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mercoledì 21 marzo 2012

Tre poesie di Nazario Pardini commentate da poeti e critici


Nazario Pardini

* * *
Vorrei vedere di Elena il barbaglio
sopra il suo viso chiaro, vorrei scorgere
di Elena il portamento, il femminile
incedere. Di ciò sono bramosa,
di questa libertà che provo anch’io
nel fondo del mio seno. E questo è umano,
è divino ed eccelso. Quest’amore
che strugge il mio sentire, la mia carne.
Cola sudore, un tremito mi preda,
mi faccio verde, più verde dell’erba
mi vedo, che la morte così tanto
lontana poi non pare. Ed il tuo trono
è vario e le tue trame sono subdole
Afrodite. Raggiungimi, raggiungimi.
Già un’altra volta ti giunse la mia
voce distante. Tu l’esaudisti.
Avevi messo al giogo del tuo carro
passeri lievi. Ed eri trascinata
sopra la terra bruna dal frullio
folto dell’ali. È questo il carro d’oro
che strugge la mia anima e dattorno
alita canti, suoni e incantamenti;
non di certo lo fanno i carri lidi,
o il greve stridere bronzeo dei fanti,
od il nitrire tetro delle guerre. -

(Da Il Canto di Saffo in Alla volta di Leucade, Viareggio, 1997)


Giù per i sassi

Giù per i sassi
e in mezzo alle rovine
zoppica il piede incerto e vacillante;
la mente torna
su templi e mura ardite,
su donne della Caria
di forme trasparenti,
prospicienti i fianchi.
Bianchi uccelli
stendono le ali
sopra i viali di una tarda sera
e passeri su lastre di millenni
beccano insetti su scavati solchi
da carri tusci di antenati antichi.

Vacilla il piede sopra sassi austeri
e l’animo si turba
se la vista si rivolge al cielo,
al giorno che termina la sera.

Sassi di marmo
crepuscoli di fuoco
vita leggera satura di morte:
corte le strade della nostra gente
drizzano templi
sopra verdi mari
immensi altari per i loro dèi.

(Da Le voci della sera, Firenze, 1995 )


In una immensità che ti rapina

Il mare si avvicina e si allontana,
clessidra della vita. Io sono qui,
sulla spiaggia umidiccia del mattino.
Seduto su un pattino, guardo il piano
appena increspato dall’aria frizzante
del novembre. Mi prende il largo spazio:
sono nulla e il nulla si dilegua
nel vento salmastroso dell’immenso.
Non odo più la battima né provo
sogni e tristezze in questo diluirsi
del cuore nel mio mare. Son fuscello
che si annulla nell’aria mattutina
portato sull’onda dall’ala leggera
del novembre. Forse rincaserà
l’anima mia in fuga negli abissi.
Ritornerà in prigione nel suo corpo,
riprenderà i suoi occhi per mirare
l’immensità del mare,
per pensare di nuovo che la vita
è quel fuscello breve che dimena
in un’immensità che ti rapina

(Da L’azzardo dei confini, Salerno, 2011)

7 commenti:


  1. Nazzario Pardini possiede la capacità di trasformare in poesia i piccoli eventi che ci circondano.
    Giuseppe Grasseschi


  2. Pardini ha nel cuore il gusto profondo della vita, l'amore per il mondo antico rivissuto e ricreato in una contemporaneità deprivata di ogni bieca urgenza e rozzezza, e quasi cristallizzata in idillio; ed ha, ancora, un'acuta percezione della natura che quasi sfocia in un panismo che affascina e conquista: ma con la dolente consapevolezza della precarietà di ogni cosa, sia pur riscattata in parte dall'eterno femminino che pervade i versi del poeta pisano e li ingentilisce oltre ogni dire.
    Pasquale Balestriere

  3. Ho riportato questo commento che la poetessa Maria Ebe Argenti gentilmente mi ha inviato per e-mail.

    Di Nazario Pardini, bastano pochi versi per capire quali
    emozioni e sentimenti un grande poeta riesca ad evocare.
    I suoi endecasillabi fluiscono con scioltezza, simili ad un
    rivolo d’acqua che “alita canti, suoni e incantamenti”.
    Una poesia di intimo raccoglimento, per meditare gli
    aspetti più o meno dolorosi della nostra precaria esistenza,
    “per pensare di nuovo che la vita / è quel fuscello breve
    che dimena / in un’immensità che ti rapina”.

