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lunedì 20 agosto 2012

S. Angelucci su F. Campegiani: lettura di "Alla volta di Lèucade" di N. Pardini

Sandro Angelucci

Franco Campegiani legge "Alla volta di Leucade" - è la mia prima impressione - andando subito al sodo. Mi spiego: il libro (che ho avuto l'immenso piacere di recensire) è tutt'altro che un'opera di facile consultazione anche se, ma solo apparentemente, l'armonico distendersi del dettato potrebbe indurre a farsi trasportare dalle innumerevoli risonanze foniche che tutto fanno, però, fuorché distogliere l'attenzione. Bene: Franco è costantemente vigile e non si lascia sfuggire quello che lui stesso chiama "il grande fascino di questa poesia". La sua interpretazione, intanto, parte con il piede giusto: individua cioè l'origine, la sorgente del fiume pardiniano. E' dalla terra che sgorgano questi versi, da quella madre che nascono queste creature. Poi il riconoscimento sul piano stilistico di una classicità "agli antipodi di ogni retorica"; si, perché la raffinatezza del linguaggio, in questa scrittura, non è mai sinonimo di ampollosità o di tronfia dimostrazione di erudizione, al contrario, è segno di rispetto dei "momenti epifanici ed aurorali del mito" di cui parla Campegiani, che non possono trovare migliore espressione se non nella semplicità e nella spontaneità del comunicare. E c'è un'altra bella intuizione: l'aspetto crepuscolare o, se si vuole, autunnale del sentire che - ancora - non deve ingannare: la memoria, qui, non è banalmente ricordo ma anello di congiunzione; si trova nel mezzo e non alla fine - come, con grande efficacia, Franco lascia capire, anche etimologicamente nel suo scritto.
Mi congratulo con lui per l'esegesi di cui Nazario non può che aver goduto.

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