e schiere d’angeli.

Ma tu Piccino-verbo divino Bambino

segretamente atteso dono d’universa speranza

no, non nascerai sotto l’urlo delle bombe

né in piazze urbane abbaglianti di luce

pagana dissacrante l’umile pudico presepe

tu nascerai in una culla di candidi petali

per te intrecciati dalla mia rosa di Natale

già tutta a bianchi boccioli

semplici segni d’Avvento

tesi a farsi corolla per una cuna di morbidi affetti

là nel sottobosco dei Colli-mio giardino

ove più limpida traluce l’alba.

 

Sarà l’alba di un nuovo giorno di rinata fede nel Bene

sorta dall’umile presepe.

Gioia sempre la nascita! accolta insieme

a pastori bambini angeli

germoglio di speranza nel dopo

fiamma ardente il giorno la Notte Santa sempre

palpitio di stelle strette in una sciarpa d’oro!

 

Siamo in mistica attesa, Bambino

di risentire dentro vibrante il senso vero della vita

in te per noi rifiorito fra i petali dell’immacolata rosa

cuore d’intimo presepe risposta d’amore e pace.

 

                                      Santo Natale 2023

                                      Maria Luisa Daniele Toffanin

 

 

 

mercoledì 20 dicembre 2023

Auguri di un sereno Natale a tutti i Leucadiani

Auguro, anche a nome di tutti i collaboratori del blog, un sereno Natale a tutti i Leucadiani.......e a tutti i viandanti che nel loro peregrinare si imbattono nella nostra isola.....un'isola che vuole essere un angolo di pace e di riflessione e che, mi auguro, nel suo piccolo possa  contribuire a rendere più leggera e delicata la vita di ciascuno di noi....

Nazario Pardini
   Natale 2023

Natale, un giorno di Hirokazu Ogura

Perché
dappertutto ci sono cosi tanti recinti?
In fondo tutto il mondo e un grande recinto.

Perché
la gente parla lingue diverse?
In fondo tutti diciamo le stesse cose.

Perché
il colore della pelle non e indifferente?
In fondo siamo tutti diversi.

Perché
gli adulti fanno la guerra?
Dio certamente non lo vuole.

Perché
avvelenano la terra?
Abbiamo solo quella.

A Natale - un giorno - gli uomini andranno d’accordo in tutto il mondo.
Allora ci sarà un enorme albero di Natale con milioni di candele.
Ognuno ne terrà una in mano, e nessuno riuscirà a vedere l’enorme albero fino alla punta.

Allora tutti si diranno "Buon Natale!" a Natale, un giorno
 

Gian Piero Stefanoni legge: "Giovanna Sommariva"

 

Giovanna Sommariva, Dodes tucc mas’c.

Edizioni Puntoeacapo, Pasturana (Al), 2021.

 

Ripensare il tempo, riflettere il tempo e riportarlo nel cardine di una circolarità non svincolata ma pienamente agganciata al ciclo di una natura cui l'uomo è rimesso nel limite ma anche nell'aspirazione del suo abitare, è forse questo sul senso stesso del nostro essere la terra, il tema su cui adesso più che mai è bene incentrare la nostra meditazione, le questioni ambientali, la pandemia avendo portato in superficie quelle dinamiche sociali culturali ed economiche di negazione e di cancellazione di cui questo tempo è andato nutrendosi. Ora non sappiamo a proposito di questo quanto la Sommariva abbia avuto in mente nello scrivere il suo splendido canto dei mesi, certo è ben riuscita in questo inno di reciproca appartenenza degli elementi a rammentarci quale, dove la radice di una fecondità che non è solo quella di una disarticolata espressione del profitto ma di una comune, fragile ed originaria appartenenza. Autrice rovellese alla sua terza pubblicazione ci restituisce così in dialetto milanese una meditazione sulla vita e sulla morte naturalmente riportata e iscritta là dove ogni cosa ha origine e fine nel dettato di una temporalità che tutto lega, che tutto avvolge.  I riferimenti come evidenziato da Ivan Fedeli nella prefazione sono quelli dei cantari medievali, più precisamente a quel Trattato dei mesi del padre del volgare lombardo Bonvesin de la Riva, dall'oralità di una lingua in continuo rimescolamento e apprendimento alla trasposta calendarizzazione del tempo, delle stagioni nella cadenza del lavoro e della semina, nella fatica e nel raccolto. Questo lo spunto certo, e la detta fondante direzione, pure è nella sicurezza della lingua che sa risolversi  per felice semplicità nella trasparente corposità dei suoi oggetti l'esatta resa di quel sottoposto passare che scivolando resta e rifonda imprime e incrina.

