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domenica 6 maggio 2012

Emanuele Marcuccio: Poesie con commenti critici




NOTA BIOBIBLIOGRAFICA


EMANUELE MARCUCCIO è nato a Palermo nel 1974.  Scrive poesie dal 1990, nell’agosto del 2000 sono state pubblicate sue poesie, presso l’Editrice Nuovi Autori di Milano, nel volume antologico di poesie e brevi racconti Spiragli ‘47. Partecipa a concorsi letterari nazionali e internazionali di poesia ottenendo buone attestazioni e la segnalazione delle sue opere in varie antologie.
Nel marzo 2009 è uscita la sua raccolta di poesie Per una strada[1], SBC Edizioni, recensita da vari studiosi e critici tra cui Luciano Domenighini e Alessandro D’Angelo.
Una sua poesia edita è stata pubblicata nell’agenda 2010 Le pagine del poeta. Mario Luzi, da Editrice Pagine di Roma.
Nel 2010 ha accettato la proposta di collaborare con una casa editrice per la scoperta di nuovi talenti poetici, tra giugno 2010 e luglio 2011 ha presentato tre autori, riuscendo così a far pubblicare tre libri di poesie e, dal 2011 è consigliere onorario del sito “poesiaevita.com”, che promuove anche una sezione editoriale ospitante le collane di opere da lui curate.
Dal 1990 sta scrivendo un dramma epico in versi liberi, ambientato al tempo della colonizzazione dell'Islanda, di argomento storico-fantastico.
Ha inoltre scritto vari aforismi, di cui è in pubblicazione una silloge, ha curato prefazioni a sillogi poetiche e varie interviste ad autori esordienti ed emergenti in blog letterari. È collaboratore della rivista di letteratura on-line Euterpe.






[1] L’opera ha ricevuto buone recensioni da poeti, scrittori e critici letterari. Luciano Domenighini ha scritto: «Per una strada, opera prima, pur nella sua varietà stilistica e nella inevitabile impronta esperitiva, rappresenta una fonte preziosa ed esauriente»; Alessandro D’Angelo ha scritto: «L’essenza del suo messaggio si nasconde fra i meandri delle veloci comparizioni di pensieri espressi e taciuti, ora rimasti nascosti, ora rivelati attraverso l’espressione di sentimenti esplosivi come la luce creata dalle stelle in una limpida notte d’estate»; Santina Russo ha scritto: «Le pagine scorrono una dopo l’altra fluidamente, come fluido è il pensiero dell’autore che si snoda in versi liberi segnati da una sempre accentuata musicalità che conferisce eleganza e dolcezza a ciascuna poesia»; Sabina Mitrano ha scritto: «Auliche le forme, profondi i temi e le riflessioni, intima la voce che pacatamente grida le sue sensazioni. Sullo sfondo si avverte la conoscenza e la padronanza delle tecniche poetiche, il richiamo alla tradizione, ad esempio al simbolismo e all’ermetismo italiano, ma la parola resta ferma ed originale a dipingere con leggere pennellate stati d’animo vasti e complessi, ispirazioni dolci e commosse, “scrosci di tempesta” dal cielo e dall’anima» (per gentile interessamento del sito aphorism.it); Giorgia Catalano ha scritto: «Emanuele Marcuccio riesce a trasportare il lettore lontano, in una dimensione dove la sua passione per la poesia trasfonde un senso di rinnovata freschezza nell’animo di chi a lui si avvicina» e Rosa Cassese ha scritto: «Liriche molto penetranti e dalla piacevole lettura, che deve essere attenta per insinuarsi nei suoi reconditi sensi».



