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mercoledì 22 giugno 2011

Prefazione a "La vela" di Patrizia Giovannoni

Prefazione
 a
La vela, Il Portone/Letteraria, Pisa 2000. Pp 32 
di
Patrizia Giovannoni

La vela 
ricerca di stile-volo icario in lontananze quiete,
in
Patrizia Giovannoni


                           "Nella chiusa di stagione mi inerpicavo
                             verso il romito ostale
                             d’ogni tua assenza pregno.
                             Nevrili mani disgiunte e aggrovigliate
                             al bene mio miravo
                                            ...
                                               Divisasti di partire a caccia aperta
                             ch’io potessi fiutare la tua pista
                               ...
                             sulla tua ala d’Icaro
                             alitavo.
                               ...
                             or nella quieta lontananza
                             il mio silenzio si protende amore."

Mi piace iniziare proprio da questa citazione testuale perché credo che tutti gli elementi contraddistintivi della diacronia di una costante espressiva e intimistica vi affiorino con tale forza da poter essere presi a suggello per delineare le tappe principali del mondo poetico della Giovannoni.: “la chiusa di stagione”  “illanguidita dal rovaio battente” “sulla tua ala d’Icaro alitavo” e “or nella quieta lontananza / il mio silenzio si protende amore./”  E nei momenti di intervallo tra gli elementi portanti o nello sforzo interiore di unirne i tratti, anche ricorrendo ad immagini di sapore icario, l’alternarsi di percorsi espressivi ora più spontaneamente lirici, ora più impegnati a costruire un linguaggio che assolva al suo compito di rivestire tanto “nevrili” impennate. (Ho corsivizzato nel brano d’apertura per indicare la costante che si ripete tra linguaggio più spontaneo e registro più ricercato nella prassi artistica della Giovannoni, dualismo già presente secondo me nell’opera Alla draga affidate sognanze, anche se in minor proporzione.) Tre le sillogi all’attivo dell’autrice: Motivi al silenzio che comprende le poesie scritte dal 1985 al 1990, Esco dalle mie stanze, le poesie dal 1991 al 1995, ed infine La vela che raccoglie le poesie del periodo che va dal 1996 al 1999. Le prime due raccolte sono state pubblicate nel 1996 per i caratteri della Casa Editrice Offset grafica Pi col volume dal titolo Alla draga affidate sognanze nella collana Il Portone/Letteraria. Le sillogi segnano le fasi fondamentali della evoluzione personale e poetica dell’autrice in quanto momenti di ricerca interiore costantemente in divenire. Poesia in fieri, quindi, che qui, in La vela fin dalle prime battute evidenzia un registro attento, razionalmente meditato, esistenzialmente coinvolgente in tutte le sue occasioni espressive (ostale, esòta, lèmuri, acclarata, nevrili, divisare, salmodiare, ostante...) e supportato da un substrato di valori culturali ed emotivi che affondano le radici nell’anima sempre in sospeso tra il dubbio dell’esistere e l’aliare del volo. Il linguaggio si fa ora sonoro, ora visivo, ora spezzato, ora disteso, ma pur sempre oggettivo per soddisfare con tutta la sua portata creativa il bisogno di concretizzare e icasticizzare la passione e il pensiero di una caduta o di una nuova ascesa o infine di una sospensione circolare, in simboli corporei tangibili. Sono le immagini simboliche che parlano per l’autrice. Sono i corpi esterni (la vela, il bosco, il bagaglio, una penna a sfera, la grotta, il mare, il pettirosso, il nido, l’albero, il fiore, Icaro, la pioggia, la sera, Potsdamer Platz)  ad animarsi e a rivelare le inquietudini delle aspirazioni metafisiche e i dubbi sulla rotta da tracciare. “Mentre accompagnarvi in pace / - ditemi, potrei - in nessun luogo / e accontentarmi di una voce / e qui restare, stare / una radice.” (Il bosco) “Vedrò i passanti transitare / ignari, / nell’agorà ombreggiata di mestizia / un’orma un ghigno / una gravosa pagina...” (Potsdamer Platz) “E’ il vizio del cartografo / - Infinito - che non contempla / rotonda dimensione / dell’errabondo parlare meditare...” ( In esilio). I Motivi al silenzio, quindi, che rivelavano un’autrice tutta contratta in un afflato lirico fortemente