    Maria Ebe Argenti


  4. Non si può fare altro che farsi avvolgere da quel flusso di armonie che sono i versi di Nazario Pardini. Non si può non leggerli a voce alta, perché ti entrino dentro con tutto il loro ardore fondendosi a ciò che nell'anima tua non smette mai di accendersi.
    Così ho fatto anche questa volta (ho già avuto il privilegio ed il piacere di occuparmi criticamente della sua poesia), ed ancora, questa cascata di suoni armonici, mi ha attraversato, ed io lì, sotto quella doccia di parole rigeneranti.
    Nazario ha un dono, sempre più raro al giorno d'oggi: l'umiltà d'essere poeta autentico. E - si badi - non è il solito modo di dire: in lui l'erudizione (si pensi al primo dei testi presentati, tratto da un libro di altissimo spessore, che ben conosco) si sposa, senza fanfare, con i toni appena sussurrati della voce della Natura, dando vita ad un connubio d'amore inseparabile.
    D'altro canto, basta leggere la chiusa de "In una immensità che ti rapina" per rendersi conto di quanta e quale forza metaforica si leghi alle immagini evocate "...Forse rincaserà / l'anima mia in fuga negli abissi. / Ritornerà in prigione nel suo corpo /..../ per pensare di nuovo che la vita / è quel fuscello breve che dimena / in un'immensità che ti rapina".
    Grazie, di cuore, caro Nazario.

    Sandro Angelucci

  5. Ho riportato questo commento che il poeta Umberto Vicaretti gentilmente mi ha inviato per e-mail.

    In queste tre liriche Nazario Pardini ci propone un flashback illuminante che rimanda a momenti diversi del suo itinerario artistico. Potremmo dire che esse ci presentano tre diverse stagioni della vita.
    Nella prima (“Il canto di Saffo”, tratta dalla splendida raccolta “Alla volta di Leucade”), Saffo incarna la stagione della passione e dell’amore, dell’evasione e della libertà: è l’esplosione del sentimento, l’incendio dei sensi, la corsa incontro alla luce e al sogno.
    Nella seconda, “ Giù per i sassi”, archiviato il furore dell’età giovanile, assistiamo ad una sorta di contrappasso: dal “carro d’oro” di Afrodite, librato in volo sopra la “terra bruna” dal “frullio folto dell’ali” di “passeri lievi”, il poeta è precipitato “in mezzo alle rovine” e a “sassi di marmo”, dove incede con “piede incerto e vacillante”.
    E’ la stagione del conto consuntivo, quella inquieta e dolorosa in cui “…la vista si rivolge al cielo / al giorno che termina la sera”.
    Nella terza, “In una immensità che ti rapina”, siamo come proiettati nel clima dell’ “Infinito”, e lì respiriamo tutta intera l’immensità e l’inquietudine leopardiana: stilemi e stati d’animo, la sensazione della precarietà e del nulla, l’ansia e il mistero dell’Assoluto (“… Mi prende il largo spazio: / sono nulla e il nulla si dilegua / nel vento salmastroso dell’immenso”).
    Ed è, quest’ultima, la stagione che chiude il ciclo dell’esperienza e del contingente, per approdare ad un piano altro dalla conoscenza. E, come nell’ “Infinito”, anche nella lirica di Pardini si aprono scenari in cui la finitezza dell’uomo risulta irrimediabile e terribile.
    Eppure, c’è un diverso finale di partita a differenziare l’esito delle due architetture esistenziali: infatti, a leggere in filigrana i versi di Pardini, non si fa fatica a scorgervi un respiro che abbraccia a più ampio raggio le ragioni dell’uomo: è quel filo che collega gli “antenati antichi” (non solo quelli della Tuscia e della Caria, i quali, ancorché cari al poeta, rappresentano pure semplificazioni nominalistiche) ai popoli di ogni tempo e di ogni luogo e ne accomuna il destino e le ragioni, dopo avere ancora una volta preso atto che, di fronte al mistero, non rimane che gettare il cuore oltre l’inconoscibile e, direi, kantianamente credere: “ corte le strade della nostra gente / drizzano templi / sopra verdi mari / immensi altari per i loro dèi”.