SUPERSONICA1

1 La poesia sarà pubblicata entro novembre nel volume antologico Immagini, edito da Editrice Pagine. [N.d.A.]





Arcata superiore

sopraelevata

in ala a tutti

sfreccia e rincorre

il tempo e il suono

squarcia lo spazio

riduce durata di luce

in eco

nel ribattere veloce




(16/10/2010)





 

 

SERENA E DI STELLE…2

2 Scritta poco dopo la mezzanotte... mentre appuntavo il primo verso sul foglio di carta, il mio pensiero correva al meraviglioso incipit "Dolce e chiara è la notte e senza vento," de «La sera del dì di festa» di Giacomo Leopardi, ecco il perché della dedica in calce, a quello che io considero il mio grande maestro.
La poesia sarà pubblicata entro novembre nel volume antologico Immagini, edito da Editrice Pagine. [N.d.A.]






Dolce e chiara è la notte e senza vento,

Giacomo Leopardi,

da «La sera del dì di festa»





Serena e di stelle

è la notte, di cielo

e di vento che sibila in me…

e pioggia e di vento nell’anima

che fischia

al tedio che l’avvolge

e volge indietro i giorni

di quei perduti dì

che mai

si volgeranno…





(16/3/2012)





 

 

"Serena e di stelle…"

Commento a cura di Luciano Domenighini
Questa lirica si potrebbe definire un "idillio interiorizzato", dove gli elementi della natura entrano ad abitare l’animo del poeta.
In questi pochi versi Marcuccio si abbandona totalmente al gioco di cogliere e riprodurre intatte le frasi poetiche, così come gli sgorgano dalla sorgente dell’ispirazione e di aggiogarle con libertà, facendo assurgere lo zeugma e l’anacoluto a raffinati strumenti espressivi. Tessuto connettivo, legante di questo poetare non sono più le concordanze sintattiche o logico concettuali, rese labili o addirittura trasgredite senza rimpianto, ma il fluire spontaneo della musica dei versi e il loro associarsi secondo forze misteriose. Interessante, da un punto di vista metrico, scoprire la reale natura dei primi tre versi (senario, settenario, novenario) che in realtà sono due separati dalla virgola, entrambi specificanti del bel sintagma leopardiano "Serena è la notte" : un novenario ellittico reso elegante dall’anastrofe, e un vigoroso endecasillabo tronco sapientemente alleggerito dai punti di sospensione.
Anche qui Marcuccio si conferma maestro nell’escogitare, spontaneamente, inedite e complesse architetture metriche.



A CURA DI LUCIANO DOMENIGHINI 22 aprile 2012





"Serena e di stelle…"

Commento a cura di Cinzia Tianetti


Auspicativo: qualcuno l’ha vista "Dolce e chiara" la notte "e senza vento". La risposta è lì, in quei pochi versi del grande poeta Giacomo Leopardi, con cui si apre «La sera del dì di festa», riposto lì è l’incipit, che apre la nostra lirica: "Serena e di stelle / è la notte, di cielo". S’intravede un nuovo orizzonte per l’anima e il cuore, in cui sarà senza vento la notte, e dolce. E quei giorni, al tedio, che avvolge l’anima, volti indietro, a quei perduti dì, si schiariranno al pacificarsi dell’anima "di quei perduti dì / che mai / si volgeranno…".
Ma ecco le note che movimentano la poesia stessa nel loro far intravedere l’ondosità della nostra stessa esistenza, del riposto segreto che avvolge l’anima dell’uomo: quei dì perduti che troveremo nella melanconia, nel dolcissimo amaro ricordo, nel tedio, che inteso in senso senecano, ci fa filosofare sul perché "sono io e non un altro", sul perché "proprio a me", mentre i fantasmi vivono la dimora di un passato che torna come l’onda alla riva. Quei giorni non torneranno più, animando, così, il nostro stesso animo, strappato all’impassibilità dello "stare", mosso al cielo di stelle o di vento o di pioggia, all’esistere e all’essere. Sicuri che la sera arriverà al giorno, il sereno alla pioggia e al vento, e che il cielo sarà di nuovo stellato, ma nella ciclicità del ritorno. Ed Emanuele, in questa lirica ci mostra che l’alternarsi è il reale vissuto, l’alternarsi dei nostri sentimenti al sentire dell’intimo nostro io.
L’anima, ora cielo desiderante, obnubila, nei giorni perduti, il suo stesso io perché sa che il tempo trascorre portandosi via un cammino costruito in ciò che diventiamo, in ciò in cui volgeremo, aspettandoci la serena notte che avvolge gli occhi e il cuore, rincuorandoci alla fine dei giorni.
Ecco il lascito di questi versi che leggo con gran lucidità, con il medesimo contraddistinto segno malinconico, così tipico di questo autore, legandoci col pensiero a quel filo che si annoda così bene sull’ultimo accento, sull’ultimo suono di parola.
Con questi versi ci mostra che il segreto del vivere è riposto in una circolarità che non è mai banale o scontata ripetizione ma annodata, salomonica3 circolarità psichica-emozionale: quindi, non una banale circolarità ma la circolarità che può avere un "nodo", un "annodamento" in cui tutto si risolve sì nell'unione dei due capi ma non in maniera così "lineare" e facile. Un nodo che unisce e contemporaneamente, vincola, esprimendo una circolarità senza soluzione di continuità, intesa anche come l’unione e il vincolo dell’uomo con la sua dimensione interiore, con la sua parte irrazionale e emotiva, in una visione in cui nessuno stato d’animo è definitivo.