introspettivo, lasciano il testimone alla coralità di voci di Esco dalle mie stanze dal cui fondo la voce della Giovannoni si fa cassa di risonanza di un’eco-grandezza-miseria della vicissitudine umana. E da qui la condizione umana si avvia ad un lento esilio dalla sicurezza dell’io per ascendere ad uno stadio di sospensione tra la cavità della terra e il viaggio oscillatorio tra ascese e cadute. Circolarità della dialettica essere-esistere che accompagna, come detto, una ricerca inquieta di un verbum, ora arcaico ora neologico, inappagabile come lo sono le stasi, il dubbio o la spinta, di per sé, verso la plenitudine della totalità metafisica. Infine, in un non-luogo raccogliendosi ed espandendosi in posizione di ascolto: tutto vuoto in sé, tutto vi giunge, muore, rinasce nel silenzio di un approdo sacro in La vela. Un non-luogo dal quale il poeta non contempla la natura, ma disintegra se stesso verso una metamorfosi nell’elemento e nella forma-pensiero protagonista dell’evoluzione (l’albero, la vela, il soffio divino, il Cristo assente alla tavola dell’uomo in terra, la ferocia della bestia, il galateo del bosco, la caduta in acque materne...). Proprio in La vela l’autrice giunge alla massima dissoluzione, e al contempo, all’esaltazione del proprio io lirico, talora trasfigurandolo in simboli arcaici o in rappresentazioni del mito, ora restituendolo come ombra all’Altro, il compagno silenzioso al quale postulare il proprio significato esistenziale e affidare la sopravvivenza del dubbio: l’Altro, il sovrannaturale, l’oltreuomo, oppure lo specchio del Sé, alla cui pietas domandare ricovero e sostentamento per l’Anima. Diciamo che La vela, nel suo complesso, è il simbolo del viaggio umano a volte inquietante e al contempo problematico, a volte più disteso in visioni poetiche che aspirano all’eccelso, alimentato dal dubbio e mai statico, “E con muto librare / si tende al vento incerto / fuor dalla grotta al mare / l’ésota, la sua vela...” (In esilio il bagaglio) “ogni sognanza / flebile voce / fra gli accordati lèmuri.../ Dispersi i viveri, il carico / fu lieve e glabra nuca /...corica Dio sull’onda / ché veleggi o giaccia.” (Agìto il pensiero) attraverso un iter speculare a una personalità che riesce a oggettivare l’anima in immagini  di regime ondulatorio tra composizioni legate poi tra loro da una esigenza di ricerca semantica e speculativa-esistenziale. “Aperto il mio balcone / mi corteggia l’ombra remota / del fiore che recisi.” (Quando scolora). Un viaggio ancora una volta in sospensione dove il poeta ricerca la potenzialità del proprio io come puro strumento di ricezione, percezione, ascolto: qui, una volta scandagliato il terreno, rimossa ogni volontà di partecipazione sentimentale, si pone come un cieco di fronte allo spettacolo dell’universo, sposta il pensiero in una rada spoglia e pone se stesso nell’altezza dell’ascolto metafisico. Ed è ancora qui, dove il silenzio si fa poesia, che il poeta accoglie e riconosce il e l’Altro, il Tutto e il Nulla, dove è sospesa l’Anima, e, nel percettibile del proprio cuore, rintocca il sismografo dell’esistenza. E dal canto che si fa alta meditazione tra cielo e terra trapela la notevole padronanza stilistica e linguistica e la splendida qualità della tessitura formale che fanno dell’autrice una grande cesellatrice. Durante la lettura avvertiamo quella positiva inquietudine che la spinge a incorniciare con sempre maggiore attenzione e scrupolo sia i grandi contenuti che i semplici accadimenti di quotidianità in raffigurazioni degne di farsi durature. Ne sono testimonianza le composizioni della silloge quali Potsdamer Platz e Icaro da un lato e Remota corrispondenza, La pioggia o Febbre dall’altro. E in ultimo, e non a caso, i versi emblematici dell’ultima lirica e a chiudere la circolarità del percorso “Severa ora la sera / accuditi ultimi i figli, si lallunga / in urlo ai solitari. /” o, se si vuole, ad iniziarlo a nuova ascesa “Uno sciame di lucciole distratte / e le sgraziate genuflessioni / ci tacciono / di sorellanze inalberate, / di sola ombreggiatura / le madri indaffarate nella notte.” (Severa ora la sera)   


                                                                                                              Nazario Pardini

Arena Metato, luglio 2000

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