 

Il dialetto infatti insieme agli elementi, zolle, animali, uomini, erbe e piante da cui si leva, si fa esso strumento e servizio più della lingua, per carnale segretezza e per immediata origine, di quella terra, da quella terra dal cui humus nasce. E a ben dire non potrebbe essere diversamente nella elementarità, nella singolarità di un dialogo dapprima dei mesi con se stessi, con gli elementi nel loro spiovere, dilatare, accendere o costringere a seconda delle stagioni e poi dei mesi tra loro, l'uomo nell'apprendimento di una semina di cui figura tra le altre con le  altre non ne è che rappresentazione, oggetto nell'esercizio del suo distendere. A proposito allora di semplicità, di ridirsi o per meglio sentirsi ridetti in un sistema di nominazione che vivaddio non è possibile dominare, ciò che ridesta meraviglia, in un tempo sia in alto che in basso di banalizzazione della parola,  è questo racconto di alberi, di piane, di montagne ora innevate ora schiacciate dal sole, di ricordi di distese a perdersi nella memoria anche infantile del cuore, come a fuoriuscire da un immutato sussidiario di scuola, di minima- e per questo sapiente- poesia appresa per dimenticate stanghette, scandite vocali ogni volta nuove a seconda di quei piccoli alunni in cui è possibile- nella forza vera del libro- riconoscersi e insieme, insistiamo, finalmente riapprendersi nella dinamica avvolgente di una cosmologia, anche, nel cui mistero è tutta la sua persistente favola. Sono dunque tanti piccoli quadri questi ventisei testi in cui la Sommariva in una descrizione altamente pittorica viene a sorprenderci già dal primo testo, "Rebellion paroll rimedi" ("Ribellione, parole, rimedi"), in cui nell'incalzare a spirale del ritmo, a legare nomi, dinamiche, tempi sentimenti in un collante che tutto unisce, divelte, ricompone e canta cadenzando il tempo, sembra dischiudersi nella curva del lavoro umano uno scenario, una coralità nella resa dai tratti fiamminghi. Coralità nel cui segno poi tutto è caldeggiato, raccolto in un restituire dato per piccole e grandi intimità, da un inverno    "ferm cagiaa" ("fermo e rappreso") in un invecchiare di orizzonti e cortecce ad annunci di primavera in piccoli echi, nell'assurdità di un "blueoù/che el fa immattì el ciel/ e maa al coeur" (di un "azzurro/che fa impazzire il cielo/ e fa male al cuore"). La fede che è della poesia è la stessa, perché in essa iscritta, di una terra, di una natura a sostenere di ogni fiorire il peso, a imprimersi nella memoria del rinnovo come nel realismo di quel glicine d'Aprile che fermo lo sguardo a terra sembra abbassarsi nel conforto delle radici, il cielo- come a sostenere- e a confermare/si nella granella dei fiori. Rotondità allora di un tempo nella sicurezza sferica delle sue accoglienze e dei suoi rimandi, di immagini, di ponti, case elementi ancora, sempre abbracciate protette in mappamondo "casalingo" ("mappamond casalingh") e necessario nella preservazione di un amore come conocchia atta a cucire "a fil doppi/reff de memòria e poesia" ("a filo doppio/rete di memoria e di poesia").  Ecco di qui dunque nella restituzione entro quella dimensione evocativa di un'accadere in cui è racchiuso anche tutto il nostro suggestivo esserci, la processione/progressione in luce nei colori di ore, istanti a punteggiare poi del sole il suo trionfo, i suoi silenzi tra le addormentate ombre estive, vita e morte sempre a braccetto, sempre nel fuoco nell'arsura della terra e delle cose. Terra infatti a perdersi poi, a spogliarsi non prima dell'offerta dei suoi succhi, delle sue vendemmie nella freccia di un Ottobre veloce a sfaldare giorni e calendari verso il termine di un dicembre che come in un girotondo va a riunire i mesi e nei mesi gli uomini nella consegna di "paur sògn gioi e dolor" ("paure sogni gioie e dolori"). Andando a concludere, infine siamo grati alla Sommariva per averci ricordati in questo prezioso libricino come espressioni, e non soggetti, di un sistema in cui nel compimento siamo chiamati a volgere, e ad addentrarci superando le nebbie e i tranelli delle nostre immiserite riflessioni, lo sguardo cercando di frugare di là dalle ombre smarrite, ogni passo a uscire una necessaria conquista giacché "dedree tuscòss l’è già nagòtt/o domà on limb indovè i sògn/resten semper bagai" ("Dietro tutto è già niente/o solo un limbo dove i sogni/restano sempre bambini").

 

 

Anna Vincitorio legge: "JONN FOSSE"

  JON FOSSE 

Tre drammi – Variazioni di morte, Sonno, Io sono il vento Editore Titivillus – Teatrino dei Fondi Premio Nobel per la letteratura – 