3 Il nodo di Salomone, simbolo frequente nei pavimenti musivi dell’arte paleocristiana, esprime sia conflitto che ricongiunzione, riappacificazione, tra il terreno e il celeste.


A CURA DI CINZIA TIANETTI 22 aprile 2012





"Serena e di stelle…"

Commento a cura di Lorenzo Spurio



Ho avuto l’occasione di leggere molti testi, alcuni anche in anteprima, prodotti dal poeta palermitano Emanuele Maruccio, e di scriverne alcuni commenti, come una recensione alla sua prima silloge di poesia Per una strada (SBC Edizioni, Ravenna, 2009) o, addirittura, curare la postfazione al suo libro di aforismi in via di pubblicazione.
Marcuccio è un poeta attento e delicato, molto produttivo, del quale sono a commentare questa sua nuova produzione lirica. Come ho già avuto modo di osservare nella recensione a Per una strada, e come rivela lo stesso poeta nella prefazione della stessa silloge, la sua produzione è fortemente ispirata, motivata e imbevuta dei temi e dei topos leopardiani (la sofferenza, la malinconia, la solitudine, lo sguardo pessimista e cupo sulla società che circonda l’uomo). "Serena e di stelle", ritorna ai motivi del poeta recanatese e il riferimento è ben evidente dai versi iniziali in esergo tratti
appunto dalla nota "La sera del dì di festa".
La poesia di Marcuccio, concisa e densa nei significati, si offre al lettore piacevolmente a partire dall’estetica, dalla sua morfologia, che alterna versi lunghi a versi molto più corti, costituiti da poche sillabe. I temi cari a Leopardi sono ripresi e utilizzati tenendo ben presente questo prestigioso rimando letterario e, come nell’ampia produzione poetica del Marcuccio, si riscontra un senso di cupezza e nostalgia. La tranquillità e la beatitudine del cielo nelle ore notturne contrasta con l’inquietudine e la desolazione dell’animo del poeta il quale pure si deprime per la presa di coscienza del tempo beffardo che scorre e che mai più ritorna, similmente alla concezione Shakespeariana del tempo contenuta nei famosi Sonetti. È una poesia che va letta tutta d’un fiato, e poi riletta e riconsiderata. Leopardi fuoriesce da ogni singola parola, dalla cadenza, dalla struttura e dai temi. La facoltà che Marcuccio ha è quella di far rivivere nella nostra contemporaneità un’artista scomparso da tanti anni, riproponendolo a suo
modo, e ricordando i suoi pezzi più celebri.



