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giovedì 16 giugno 2011

Da "Canti d’amore", Edizioni Booksprint, Buccino 2010




Saprai di me

Ora la strada si perde in un piano
di bruma che svapora. Solo l’irriducibile
melograno fa resistenza al cielo;
sembra proprio che voglia ricordare
il ritorno del Natale. C’è nell’aria
un ricordo saporoso di stagioni,                 
di antichi tinniti di stelle tra i butti,
di vivi colori cadenti dai rami.
Ma nel cuore c’è una grande nostalgia.
La trovo per strada nascosta in foschie
che mi hanno conservato quel sapore.
Anche se tutto cede a questo sparire,
è sufficiente un semplice sprazzo di luce
a rischiarire attorno le mie cose.                

Mi dicesti ti scrivo quando, laureata,        
partisti dalla mia città. Poi venisti                                           
al mio paese, di questi tempi brumoso.
Il solito Natale diverso scorreva nell’aria.
Il Natale che sento
stamani tra i rami
è zeppo di fonemi:
Ti scriverò da là, saprai di me.





Era già in mare il tramonto                      

Era già in mare il tramonto quando ho veduto
in quell’angolo che a noi è fin troppo noto
vibrare penombre, preannunci di notte.
Sedersi su una pietra a contemplare
gli ultimi spazi o a respirare aromi
di un maggio filtrato dal tempo
è come riciclare una lettura
fatta a vent’anni e riapparsa per caso.                     
Eppure là,                                                                      
su quell’angolo del fiume,
il cespuglio di bacche rosso-cremisi
ritornerà senz’altro ogni stagione
a schiudere in cielo rubini.
Erano il tuo bouquet:
lo affastellavi                                                               
con candide campanule che le agavi
vibrano sul mare fino a novembre.                           

Qui seduto, sotto una volta che
piano piano mi oscura, mi sembra di uscire
di scena. Quest’angolo è il medesimo;
ha le stesse tamerici che diffondono
“l’amaro sapore di vita” dicevi;                                              
le stesse radici protese, intrecciate;
e l’erica, e il mirto, il corbezzolo, e il rovo; 
sì! gli stessi profumi, i medesimi intarsi.

Ma stasera anche noi siamo qua!
Tu seduta che miri nel fiume                                                                   
giochi di volti tra erbali silenzi,
ed io col cielo che non declina più.                                         





Gli occhi di mio figlio

Oggi mio figlio ha pranzato con me,
ho guardato i suoi occhi profondi,
radicati nell’animo,
ho ascoltato la sua voce forte e sicura
e la mia tremola e commossa;
ho parlato con lui
di quando tredicenne
campagnolo perenne
sono fuggito da scuola
per tornare tra i campi
a rivedere mio padre.

Ho rivisto mio figlio
tra i pampini ingialliti della nostra vigna;
mi ha guardato
di un cipiglio un po’ caldo e un po’ severo,
poi è corso alla vita.
Occhi verdi, folgoranti,
mani lunghe palpitanti,
mani tremolanti di tuo padre
che ti vede parlare sicuro
di un tiepido muro
dove sedevate accanto. 





Perdono padre

Per chiederti perdono, padre,
sono giunto a questo marmo ormai ingiallito
dai rivoli del tempo. Qui seduto
ho voglia di restare assieme a te,
per parlare, parlare
di un’ora che sfuggì. Sotto questi archi
vedo immagini nuove,
di cui conosco poco. Tu con loro
come ti trovi, padre? Tu che sempre
hai fatto vita schiva. Ma stamani
io sono qui per chiederti perdono
di non averti detto mille
e ancora mille volte del mio bene.
Per non averti detto le parole
che son rimaste in aria per la furia
che tradisce la vita. E il tuo perdono
mi giunga, padre, per non averti chiesto,
fino in fondo, le piccole carezze
di bambino, cresciuto indifferente
nella selva degli uomini;
per non averti detto fino in fondo
vicino al fiume che scorreva lento
verso una foce che ingollava i giorni:
“Giochiamo assieme, padre!”.
Perdono padre se a volte le labbra
restarono serrate come pietre.










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