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martedì 5 giugno 2012

Intervista a Paolo Polvani, di Nazario Pardini


Intervista
A
PAOLO POLVANI
A CURA DI
 NAZARIO PARDINI

                                                        

N. P.: Mi dica un po’: quali sono le occasioni della vita che più hanno inciso sulla sua produzione letteraria? quanto di autobiografico c’è nelle sue opere? lei pensa che ci sia sempre differenza fra poesia lirica e poesia di impegno; o pensa che la poesia, essendo un’espressione diretta dell’anima, sia sempre lirica qualsiasi argomento tratti?



P. P.  Non ci sono occasioni particolari, penso che ogni avvenimento, ogni sentimento o persona o cosa possa divenire occasione di poesia, spesso accade con persone conosciute o anche solo intraviste, scatta qualcosa che fa nascere il desiderio di scrivere. Le occasioni ci attendono ad ogni passo, sta a noi riconoscerle  e vestirle nella maniera più consona. A me interessa la qualità della poesia, più che un’etichetta, più che il versante sul quale si attesta. Per quanto poi si possa nascondere l’io, è inevitabile che si affacci nella selezione delle parole, nella scelta dell’angolo visuale,  in definitiva la scrittura non perde mai i suoi connotati autobiografici.




N. P.: La sua poetica, essendo uno degli interpreti della poesia contemporanea, è in gran parte nota attraverso le recensioni, prefazioni, e note critiche che la riguardano. Ce ne vuole parlare lei?



P. P.  Sinceramente ho molti dubbi che la mia poetica sia nota e soprattutto che sia uno degli interpreti della poesia contemporanea. Già mi imbarazza molto dichiarare di essere poeta, preferisco pensare a me come a un piccolo artigiano della parola, come quelli che infilano perline colorate per farne collanine da vendere sulle bancarelle. La mia poetica è dunque questa, tutta una varietà di perline che aspettano di essere collazionate, e il mio piacere consiste nel cercare di abbinare i colori più freschi, di inventare sempre una prospettiva che appaia nuova e costituisca un dono per me e per chi  abbia il desiderio di leggerla.




N. P.: Quali sono le letture a cui di solito si dedica e quale il libro che più le ha suscitato interesse? e quindi predilige? Perché?



P. P.  Qui entriamo davvero in un campo difficile! Avevo ventisette anni, quando ho letto La recherche, di Proust. Ricordo che avevo trovato lavoro in una cooperativa portuale, e la mattina alle 6 dovevo essere al porto, e  spesso lavoravamo anche nei  porti di Molfetta e Manfredonia, e che quindi a volte bisognava partire alle 5. Ebbene quando leggevo Proust non riuscivo a smettere, leggevo  fino alle tre del mattino.  Ho sempre pensato che una volta letto Proust si potrebbe anche non leggere più. Ma così non è stato, altri amori totalizzanti li ho avuti per Tolstoi e Dostoievski.   La letteratura mondiale è un campo di sterminate  bellezze.  Sebbene sia pura finzione,  la letteratura può  prenderci per mano e condurci nei labirinti dell’animo umano.  A breve penso  di rileggere tutta l’opera di Proust.




N. P.: Fino a che punto le letture di altri autori possono contaminare lo stile di uno scrittore? e se sì, in che modo?



P. P.  Penso che lo stile di ognuno sia sempre il risultato di molti fattori, di tante voci che si sovrappongono. E’ come l’accento che assimiliamo dall’ambiente in cui viviamo. Se fossi nato in Veneto, oppure in Sardegna, adesso avrei un altro accento. Se avessi letto autori diversi da quelli che ho letto, studiato in una scuola diversa, vissuto in una famiglia in cui ai libri non si attribuiva importanza,  è probabile che avrei scritto in maniera differente.



N. P.: Che cosa pensa della poesia innovatrice, quella che tenta sperimentalismi linguistici? quella che si contrappone e rifiuta  ogni ritorno al passato? o, per meglio intenderci, quella che si contrappone ad un uso costante dell’endecasillabo, o a misure dettate da una rigida metrica?



P. P.  Penso che l’innovazione sia il destino stesso della poesia, abiti nel suo dna. Tempo fa ho letto dello studio di un critico che ha individuato un numero preciso di temi, di argomenti  intorno ai quali ruota da sempre la poesia. Non li ricordo tutti, ma certamente c’erano l’amore, l’abbandono, la morte, la natura. Gli argomenti della poesia sono ricorrenti, come ricorrenti sono le situazioni della vita.  Ciò che cambia è la prospettiva linguistica. Di qui la necessità di sperimentare strade sempre diverse, con l’obiettivo di offrire un’angolazione prospettica che  regali una visione nuova e originale e insieme più aderente alla realtà. Trovo che a volte certe forme di sperimentalismo si esauriscano in sterili esercizi di virtuosismo che  alimentano la diffidenza dei lettori e li allontanano dalla poesia, oppure a volte, spesso, mascherano semplicemente un vuoto. Sperimentare la lingua secondo me vuol dire fare la punta alle parole, renderle affilate, taglienti, capaci di incidersi nell’attenzione del lettore,   capaci di sedurlo nel senso etimologico, cioè di condurlo con sé attraverso l’arte della fascinazione.