A CURA DI LORENZO SPURIO 27 aprile 2012

 

 

MURO, CHE TI DISCOSTI…4

4 La poesia sarà presto edita in esergo a un saggio di critica letteraria, che analizzerà due romanzi della letteratura inglese. L’autore del saggio è il critico-recensionista Lorenzo Spurio, già curatore della prefazione al mio dramma d'Islanda, della postfazione al mio secondo libro Pensieri minimi e massime, in pubblicazione. [N.d.A.]





A Lorenzo Spurio,

grato per l’interesse

in più occasioni

verso i miei scritti




Muro, che ti discosti,

che ti accartocci

su te stesso, vibra

sibila lontano la guerra

e giunge

distruttiva…

Muta

una nobile famiglia

e rimane, muta

divisa

al presente…

espia colpa, amara colpa

rimordi!





(27/4/2012)





 

 

"Muro, che ti discosti…"

Commento a cura di Luciano Domenighini



Poesia piuttosto ermetica per il generoso ricorso all’ellissi che ne valorizza i residui
frammenti, è composta da tre parti: un vocativo libero descrittivo, una parte narrativa doppia, con due soggetti (la guerra, una nobile famiglia) a cui vanno per ciascuno due coppie di indicativi presenti dei quali il primo è sdoppiato nella prima coppia ("vibra sibila") e sottinteso nella seconda ("sottinteso", rimane) realizzando una simmetria di compensazione e infine un distico in vocativo iterato (colpa, colpa) rafforzato da due imperativi in esclamativo (espia, rimordi!). Tre momenti ben distinti ma di grande efficacia espressiva nel rappresentare l’orrore della guerra.



A CURA DI LUCIANO DOMENIGHINI 29 aprile 2012





"Muro, che ti discosti…"

Commento a cura di Cinzia Tianetti


Incuriositi dal titolo, al richiamo poetico: "Muro, che ti discosti…" s’attende al suo non più inerte stare, perché attraverso l’estro del poeta esso esorta a gran voce dal prendere le distanze dall’incomprensibilità della violenza, direi, per usare un termine di mons. Helder Camara, con un atto di "coscientizzazione" verso la realtà (ciò che dovrebbe essere humana praxis) che, strano a dirsi, nel denunciare porta con sé una speranza. Interessante in questo senso è il parallelismo del muro, muta pietra, che urla con il suo gesto un no disperato, dolorante, e il mutismo di una nobile famiglia, che espia colpe sotto l’affilata nèmesi che si intravede timidamente a dividere "al presente…" quel che poteva essere un delizioso e quotidiano quadro familiare. Ed è così che si sposta la percezione del soggetto dall’io del poeta al nuovo soggetto: il "muro" che trasmutando
diviene limen/limes, inteso non come limite "aldilà del quale", ma luogo. E questo luogo, parafrasando il pensiero aristotelico: "limite immobile del contenente", è limen/limes mobile del contenuto "Io", perché egli è vivo, umanizzato, agisce, con espressione d’orrore e di dolore avvertito nei brevi versi lapidari: "[…] che ti discosti,/ che ti accartocci/ su te stesso […]". La mole prima inerte s’allontana dal male della guerra, prende le distanze, ripiega nelle sue riflessioni, nelle emozioni, e nell’estrema trasmutazione poetica si comprende il messaggio sotteso:
quanto male può fare, quanto dolore può esserci nell’immagine del muro che ripiega e dell’uomo (annunciato nella nobile famiglia) ammutolito, perché, continua a far sottintendere l’ispirata poesia e nonostante le rassicurazioni dell’io poetico, "[…] vibra/ sibila lontano la guerra" giunge, e giunge distruttiva; come a voler dire che tutto ci appartiene anche quel che sembra lontano dalle nostre case, lontano dai nostri confini. Ma quel solitario limen/limes sa che il suo essere è confine, soglia, casa, dimora, traguardo, cade il suo essere barriera, esso traduce adesso il pianto del rimorso
nel suo solitario agire; il primo a cadere sotto il peso del nodo espresso dall’alto dell’ultimo verso, come voce divina: "rimordi!".
E, parafrasando Dante, è impossibile non intendere l’intera lirica anche come risposta
profetica alla domanda dell’umana anima poetica: "Perché non rimordi?".
Come Dante immagina un aldilà che nessuno vedrà senza prima morire, profetizzando peccati e colpe, così in questa poesia Marcuccio porta ad una forma verbale dalla doppia valenza di presente indicativo e di presente imperativo un sentimento ancora non intimamente nutrito nell’animo umano; nella sua forma imperativa può richiamare ad un monito ma avallata dalla forma del presente indicativo è un profetizzare su quel che succederà all’uomo ancor più di adesso, quando sarà un corale sentimento il rimorso. Per questo sottintesa si può scorgere la domanda a cui il poeta già ha risposto per un futuro vicino: "Perché non rimordi?".