Secondo la motivazione dell’Accademia, le sue opere tradotte in più di quaranta paesi, danno voce all’indicibile”1 . Osservo il suo volto ombrato: occhi chiari che trapassano il tempo. Solitudine, tristezza. Uomo dei fiordi e delle nebbie. Ha 64 anni. Un passato di alcool. Il suo sentirsi solo, attraverso la parola, ha suscitato emozioni profonde, un linguaggio scarno, innovativo, fortemente drammatico. La sua scrittura esprime il dramma del vivere attraverso la parola scarna, visionaria a volte, minimalista che trapassa e scava come goccia sulla pietra. Jon Fosse: “nuovo Ibsen”. I suoi personaggi sono nel tempo e fuori del tempo. Non hanno un nome. Sono visioni di una realtà crudele e incisiva. La sua scrittura prevarica le convenzioni, i limiti della parola. Scrive parole che vanno oltre la parola stessa, producendo emozioni che solo la poesia autentica può dare. Chi ascolta o legge i suoi drammi si sentirà proiettato in una dimensione atemporale. Il saggio di Leif Zern su Fosse – Quel buio luminoso – è introduzione e origine del volume. Tre drammi: Variazioni di morte, Sonno, Io sono il vento. Immagini come cascate che fiottano parole. I suoi personaggi non sono eroi ma quelli che non ce la fanno a reggere il peso degli eventi, gli smarrimenti, sono personaggi la cui identità è sospesa tra la vita e la morte. VARIAZIONI DI MORTE Spazio in cui si susseguono eventi in cui sovrana è la parola. Il tempo non ha una dimensione oggettiva. Si ripetono e si dilatano suoni. Possono estasiarti come ferirti. Sei avvolto da una atmosfera che ti imprigiona. La parola quando ti penetra, fa di te il personaggio. Sono attimi di una realtà che non ti appartiene ma che tu avverti sulla pelle come un brivido. L’uomo anziano, la donna anziana. Dialoghi brevi: “Che errore!/ proprio non capisco…/ che lei se ne potesse andare”. Lei disperata: “Possiamo ancora fare qualcosa…” L’uomo anziano: “Non possiamo fare niente”. La loro unica figlia che segue il suo destino… “È morta/ È via per sempre”… Nulla tiene ora uniti quei due. Lui non vuole vederla. Se ne vuole andare. Un evento tragico quasi sempre distrugge un passato comune. È crudele ma inevitabile. Sulla scena una donna giovane entra e un uomo giovane. Si incontrano e si abbracciano… Poco denaro; una 1 6 ottobre 2023 – Repubblica cultura – pag. 38-39. squallida cantina dove vivere. “Non è davvero molto/ Tutto è così incerto;/ questa è la vita/ Ho paura e sono preoccupata/ Non aver paura/ tu…: Dovetti andare/ Loro telefonarono/ E lei stava stesa là…/ E i suoi capelli/ E i viso/ il suo viso”. Parole, quasi sussurrate ma dure come pietre. Sulla scena nuovamente i due giovani. “Lei ha le doglie. Sta male…”. “E così lei se n’è andata/ via per sempre”. Si alternano un prima e un dopo. La storia non è chiara. Presente e passato s’intrecciano. C’è una figlia; contrasti tra i due giovani di prima; incomprensione tra gli anziani. Non è importante il susseguirsi di una storia con vuoti improvvisi e ritorni, quanto le emozioni provocate dal suono delle parole. Riandare ripetuto dalla vita alla morte e viceversa. “Credo che si possa avere/ un segreto, una pace dove si riposa/ solo riposo/ l’uno nell’altro/ Ma io voglio stare sola/ sempre sola…”. Ricordi di un tempo che non c’è più: “E lui veniva verso di me/ con la pioggia nei capelli/ una sera: veniva verso di me/ con la pioggia nei capelli/ una sera/ veniva verso di me…/ la luce nei suoi occhi/ veniva…/ in quella musica che è sua veniva/ E la pioggia nei suoi capelli/ resterà sempre là/ I suoi capelli nella pioggia/ una sera/ proprio là/ proprio allora” “Lei uscì di notte/ nella pioggia/ nel vento/…” È un susseguirsi di parole che straziano. È un parlare, ricordo e presagio di morte. Ma affascina. “Perché i suoi capelli nella pioggia/ stavano là/ come la luce del cielo/ Perché l’amore assomiglia alla morte… È una sola sera con la pioggia”. Ho riportato alcuni frammenti dei dialoghi. Vanno ascoltati, non descritti. Il lettore ne proverà la potenza su se stesso. Ancora, la figlia: “Mi pento/ voglio ritornare/ voglio stare sola/ Non avrei dovuto/…”. È importante per me in un’opera teatrale, non tanto comprendere quanto affogare nell’estasi trascinante delle parole. SONNO (2005) I personaggi non hanno nome. Dove il tempo? Nel ricordare. Il