N. P.: Cosa pensa dell’editoria italiana? di questa tendenza a partorire antologie frutto di selezioni di case editrici? di questi innumerevoli Premi Letterari disseminati per tutto il territorio nazionale?



P. P.  Gli editori italiani nei confronti della poesia: le grandi case editrici rispondono a esigenze di profitto, e la poesia non vende;  se si lavora avendo come fine unico il guadagno ignorare la poesia è una scelta obbligata; poi ci sono buoni editori che hanno a cuore la cultura più che il profitto, e coraggiosamente vanno avanti, tra infinite difficoltà; infine ci sono una miriade di editori vampiri che speculano sulle ambizioni letterarie di un esercito di aspiranti poeti. Se  tutti i soldatini di questo esercito acquistassero  libri di buona poesia   gli editori coraggiosi riuscirebbero a promuovere un numero maggiore di buoni libri e gli aspiranti poeti  scriverebbero cose meno brutte. I premi letterari seguono più o meno lo stesso schema, la maggior parte hanno di mira un loro profitto, alcuni invece, pochi,  cercano di promuovere la buona poesia. Penso che un possibile futuro per la poesia sia costruire un’editoria dal basso, una rete di poeti e fruitori. Con alcuni amici stiamo provando a muoverci in questa direzione, con risultati ancora non soddisfacenti, i poeti preferiscono sborsare duemila euro per vedere il proprio nome stampato su di un libro.  Creare una rete significa non solo risparmiare denaro, ma anche avere la possibilità di recensioni, presentazioni, discussioni intorno a quello che si scrive, che penso sia il desiderio di ogni poeta.



N. P.: Certamente sarà legato ad una sua opera in particolare. Ne parli, riferendosi più ai momenti d’ispirazione, ai tempi di scrittura, alla scelta lessicale, alla revisione, più che ai contenuti. Che pensa della funzione del memoriale in un’opera di un poeta? e alla funzione della realtà nei confronti di un’analisi interiore?



P. P.  Non sono legato a qualcuna in particolare.  Mi accade talvolta di riprendere tra le mani vecchie cose e di tagliare un paio di versi che mi sembrano inutili, di sostituire una parola,  penso che il lavoro di rifinitura non termini mai. Personalmente, a volte utilizzo questo semplice giochino: molti anni fa ho visitato una mostra dello scultore Henry Moore, a Firenze. Ricordo che all’ingresso della mostra c’era un secchio pieno di sassi di forme diverse, e un cartello in cui lo scultore spiegava che era a partire dalle forme varie di quei sassi che traeva ispirazione. Ebbene, a me piace a volte sfogliare il vocabolario, è come guardare le forme dei sassi, ci sono parole che accendono una luce, parole che ti chiamano, chiedono di essere messe sulla pagina.



N. P.: Cosa pensa della nostra Letteratura Contemporanea? raffrontata magari con quelle straniere? e dei grandi Premi Letterari tipo il Campiello, il Repaci…?



P. P.  Conosco la nostra letteratura contemporanea in maniera troppo frammentaria per azzardare giudizi. I grandi premi letterari sono dettati da esigenze di mercato, quindi nutro una certa diffidenza. Nella scelta dei libri mi baso sull’intuito, sul fiuto, e a volte ci prendo.

  

N. P.: Se potesse cambiare qualcosa nel mondo della poesia o dell’arte in generale, che cosa farebbe? se avesse questi poteri che cosa lascerebbe invariato e che, invece, muterebbe sostanzialmente?



P. P. Non ho di questi poteri purtroppo. Azzardo pertanto un semplice auspicio: che le persone che ancora non leggono scoprano la bellezza della lettura, avere a che fare con persone che hanno letto tanti libri e possiedono il gusto della lettura è sicuramente  un piacere. Chi ha letto molto ha vissuto tante vite, è sceso nelle profondità dell’animo umano,  possiede una ricchezza e uno spessore che poi si manifestano nel comportamento quotidiano, con queste persone ci si riconosce dallo sguardo.





La sua intervista verrà pubblicata sul mio blog Alla volta di Leucade blog.



La ringrazio per la sua disponibilità.



Nazario Pardini                                                                             31/05/2012

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