 

 



A CURA DI CINZIA TIANETTI 2 maggio 2012





"Muro, che ti discosti…"

Commento a cura di Santina Russo



Una poesia che si presta a diverse interpretazioni, che dall'autore arriva al lettore come un alito di vento che durante il tragitto si trasforma e si arricchisce delle particelle con cui si scontra, una poesia evocativa che nella prima parte riproduce un onomatopeico accartocciarsi del muro su se stesso attraverso l’allitterazione della "s", mentre nella seconda parte lo stesso effetto onomatopeico è ripreso dall'allitterazione della "m", con riferimento al mutismo della famiglia nobile.



A CURA DI SANTINA RUSSO 4 maggio 2012





"Muro, che ti discosti…"

Commento a cura di Domenica Oddo



Questa poesia ci rimanda ad uno dei temi cruciali vissuti dalla società odierna, cioè, la
fragilità delle famiglie, delle istituzioni, delle nazioni, etc. Gli interessi personali, fabbricano pietre che innalzano muri e dividono le stanze di una casa, e i litigi, anche fra persone che si amano, fanno chiudere le orecchie dei muri, che si accartocciano su se stessi, impedendo l’ascolto. Si rimane isolati, muti, anche pur rimanendo insieme. La colpa da espiare porta a mettere in discussione l'egoismo dell'essere umano, che si ritrova in una guerra, voluta o non voluta, apparentemente lontana, che coinvolge tutti i membri di quella famiglia. La sensibilità del poeta sente l'urlo disperato e ripiegandosi su se stesso, trova la luce della poesia che sarà lampada accesa, che farà chiarezza negli interrogativi dei mali oscuri, che attanagliano la società. Una poesia-denuncia, un appello di speranza per chi vuol mettersi in discussione, per chi vuol uscire da se stesso per alzare gli occhi su ciò che avviene nel mondo.



A CURA DI DOMENICA ODDO 4 maggio 2012







 
(Poesie e commenti protetti dai diritti d'autore. Pubblicati ai sensi della Legge 22 aprile 1941 n. 633, Capo IV, Sezione II, e sue modificazioni. Ne è vietata qualsiasi riproduzione, totale o parziale, nonché qualsiasi utilizzazione in qualunque forma, senza l'autorizzazione dei rispettivi Autori.
La riproduzione, anche parziale, senza l'autorizzazione dei rispettivi Autori è punita con le sanzioni previste dagli art. 171 e 171-ter della suddetta Legge).

L’Autore Emanuele Marcuccio autorizza il Prof. Nazario Pardini a pubblicare le tre poesie sul suo blog letterario "nazariopardini.blogspot.com" o Leucade blog. Tutti gli altri diritti di copyright rimangono riservati e fanno testo le succitate leggi.