    Umberto Vicaretti.

  6. Ho riportato questo commento che il poeta Giannicola Ceccarossi gentilmente mi ha inviato per e-mail

    Caro, carissimo amico Nazario,

    tu sai bene che io non farò una recensione delle tue composizioni, perchè non è nelle mie corde. Quello che posso esprimerti è ciò che si dipana dal mio cuore, sincero e da fanciullo.
    Amico mio, è così che ti considero, le tue poesie, o meglio dire le tue LIRICHE, mi hanno sempre lasciato una profonda commozione e indiscutibili emozioni.
    I tuoi acquerelli, delicatissimi, mettono a nudo il tuo animo trasparente come “Bianchi uccelli/stendono le ali/sopra i viali di una tarda sera”; ma “il mare si avvicina e si allontana” e tu, “fuscello/che si annulla nell'aria mattutina/portato sull'onda leggera/del novembre” aspetterai quel mare “BALENANDO IN BURRASCA”.

    Un abbraccio

    Con tutta la mia stima ed amicizia

    Giannicola Ceccarossi

6 commenti:

  1. Ho riportato questo commento che il critico Floriano Romboli gentilmente mi ha inviato per e-mail

    Per Nazario Pardini

    Le tre poesie di Nazario Pardini accolte da Antonio Spagnuolo nel blog testimoniano non soltanto momenti cronologicamente distinti della ricerca artistico-letteraria dell’autore e ne rivelano la maturazione stilistico-compositiva all’insegna di un possesso pieno e sicuro degli strumenti espressivi e di un’attenta elaborazione concettuale; è che i testi ospitati segnalano altresì alcuni fra i fondamentali nuclei d’interesse intellettuale-morale del poeta toscano: la rivisitazione originale e intensamente creativa del mito classico; il culto tenace eppur problematico delle tradizioni locali e dei valori storico-culturali della propria terra; il rapporto intimamente tonificante con l’universo naturale.
    Il riferimento all’immensità del mare che attrae e “rapina” lo spirito del poeta focalizza una situazione tipicamente pardiniana, concepita e realizzata in una prospettiva cara a Pascal: l’anima dell’uomo, ad un tempo conscia del suo limite eppur capace di vibrazioni “infinite”, coniuga la fragile condizione del fuscello con il bisogno profondo e irrinunciabile di un’esaltante “fuga negli abissi”.

    Floriano Romboli

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  2. Caro Pardini,

    pur non potendo credere al prestigio della mia penna, mi fa piacere commentare con un appunto le sue belle poesie.

    Incontro tre poesie di Nazario Pardini e mi coglie il perfetto stupore che, sempre, s'accompagna ad un momento epifanico.
    I versi grondano classicità e purezza lirica; le immagini si arrampicano lungo sapienti sentieri lessicali e i guizzi espressivi marcano un territorio di originale ricerca compositiva.
    E' la sincerità filosofica a creare fascinazione tanto da condurre chi legge verso il benessere dello spirito mentre l'anima non soffre la sovraesposizione.
    Un saluto amichevole e cordiale

    Eugenio Rebecchi

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  3. Riporto commenti inviatimi per e-mail


    Edizioni La ZisaMar 25, 2012 03:42 AM
    mai scontato, mai banale... il verso di Nazario Pardini prende e sorprende in continuazione...

