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mercoledì 22 giugno 2011

Prefazione a "Avvisi di cose cadute" di Annarosa del Corona

Appunti per una letteratura di fine secolo:
    

Prefazione
a
Avvisi di cose cadute
di
Annarosa del Corona


“Il giuoco delle equivalenze” in  Annarosa del Corona


Certamente oro colato quello che M. Luzi afferma nella prefazione al poemetto Questo millennio muore di Annarosa del Corona. In riferimento alla sua poesia lo scrittore, in maniera laconica come è suo stile, così dice: - libero e tuttavia compatto nel tono - Ed è proprio da questo dato di compattezza che vorrei partire nella analisi di Avvisi di cose cadute per sostenere una tesi la cui essenza credo contenuta nel titolo alla mia introduzione. Tra l’altro Luzi è il mio preferito (anche se più come poeta che come critico), e lo dimostra il fatto che proprio da parte mia è stato proposto,  come personaggio della cultura nazionale, al Premio Apulia di Bari nell’anno ‘98, riconoscimento di cui poi è stato insignito con la mia stessa motivazione di cui riporto un breve segmento: -  ...è l’autore che meglio di ogni altro non solo ha vissuto, ma che ha saputo esemplificare le inquietudini e le sollecitazioni della contemporaneità in una diacronia di vicissitudini artistiche valide a connotare le tappe fondamentali di quasi tutto il nostro secolo ... -
Ma io vorrei affondare la lama in quella che è la polpa della poesia dell’autrice, la costante, direi, di tutte le sue opere, l’aspetto determinante del suo percorso artistico: “il gioco delle equivalenze”, ovvero l’immagine poetica che riesce sempre a trovare una sua corporeità, una sua corrispondenza, una corteccia nell’icasticità del reale; la sinergia di due forze. - Ma questo avviene in tutti i lirici - mi si potrebbe dire. Il grande recanatese ne è maestro e ne fa sfoggio quando fa dell’idillio il serbatoio delle parvenze a cui ricorrere per dare corpo ai suoi dubbi esistenziali. Ma questo non in tutti, o perlomeno non in  tutti i poeti avviene in maniera così evidente, anzi alcuni grandi lirici non disdegnano l’aveu direct, il dialogo aperto con l’interlocutore senza ricorrere all’intercessione della realtà esterna per farsi leggere. Potrei citare D. Campana dei Canti orfici, e ne è un esempio palese Fabbricare, Fabbricare, Fabbricare, “/......è tutto un lavorare / ecco quello che so fare. /” lirica, scritta dal poeta sul retro di una cartolina indirizzata a Sibilla Aleramo da Marina di Pisa, piena di intensità sulla vanità del lavoro umano in cerca solo di un’affermazione concreta e durevole. Non meno difficile sarebbe la solita ricerca nelle Liriche di Arturo Onofri per esempio, tutto rivolto a confessare la nostalgia della propria infanzia, quando il mondo è tutto nuovo e messe continua di scoperte. Montale forse  più di tutti è l’erede dello stile leopardiano, dicendo di sé con fare indiretto, dandoci come unica possibilità di lettura, quella di ricorrere alle equivalenze oggettive. Nella Nostra io vorrei tornare al tema della “compattezza”, ma circoscrivendo l’analisi a un campo più tecnico e specifico. E già nella prima poesia della silloge Avvisi di cose cadute emergono quei dati visivi come “stella” “oasi dei deserti” “l’interminabile sera”,  indicativi di un iter poetico che tra memoria e preannuncio dispiega l’animo dell’autrice su questo percorso icastico. E così Nei tuoi lunghi viaggi “Nei tuoi lunghi viaggi / tagli la notte./ ..../ La mappa e i traguardi / della tua astratta geografia. /” Mentre in Ti seguo  dall’angusta cella gli anni passati equivalgono a notti chiare, a luminosi sentieri, la partenza a mattini fradici di pioggia, al mare in tempesta. Ma la pièce emblematica della silloge per un apporto esemplificativo di chiarezza a tale analisi esegetica credo sia Quanto è freddo l’inverno, amore, dove tutto un patema esistenziale viene descritto in maniera indiretta con un  ricorso continuo alle immagini della realtà esteriore. “.....Felice la tua barca / prende il largo. /...../ Incerto è il giorno / incerto è il mare /....../ Morente è il sole, / in agguato le stelle /...../ Dall’occidente / viene l’attimo / la resurrezione. /“ Credo anche uno dei momenti di maggiore intensità lirica e stilistica. E per concludere, a ritroso, “Gli Avvisi” stessi del titolo non sono altro che le medesime immagini le quali, riaffiorate con tutto altro sapore e intensità di quando vissute, si concretizzano, in maniera più o meno imperscrutabile, in “cose cadute” come natura vuole che ogni cosa “cada” dall’alba, al meriggio, al tramonto. Da questo giuoco di equivalenze, anima della compattezza dell’opera, nasce un linguaggio metaforicamente saporoso e dolcemente comunicativo; un linguaggio di alto spessore tecnico e umano.  

                                                                                                Nazario Pardini
Settembre 1999

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