Palermo, 6/5/2012






In fede


Emanuele Marcuccio

 

 

 

7 commenti:

  1. "Supersonica" è la più moderna delle liriche di Marcuccio non tanto perchè abolisce la punteggiatura ma perchè è indefinita nel soggetto.
    E' un vocativo di nettezza abbacinante, metallica,quasi onirica, totalmente "fisica", spazio-tempo-suono-luce, di dimensione surreale.
    Le due sintetiche forme modali al 3° e 8° verso ( "in ala", "in eco") conferiscono eleganza e leggerezza.

    Luciano Domenighini

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  2. "Supersonica" lirica "luminosa" nella quale in un gioco di luce il poeta gioca, ancora, con la parola che si fa "verso" dall'arcata superiore, l'infinito, con padronanza di lingua che pare vivere nell'anima del poeta che, proprio dell'anima, ne fa sua normale abitazione. Pierangela Castagnetta

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  3. Vi ringrazio per i vostri attenti commenti!
    Nelle mie intenzioni la poesia è liberamente ispirata allo spettacolo delle frecce tricolori, si tratta, infatti, di una pattuglia acrobatica di aerei supersonici, ecco il perché del titolo, che è un'estrema sintesi metonimica. Ovviamente, per effettuare quelle acrobazie non possono andare a velocità supersonica, ecco perché "sfreccia e rincorre/ il tempo e il suono".
    Grazie per la lettura e l'attenzione!

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  4. Comunque, non considerate tanto le mie intenzioni nello scrivere la poesia o le poesie, per aggiungere i vostri commenti. Il grande Quasimodo ha scritto: "La poesia è la rivelazione di un sentimento che il poeta crede che sia personale, ma che il lettore riconosce come proprio". Sì, le interpretazioni di una poesia sono multiple e cambiano da lettore a lettore, in fondo, al lettore non interessano più di tanto le intenzioni dell'autore nello scrivere una poesia.
    Grazie!

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  5. “Supersonica”