lettore affonda in personaggi senza storia. Attese malinconiche; eppure in questo – poco –, si comprenderà la natura nemica. Sono le voci di dentro che tutti conosciamo e scopriamo a un tratto. Non ha importanza l’evento che potrebbe anche non verificarsi ma penetrare nel non detto, sentirsi reietti, vivi o nel “sonno” che precede la morte. I personaggi sono anziani o di mezza età. Più che dialoghi si notano esternazioni di un pensiero. “Ti ricordi/ e la stessa cosa/ e fai la stessa cosa con me (ride un attimo) no che sciocchezza”. La donna anziana: “E io sto sempre peggio/ le gambe/ non mi vogliono sostenere/ Non ce la faccio quasi a fare più niente/ E non posso più parlare”. L’uomo anziano: “…ecco è caduta… l’ho trovata stesa sul pavimento…non parlava…ma si cioè respirava/ e così tornasti di nuovo in vita e incominciasti a parlare…”. Il dramma è la solitudine e l’attesa. Il figlio arriva ma deve subito andare via. Resta l’uomo anziano: “Noi ce la facciamo/ Non preoccuparti di noi/ tutto va bene”. In qualunque paese queste scene si ripetono. Attese, fuga e arrivi e poi, nuovamente solitudine e silenzio. Il sonno diviene conforto o solo preludio di morte? Ha debuttato in prima assoluta a Sesto Fiorentino per il festival Intercity Oslo il dramma Io sono il vento. Ne parla Eleonora Tedeschi: “Il suo è un teatro complesso in cui il ritmo è scandito dai silenzi, sospensioni, interruzioni. La parola stenta ad arrivare alle labbra per la difficoltà e forse addirittura l’impossibilità della parola di esprimere il dramma dell’esistenza”. IO SONO IL VENTO Due soli attori. Voci che fluttuano in uno spazio immaginario che però prende forma dalle loro parole. Una barca sul mare. È tutto grigio: gli isolotti, le isole, i monti e le pietre sulla spiaggia. L’uno vorrebbe attraccare la barca in una insenatura. “La barca sarà al sicuro/ Entriamo a vela e attracchiamo… E oggi il mare è tranquillo… E il mare è mare aperto”. Sono voci che si spandono nella nebbia… L’uno: “Io non volevo/ Lo feci così per caso”. L’altro: “Accade così per caso/ Ma poi avevi/ paura che accadesse/ Si. E così accadde.” È un lungo dialogo sulla vita che ognuno plasma secondo il suo essere. La vita è presente nell’altro. L’uno parla, forse spiega il perché del suo atto. Il non voler più essere. Non è ma ricorda. Non può essere sulla barca ma c’è. Cosa rappresenta la barca? Un rifugio precario perché il vento la spinge verso il mare aperto. Il pericolo affascina come la follia perché non può essere compreso. L’uno che non è più invita l’altro a fissare le corde e nella vicinanza della costa a saltare. La corda fissata ad un palo e poi nuovamente saltare per tornare sulla barca e qui, insieme, consumare del vino…mangiare. Sembrerebbe che il dramma tenda ad allentarsi. Il mare aperto è oltre la scogliera “e là/ là si incontrano il mare e il cielo”. Così come la vita va incontro alla morte. Parole, parole che si dicono. Parole che diventano pietra. La pietra è greve, non muta come il deciso impulso di non essere più. Disteso nell’acqua e poi via per sempre. È la solitudine che sospinge verso la morte “che sta là/ non solo come pensiero/ non solo come paura/ ma come qualcosa vicina”. “Ma tu/ la vita… non è poi così brutta/ Non sempre… è bello vivere”. Sempre il vento sospinge la barca immaginaria verso il largo. L’uno: “Ho sempre avuto paura che accadesse/ e ho pensato che sarebbe accaduto/ e ho avuto paura”. L’altro: “…io non posso far niente/ in mezzo al mare aperto…; Io guardo e lo cerco… la barca va avanti. Dove sei? Ma non posso vederlo”. Le onde sono nere e bianche e piove. “Ma perché lo hai fatto?” “L’ho fatto e basta… Sono via/ Sono andato via con il vento/ Io sono il vento”. Dramma trascinante. Sospensioni, riprese. Il tutto in un clima allucinatorio. La sua fine è la fine di ogni essere umano sia che la agogni, sia che la tema. Teatro di pensiero in spazi immaginati, descritto con parole di mare e di nebbia e noi, perduti, affascinati e avvolti dal sibilare del vento. Il teatro siamo noi che ci immedesimiamo negli attori. Siamo quel pubblico che ascolta dall’alto del loggione e che Giorgio Albertazzi definì: “Les enfants du Paradis”. Mi rivedo ragazzina correre per le ripide scale della Pergola per guadagnare un posto e poi… Si alza il sipario. 