    Edizioni La Zisa


    Dalla lettura delle poesie di Pardini, postare sul blog di Antonio Spagnuolo, emerge che gli affetti familiari, quelli ancestrali, quelli classico-umanistici, e quelli dell’uomo in generale cosciente dei suoi limiti, ma arricchito del senso d’infinito sono i motivi ispiratori dell’autore. Le rappresentazioni di ambienti, di volti e di vicende in simbiosi con sprazzi naturalistici, offrono al lettore quadri icastico-metaforici di notevole spessore classicheggiante, resi fluenti, ritmici e musicali da uno stile di dolce afflato lirico. Il canto del poeta pisano è preziosa memoria di valori antichi e richiamo puntuale per l’uomo del nostro tempo.

    (Salvatore Tibaldi, Presidente del Premio Letterario “Santa Maria in Castello”, Città di Vecchiano, Pisa)



    Nella poesia di Nazario Pardini, viaggio introspettivo alle radici del sentimento, vi si ritrova la consueta raffinata tessitura poetica che distingue il Poeta e che si eleva a canto armonico come a ricercare con costante tensione e alimentare con rinnovata linfa, i pensieri, le emozioni e le passioni sedimentate nel profondo dell’animo. E noi possiamo leggere l’uomo, che consapevole vive il senso della caducità, vive il tempo con il rischio dell’annullamento in una finitudine tragica, quasi riuscendo a sfiorare la nostalgia della sua nostalgia dove riaffiora infine la consolazione che può nascere dalla memoria degli affetti e delle cose. E che riesce ad aggrapparsi alla speranza di un ritorno dell’anima in fuga negli abissi….”Ritornerà in prigione nel suo corpo/... per pensare di nuovo che la vita/ è quel fuscello breve che dimena/in un’immensità che ti rapina…”

    Rosanna Di Iorio

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  4. Già nel 2011, leggendo "Alla volta di Leucade", del gentile e raffinato poeta ed amico Nazario Pardini, ero stata colpita dal suo coraggio nello scegliere, in modo "inattuale" (alla Nietzsche) un linguaggio e una tematica solo in apparenza conclusi nel solco della nostra più bella tradizione letteraria. Dico "in apparenza" perchè niente è più vivo e moderno di questo impasto linguistico e sintattico in cui affiorano brividi di smarrimento panico, quasi un trasfigurarsi alcionico nel paesaggio del mito, un conforto e un antidoto rispetto alla nostra stressante alienazione metropolitana.

    Grazie ancora, Pardini, per queste emozioni che ci sai così intensamente trasmettere in una cifra stilistica sapiente ed inconfondibile.

    Saluti affettuosi

    Luciana Tagle

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  5. Piace, caro Nazario, andare per i tuoi versi sorgivi, incontrare figure femminili, genti, luoghi altri e ascoltare profonde emozioni sempre, innervate dal tuo amore per il mito e insieme per la vicenda umana. Un passato che così si avvicina, diviene anche nostro presente. E piace pure muoversi in spazi immensi del tuo presente che dicono sentimenti universi sull'attimo-spazio nostro di vita, e respirare in essi un senso di eterno che confonde e conforta l'anima. E tutto questo grazie alla tua scrittura limpida, coerente, come già ti dissi, modulata su registri linguistici colti, antichi e nuovi, su note di un'ormai calibrata musicalità che prende anima-corpo in immagini sempre diverse: sonanti (...o il greve stridere bronzeo dei fanti,/od il nitrire tetro delle guerre ) o leggere (...bianchi uccellli/stendono le ali/sopra i viali di una tarda sera...; ...il mare si avvicina e si allontana,/clessidra della vita...; ...portato sull'onda dall'ala leggera/del novembre ), ma sempre vibranti di riflessioni esistenziali, per ultimo ...la vita/è quel fuscello breve che dimena/in un'immensità che ti rapina. Una poesia, caro Nazario, senza tempo, pur adagiata su una trama di elementi naturalistici di ampio respiro ed innata armonia. Una poesia che mi è cara, intrisa del tuo amore per la vita, che si irradia spontaneo alle persone, a noi amici, e al creato.(Maria Luisa Daniele Toffanin, poetessa, scrittrice, e critico letterario, Padova, 13/04/2012)

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