    Si potrebbero immaginare dieci aerei in formazione in acrobatici disegni, eppur non è solo un’immagine sospinta dal significato che sovviene alla mente a dedicare l’intera poesia, sono le figure ben disposte nel verso, la loro geometria, che danno l’idea, attraverso la formazione delle parole alle labbra; basta pronunciare sostantivi come “Arcata”, “Ala”, o verbi come “sfrecciare”, “squarciare” per sentirne la spigolosità come di lamiera. Ed ecco figurarsi linee che uniscono coppie di vertici, rette da cui nascono semipiani, superfici, assi, facce, di corpi d’uccelli futuristici in un cielo casa del padre e della madre delle rotondità¹, del morbido, dolce etereo trascendere.
    Come negare che dalla notte dei tempi l'uomo abbia sempre aspirato a volare?
    Ha imparato a camminare eretto, a sfamarsi, ad accendere il fuoco e scaldarsi, a vivere in comunità sempre più complesse, a costruire utensili, a spostarsi per lunghe distanze in modo sempre più veloce, e quest’ultime cose sono nate dal senso del proprio limite. L'uomo non volerà mai. E nondimeno lo ha sempre voluto, rinascendo nell’idea di riuscirci, se pur solo in sogno, e in questo si percepisce quel senso di malinconia, primordiale, come il desiderio che vi sta dietro. Desiderio di essere volatili e desiderio di ciò che volare simbolizza: la “liberazione”, anche dalle miserie umane, e dal proprio corpo; l' “ultraterreno” per quel sentimento di spiritualità che attanaglia il cuore, e per il desiderio di essere ad immagine e somiglianza di Dio. E così dal senso di impotenza la potenza dei motori di aerei che toccano le vette dei cieli, e pattuglie che giocano a rincorrere e superare la velocità del suono; eppure non vincono, perché il loro raggiungere tale velocità non è una costante, inevitabilmente ritorneranno a giocare con acrobatici disegni come scongiuri; a rincorrere il tempo, il suono, la luce, a volere squarciare lo spazio. E tutto questo non è nella volontà di quegli aerei che si impongono, ma di coloro che li guardano e sospirano: il poeta, il bambino, l'uomo.
    A pensarci bene, una freccia tricolore in cielo, qual contrapposizione, ovvero qual connubio.
    Velocità superiore al suono: “Supersonica”, recita il titolo, eppure si legge “sfreccia e rincorre / il tempo e il suono”.
    Contraddizione?
    Direi di no, qui ha inizio l’aspirazione poetica dell’intera poesia. Aspirare: significante in cui si sposano, convergendo, il “trarre a sé”, sopraelevandosi, il divino, e ciò a cui tende il desiderio “Arcata superiore sopraelevata in ala a tutti”, che, riprendendo il concetto del quasi onirico, accennato dal critico Domenighini, sembra esprimersi nel sogno dell’illusione visiva: “squarcia lo spazio / riduce durata di luce / in eco / nel ribattere veloce”. E si può ancora dire che la tensione tra il termine “Supersonica” ed il verso “sfreccia e rincorre / il tempo e il suono” mostra e produce per l’intera poesia, ancora una volta, tra il reale e il sogno, tra desiderio e azione, quel senso di malinconia e di nostalgica voglia di volare in altre ali, con gli occhi rivolti in acrobatiche fugaci colorazioni del firmamento.
    La visione di segni nel cielo, mezzo con cui l’uomo ha superato se stesso, proiettano nello spettacolo la potenza d’espressione, ma contravvenendo alla regola di scrivere di qualcosa provando a dire cosa è, o cosa rappresenta (ovviamente nei limiti di quanto, di fatto, oggettivo potrebbe essere il nostro dire), si potrebbe scrivere di qualcosa dicendo cosa non è, o meglio, cosa non è nel segno-parola che utilizza per veicolare l’ignoto messaggio riposto, e questo riconduce all’uomo rappresentato nella poesia dall’osservatore (mi piace pensare il poeta stesso) intento a contemplare, ammirato, toccato nell’intimo, quel momento che vorrebbe suo, con cui vorrebbe identificarsi per “essere”; senza che rappresenti altro.

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  6. Se vi è contraddizione essa sta tra l’invenzione di mezzi, che potrebbero far toccare l’agognata "sensazione" e "consapevolezza", e la loro stessa insita limitatezza, e, al di sopra di essi, la nostra, perché fondamentalmente incapaci di raggiungere la superiorità ambita e creduta da ciò che siamo.
    Infatti, in definitiva, se si considera la giustapposizione tra l'aspirazione umana e la macchina la contraddizione è forte, come dire: io voglio volare, come nei sogni stare al di sopra di tutto e sentirmi libero, voglio avvicinarmi al divino, essere divino, ma non potrò farlo e la stessa mia invenzione non elimina la mia limitatezza, né tantomeno la sua perché non ha vinto sul suono, né sul tempo.

    ¹Da intendersi sia come, per contrapposizione, relazione tra la geometria dell'aereo, invenzione umana, circoscritta, legata ad una forma spaziale e numerica, e l'impalpabilità del cielo, dalla forma "informe", dalla non spigolosità, morbido come una coltre formosa e rotondeggiante. Sia come, muovendosi sul filo delle parole "padre e madre", senso del divino, che l'uomo ha da sempre attribuito al cielo, luogo dello spirito, dell'incorporeo, legandosi al desiderio di Dio e al tendere ad Esso (maschio e femmina); permettendo che in cielo avvenisse quell'unione dell'umano (geometria, numero, forma, aereo) con il trascendente, il soprannaturale (morbido dolce etereo cielo, casa, padre/madre); dell'invenzione (artificio) col sogno; che in definitiva è espressione del desiderio.

    Cinzia Tianetti, 19/5/2012

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  7. Versi luminosi e onirici, questi di "Supersonica", quasi spaziali nella loro infinità e altezza dell'anima.

    Felice Serino

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