Firenze – 24 novembre 2023 Anna Vincitorio

Anna Vincitorio legge: "DIMENTICATI" di Valerio Bispuri

 DIMENTICATI – THE FORGOTTEN di Valerio Bispuri Silvana Editoriale 

“Le emozioni che i malati mentali sentono sono schegge di un mondo per loro indecifrabile e ogni sensazione entra nelle stanze della loro mente. Dimenticati è un viaggio sull’orlo della pazzia, nell’universo della psichiatria italiana e africana, alla ricerca di cosa è la follia…”. (v. Bispuri dal testo). Ho avuto conoscenza di questo libro leggendo un articolo su Venerdì di Repubblica. Parole coinvolgenti e una serie di foto in bianco e nero. Ho davanti a me il testo: una finestra con inferriate; un bianco indistinto all’esterno, e un volto. Il suo grido disperato che acquista una dimensione corporea uscendo dall’immagine; bocca spalancata. Quel grido, che non possiamo udire, ci penetra. Ho letto la testimonianza di Grégoire Ahougbonon che racconta. Il suo è un atto di fede. Si era sentito perduto “nel buco in cui era caduto” e dopo essere sprofondato nell’abbandono e tentato il suicidio, ha incontrato un prete missionario. Nella disperazione è importante essere ascoltati. Un pellegrinaggio a Gerusalemme ha portato Grégoire alla nascita della “Associazione San Camillo de Lellis” per l’accoglienza e la cura dei malati psichici. Questi malati in Africa “sono abbandonati per le strade o incatenati agli alberi per sempre” (G. A.). Una persona che vive un disagio psichico è un “dimenticato tra i dimenticati”. Ultimi fra gli ultimi. Devono essere aiutati con la nostra mano tesa e con l’ascolto. PSICHIATRIA1 . Parola importante ma, concretamente, cosa è? Cosa comporta? Marco Bertoli – Direttore del Dipartimento di salute mentale – ASUFC – la considera un vuoto dopo aver visitato manicomi, ospedali giudiziari, comunità… C’è come un muro, una porta chiusa che separa i sani dai sofferenti. I manicomi sono una realtà. Esistono da sempre. Franco Basaglia2 , Direttore dal 1972 dell’ospedale psichiatrico di Trieste, contrario all’internamento e alla segregazione dei pazienti, contribuì in modo decisivo alla promulgazione della legge 13-V-1978 n.180, che sancì la chiusura dei manicomi. Ma la sua morte prematura ha lasciato delle carenze gravi che tutt’ora non si sono sanate. Manca spesso il come seguire e curare questi infelici che sono lasciati soli o affidati a familiari impotenti e inadatti a seguirli. È meraviglioso quando uno di questi malati guarisce. Si sono aperte le porte della loro prigione. Uscire da un tempo di dolore, di psicosi, di tremenda angoscia. Essere nuovamente umani. 1 Ramo della medicina che ha per oggetto lo studio clinico e la terapia delle malattie mentali – Devoto Oli. 2 Psichiatra – Venezia 1024 – 1980. Il libro di Valerio Bispuri dona luce agli invisibili. Penetriamo in immagini cupe. Senso di abbandono, decadenza. Muri con graffiti, finestre con grosse spranghe. In nebbie di fumo evanescente, individui in voluto abbandono. Possiamo essere a Chairama nello Zambia (2019), come a Renis nel Lazio. Foto attuali tra il 2018 e il 2022. Colpisce di queste foto la realtà di situazioni tragiche che l’occhio del fotografo ha penetrato, provando in sé le emozioni e le angosce di queste persone. Una stuoia, un grosso corpo disteso; occhi atterriti e spalancati su una realtà che non possono comprendere. Una bacinella accanto alla testa. I luoghi per l’attuazione delle misure di sicurezza sono come prigioni. Disorienta e commuove l’abbraccio fra due uomini. Sulla destra la luce velata dall’immancabile fumo della sigaretta. Unica evasione da una realtà distruttrice. Mani tese verso le sbarre. Volti per metà annientati da bagliori come fenditure tra il sano e il perduto. Un braccio e un dito minaccioso verso una donna seduta su una stuoia. Quel dito teso appartiene a un volto sconosciuto che rappresenta disumanità, freddezza. I letti che accolgono i malati sono stretti con lenzuola grinzose. Bottigliette d’acqua sul comodino. Si parla di accoglienza per pazienti psichiatrici, ma le immagini portano alla luce visioni di solitudine, violenza su caviglie ingabbiate da rigide fasce. Sono immagini crude e reali. Valerio Bispuri ha visitato quei luoghi; è penetrato con l’occhio e con la mente in quei corpi avvolti da coperte sgualcite. Una stanza nuda con disegni sulla parete nel carcere di Pescara. Il volto contratto dal grido in una strada di Lusaka – Zambia, 2021. Ragazzi con problemi psichiatrici di tossicodipendenza, sempre Zambia 2019. Mi colpisce una immagine dove mi pare di cogliere qualche sprazzo di luce: Un centro di accoglienza per pazienti psichiatrici del Benin – 2021. Un fanciullo nero seduto che tende le braccia verso una finestra dove c’è una donna con la testa ripiegata, un panno bianco sulla spalla. Cosa vede in lei? Forse la madre perduta? Quello che più sconvolge in queste immagini è il buio con improvvisi stralci di luce. Luce che però illumina il niente. Vuoto sul pavimento e nell’anima dei forgotten. Ancora disegni: carte da gioco sul muro: il cuore, la morte, un cavallo, una mano che stringe un libro che si sfoglia. Cosa significa il libro per quella mano? Leggere che esiste una realtà fuori, a lui negata? Si susseguono spazi vuoti, luce che filtra e una piccola immagine lontana, accucciata. Sono centri di accoglienza ma le immagini evidenziano solo individui solitari e in cupa assenza separati gli uni dagli altri. I pazienti del Benin hanno spesso vesti variopinte, mosse dal vento che attenuano quel senso di vuoto. Un uomo guarda una donna che avanza come se danzasse. C’è ancora in lui la scintilla umana del desiderio? In una foto un paziente è trafitto da aghi di luce che sembrano sottili stiletti di metallo convergenti sulla sua testa. Mi domando: a parte l’abilità nel cogliere attimi i più disparati di queste visioni di sofferenza e abbandono, Valerio Bispuri ha aperto la sua anima alla sofferenza, si è sentito anche lui perduto, senza vie d’uscita se non qualche sprazzo di effimera luce nella follia? È un libro dotato d’immagini splendide, di denuncia che dovrebbe far pensare e non soltanto lasciarci spesso immobili e distratti davanti alla TV ascoltando realtà che non ci appartengono. Grazie, Valerio. La tua mano sull’obiettivo è quella di un cuore sensibile alla sofferenza umana. Non basta vedere e spero che questo libro aiuti il mondo della psichiatria a lottare non solo usando la scienza ma con un forte coinvolgimento emotivo per alleviare e, forse, in un futuro annientare le sofferenze di quei dimenticati. Penso di concludere inserendo Il cavallo pazzo di Franco Basaglia, che io ho inteso come un invito, anche se flebile, alla speranza. 

Anna Vincitorio Firenze – 29 ottobre 2023

Maurizio Donte da :"Trasposizioni metriche di sonetti scelti di William Shakespeare"


  

Prenditi, amore mio, tutti gli amori

e cosa avrai che prima non avevi? 
Saran diversi forse dagli onori
che ti donavo pur se non chiedevi? 

E dunque se da me ricevi amore
non ingannarmi fino a biasimarti, 
usando la fiducia del mio cuore
che non ti lascia mai, vuol solo amarti. 

E non cercare in me un'altra cosa, 
se rubi il mio sentir non è un'offesa, 
ma il furto ti perdono, dolce rosa, 
che fino a questo punto sei discesa. 

Uccidimi, se dunque ti par bello,
se il male che mi fai, non t'è fardello.

Un caro saluto e ancora auguri

Maurizio

giovedì 14 dicembre 2023

Maria Rizzi ci segnala......

 


Alfredo Carosella e il suo recente romanzo “A casa io e te” (edito da La bottega delle parole 2023). La presentazione a Roma alla Galleria Arte Sempione con l’Iplac il 16 dicembre alle ore 18,00.

Modera l’incontro Valeria Bellobono, relatori Maria Rizzi e Roberto De Luca, letture a cura di Federica Sciandivasci e Massimo Chiacchiararelli

Nell’ambito della Rassegna Iplac da non perdere l’appuntamento letterario che chiude l’anno 2023 con uno scrittore di grande spessore culturale e dalla profonda sensibilità d’animo: Alfredo Carosella che a Roma presso gli spazi della Galleria Arte Sempione dell’artista internazionale Stefania Pinci (Corso Sempione 8/10) presenta il suo recente romanzo “A casa io e te” edito da La bottega delle parole 2023, 1° classificato al Concorso Nazionale di Poesia e Narrativa “Talenti Vesuviani 2023” (Sezione Narrativa Legalità).  Un’opera di ampio respiro dove viene sottolineato come innanzi alle avversità e difficoltà anche più devastanti l’individuo abbia sempre la possibilità di trovare una via di uscita, grazie a quella speranza e coraggio necessari per risollevarsi e rinascere recuperando quella forza che tiene agganciati alla vita il cui senso sfugge.

A presentare l’interessante opera dello scrittore e architetto Alfredo Carosella, il 16 dicembre 2023 alle ore 18.00 presso la Galleria Arte Sempione di cui è responsabile e organizzatore il gallerista Mario Borgato, sono figure di rilievo nel panorama della critica e della narrativa italiana oltre che affiliati Iplac (Circolo Iplac -Insieme per la Cultura). A moderare l’incontro è infatti Valeria Bellobono scrittrice, Segretario Amministrativo e Consigliere Iplac, relatori Maria Rizzi nota scrittrice e Roberto De Luca scrittore, poeta, rispettivamente Presidente e Vice Presidente Iplac; mentre le letture sono affidate all’interpretazione di Federica Sciandivasci poetessa e Consigliere Iplac e Massimo Chiacchiararelli giornalista, saggista, poeta, attore e Consigliere Iplac.

Sinossi breve: Mario Russo aveva solo dieci anni quando il 23 novembre del 1980 il terremoto gli ha devastato la casa dove viveva con la mamma casalinga e il padre operaio. Adesso, davanti alla finestra dell’alloggio popolare dove vive con il figlio affetto da sindrome dello spettro autistico, ripensa a quella notte, ad altre passate in bianco e a tutti quei momenti nei quali è stato costretto a cambiare direzione, a ricominciare da zero.

Un percorso che, entro lo scenario di Napoli di cui viene sottolineato il disagio sociale, segue le vicende del protagonista tra prove e sfide, cambiamenti obbligati e scelte difficili, in cui avanza la solitudine e dove si passa da paure e conflitti interiori a sentimenti di speranza, nella certezza che alla fine non si è soli, Un invito a riflettere su come non vi siano certezze assolute, ma come tutto possa cambiare e portare ad intraprendere altre strade per ricominciare da capo, confidando anche nel sentimento dell’amicizia.

Solitudine, disagio sociale, e poi la solidarietà e in particolare il sentimento di amicizia accompagnano il protagonista del romanzo Mario Russo a riscoprire se stesso, sì da far emergere qualità inaspettate, Se il terremoto dell’Irpinia che ha reso inagibile la casa dove viveva con i genitori, lo strappa fin da bambino alle sue radici creando un trauma che poi andrà elaborando nel tempo, la vita da genitore con un figlio autistico crea un’inziale smarrimento poi colmato da quell’amore paterno che supera ogni incertezza. Davanti alla finestra dell’alloggio popolare dove vive con il figlio Giovanni affetto da sindrome dello spettro autistico, Mario Russo, che è stato costretto a cambiare diverse abitazioni, rivede il percorso fatto fino a quel momento ripensando a quelle situazioni in cui ha dovuto cambiare direzione, Si tratta di cambiamenti forti che portano incertezze e paure, e che diventano occasione di sfida e confronto per riflettere sul senso di questo piano di vita dove oggi poco spazio viene dato all’ascolto di sè e dell’altro. Oltre al disagio sociale, alla solitudine e alla solidarietà emerge la speranza e quella capacità di mostrare comprensione malgrado le avversità.

A restituire un’atmosfera volta a dare maggior spessore alle emozioni che emergono dalle letture di alcuni passi del romanzo, sono musica e voce di Paolo Valbonesi, mentre a coronare questo importante appuntamento con la cultura dedicato al recente romanzo di Alfredo Carosella è il rinfresco da lui offerto ai presenti al termine dell’evento. Per informazioni 320/8787559, o artesempione@gmail.com

 

Silvana Lazzarino

Per la Rassegna IPLAC

 Presentazione del romanzo

“A casa io e te” (La bottega delle parole) 2023

di Alfredo Carosella

Roma - Galleria Arte Sempione, Corso Sempione 8/10

Sabato 16 dicembre 2023 ore 18,00

 

 

 

 

 

sabato 9 dicembre 2023

Giancarlo Baroni :" Un favoloso zoo di pietra: Battistero di Parma e Duomo di Modena "

 




Non-rivista online di letteratura e altro

 

 



Battistero di Parma

GIANCARLO BARONI

Se desidero incontrare e vedere animali immaginari non devo fare troppa strada, allontanarmi da Parma. Basta prendere la bicicletta, raggiungere in pochi minuti Piazza Duomo e fare un giro intorno al Battistero, il capolavoro dell’Antelami. Ad altezza di occhi, dunque ben visibile, un fregio formato da 75 formelle corre lungo il perimetro esterno del monumento. Su questo zooforo sono scolpiti a bassorilievo parecchi animali fantastici e reali, ad esempio cane, asino, scimmia, arpia, grifone, cervo, dromedario, cammello, elefante, bue, toro, anatra, leone, basilisco, gallo, oca, capra, ariete, unicorno, lepre, macaco, sirena, idra, pavone, gatto, falco, cavallo, lupo, iena, aquila, cinghiale. Si tratta di un ampio campionario dei bestiari medioevali che descrivono gli animali per ricavarne insegnamenti morali e religiosi. Ottagonale e rivestito in marmo rosa veronese, principale gioiello cittadino il Battistero viene iniziato nel 1196 come attesta l’iscrizione latina sull’architrave del portale rivolto verso la Piazza: «Tolti due volte due anni da Milleduecento, cominciò quest’opera lo scultore chiamato Benedetto». Sulla facciata di un palazzo storico di fianco al Battistero, una targa ricorda che «Qui dove sorgevano le case De Adam nacque il 9 ottobre 1221 Frate Salimbene il maggior cronista latino del medioevo»; la sua Cronica riferisce accadimenti avvenuti fra il 1167 e il 1287, a cominciare dalla dura sconfitta subita da Federico II nel 1248 per mano dei parmigiani che ruppero l’assedio e sottrassero all’imperatore tesoro e corona.

Due leoni di marmo, uno di colore bianco e l’altro rosso, fanno da sentinelle al portale centrale della Cattedrale consacrata nel 1106. La natura del re degli animali terrestri è ambivalente e doppia: protettivo e minaccioso, coraggioso e feroce. Uno degli emblemi di Firenze è il Marzocco scolpito da Donatello: un leone seduto che stringe fra le zampe anteriori lo stemma con il giglio fiorentino. Il leone veneziano dipinto da Vittore Carpaccio ha invece aureola e ali, una zampa anteriore posata sulla terraferma e l’altra sopra un libro aperto su cui sta scritto «Pax tibi, Marce, evangelista meus» («Pace a te, Marco, mio evangelista»), le zampe posteriori appoggiano dentro la Laguna.

Assieme all’aquila, regina del cielo, al lupo e all’orso, forti e combattivi, il leone è uno dei protagonisti dell’araldica.

Dall’altra parte del centro storico parmigiano, in Oltretorrente, dove un tempo si trovava una delle porte cittadine da cui uscirono i parmigiani per riversarsi nel campo di Federico II sconfiggendolo, si trova la chiesa di Santa Croce consacrata nel 1228. Sui capitelli sono raffigurati diversi animali: due grifoni, due sirene bicaudate addentate da serpenti; una coppia di pavoni; un centauro; una coppia di aquile morsicate alle ali da due serpi, dei leoni rampanti.

Immagini di animali sono spesso presenti nelle singole chiese e più in generale nell’iconografia cristiana, per esempio l’aquila è l’emblema di Giovanni Evangelista, il bue rappresenta Luca, il leone Marco, l’angelo con il volto umano incarna Matteo. Lo Spirito Santo ha le sembianze di una colomba ed è una colomba a ritornare verso l’arca di Noè con un ramo d’ulivo nel becco annunciando che le acque del diluvio si sono ritirate. L’agnello è simbolo di Gesù (“Agnello di Dio”).

Nel 183 a.C., su quella via Emilia che collegava Piacenza con Rimini e che qualche anno prima il console Marco Emilio Lepido aveva portato a termine, vennero fondate sia Parma che Mutina, l’attuale Modena, entrambe colonie romane.  Nel Medioevo Parma era una tappa, anche se non importante come Borgo San Donnino (l’attuale Fidenza), della via Francigena o Romea, una rete di strade che collegavano Canterbury con Roma, l’Italia con la Francia e con l’Europa occidentale; il destino della città è dunque di trovarsi su una strada frequentata e battuta: Emilia o Francigena non importa. Forse per questo il patrono di Parma è sant’Ilario. In genere il patrono cittadino è il santo del quale la città possiede le reliquie oppure è il vescovo che ha protetto e salvato la comunità dei fedeli e dei cittadini da pestilenze, invasioni, calamità, cataclismi. Invece Ilario a Parma è di passaggio, in cammino, è nato e morto a Poitiers, in Francia, e nella mia città non ha abitato ma forse solo fugacemente soggiornato durante un freddo e nevoso inverno intorno al 362. Una leggenda racconta che Ilario, forse mentre tornava dall’esilio in una regione dell’attuale Turchia, si fermò a Parma; i suoi sandali erano così rovinati e malmessi che un generoso e compassionevole ciabattino (“cibàch” in dialetto) gliene donò un paio nuovi, in cambio, la mattina seguente, quello stesso calzolaio trovò al posto delle vecchie un paio di scarpette d’oro in segno di riconoscenza e di ringraziamento. Il viandante Ilario, con i calzari nuovi, aveva subito ripreso il viaggio.


                                                                                                       Duomo di Modena

Anche Modena vanta un glorioso passato medioevale, tanto che viene considerata una delle capitali italiane del Romanico. Nel 1099 viene iniziata la Cattedrale (dal 1997 Patrimonio dell’Umanità Unesco); Lanfranco e Wiligelmo ne furono gli artefici principali, uno come architetto e l’altro come scultore. Del primo una lastra sull’abside dice: «Lanfranco, famoso per ingegno, dotto e capace, di quest’opera è principe, rettore e maestro»; del secondo un’iscrizione sulla facciata a sua volta afferma: «Di quanto onore tu sia degno, o Wiligelmo, tra gli scultori, è reso manifesto ora per la tua scultura». Suoi i rilievi che narrano alcune storie della Genesi, una specie di piccola Bibbia scolpita. Durante la costruzione della chiesa, Lanfranco pretese che vi fossero trasferite le spoglie di san Geminiano. La stessa iscrizione che loda Wiligelmo definisce la Cattedrale «Casa dell’insigne Geminiano»; nel 1106, alla presenza di Matilde di Canossa, vi furono traslate le sue spoglie. Lanfranco e Wiligelmo furono successivamente sostituiti dai Maestri Campionesi, a loro si devono all’esterno l’apertura del rosone e la realizzazione della Porta Regia, all’interno la creazione degli splendidi ambone e pontile.

Nella cripta della Cattedrale, dentro a un’urna marmorea, sono custoditi i resti di San Geminiano, vescovo della città nella seconda metà del IV secolo, in un’epoca di declino e decadenza. Il Duomo racconta diffusamente vita e miracoli del Santo protettore. Sull’architrave della Porta dei Principi sei bassorilievi illustrano il suo viaggio verso Costantinopoli per liberare la figlia dell’imperatore dal diavolo: l’esorcismo riesce, Geminiano riceve dei doni e riparte per Modena, dove muore il 31 gennaio 397. Sul fianco meridionale è murata una lastra scolpita da Agostino di Duccio a metà Quattrocento, in essa viene omesso il viaggio del Santo ma si descrive un nuovo miracolo, la liberazione di Modena dai barbari. Una leggenda narra che le preghiere del Vescovo fecero calare sulla città una nebbia talmente fitta da renderla invisibile agli Unni; in realtà Attila e Geminiano non si incontrarono mai. Di Agostino di Duccio è la   scultura che raffigura il Santo mentre salva un bambino, che sta precipitando dalla torre della Ghirlandina, afferrandolo per i capelli.

Nel volume riccamente illustrato intitolato Il Duomo di Modena da Adamo a Wiligelmo (sottotitolo Personaggi mostri e animali della cattedrale) pubblicato nel 2022 da Franco Cosimo Panini, Giovanna Caselgrandi e Francesca Fontana ci guidano in una affascinante visita che permette di individuare e ammirare «l’insieme di tutte le creature animali, reali e fantastiche, che invadono esterno e interno della cattedrale. In effetti non si può non notare la quantità di bestie ivi presenti: si tratta di leoni e felini feroci, uccelli, pesci, rettili, draghi, basilischi, manticore e altri ancora, frutto di commistioni di esseri fantastici. […] Per capire il senso della loro presenza , talvolta perfino eccessiva, sono di aiuto i bestiari, testi che conoscono una eccezionale diffusione durante il Medioevo e che incidono profondamente sulla cultura del tempo. Ogni animale, reale o di fantasia, viene in essi presentato fornendone prima una descrizione “oggettiva” delle qualità, dei comportamenti e abitudini, unita a notizie leggendarie e fantastiche; segue poi l’esegesi simbolica, cioè l’interpretazione allegorico-morale documentata da citazioni dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa. In tal modo si evidenziano i comportamenti giusti da imitare e quelli negativi da evitare».  L’estesa citazione è necessaria, si tratta di una sintesi pregevole.

Scolpiti sulle pareti esterne della Chiesa, disseminati e sparsi, incontriamo agnello, aquila, arpia, aspide, basilisco, cane, capra, cavallo, centauro, cervo, cinocefalo (corpo di uomo e testa di cane), civetta, drago, fenice, gallo, gatto, grifone, gru, ibis, ippocampo (cavallo con la coda di pesce), leone, lepre, lupo, manticora, pavone, serpente, upupa, volpe…

Il Museo Lapidario del Duomo custodisce ed espone otto metope della prima metà del 1100 con figure fantastiche, enigmatiche, ambigue e mostruose che ci meravigliano: Antipodi (due figure umane capovolte), Ermafrodito (a gambe divaricate mostra i genitali), Ittiofago (corpo umano e testa di uccello raffigurato mentre inghiotte un pesce), Fanciulla con tre braccia, Grande fanciulla, Psillo (adolescente col drago), Uomo dai lunghi capelli, Sirena bicaudata (dalla doppia coda di pesce). Un tempo gli originali si trovavano in alto, sui contrafforti del tetto della cattedrale.

(Le foto sono dell’autore)

 

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