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sabato 4 gennaio 2014

NAZARIO PARDINI: "UN CONFRONTO"

Un confronto
(riflessioni di un uomo dell’anno 10.000)



Leggo spesso sui testi di antenati
le idee sulle questioni della morte,
dell’aldilà, del lavoro, della guerra,
degli sfronti per brame di potere.
Anche se permangono perplessità,
sono altri i pensieri nel nostro diecimila.
Umanamente perfetti,
noi non abbiamo più di quei problemi;
tutto quanto è calcolato dalla tecnica.
Perfino la visione dei fatti trascendenti
non è la stessa dei secoli passati.
A noi è permesso di vivere per sempre
o recidere di un colpo il nostro stame.
Ma metti che la scelta si volga al duraturo,
ti sembra per davvero
di avere nelle mani il paradiso?
di avere il tutto?                      
di avere completato il desiderio?
Quanti dubbi permangono tuttora!
L’idea di vivere per sempre
condiziona anche la fede.
Riduce gli egoismi
legati più volte ai tormenti
del breve corso dei predecessori.
Tu potresti replicare che è sempre il Creatore
a predisporre l’evoluzione umana
per farci superare il dilemma del tempo
e confrontare l’idea di permanenza
con quella di un traguardo spirituale.
Ma non è che le nostre inquietudini
si siano lenite più di tanto.
I miei mille anni, ad esempio,
con tutti quei trapianti che mi hanno compattato,                            
hanno creato un essere
che ben poco ha a che vedere                    
con l’immagine che davo da centenne.
E quanta stanchezza mi hanno procurato!
Quante volte i miei dolori si sono ingigantiti
di fronte a questa vita senza termine!
Per lo meno nel duemila
potevano concedersi follie;
infischiarsi delle pene, sapendo
che il tutto avrebbe avuto una scadenza.
Basterebbe la lettura di preghiere,
o quella di poesie: si pregava il Signore
per la vita dei cari, si chiedeva alla luna
il perché di tanta morte; si agognava un aldilà
dacché l’uomo egoista
non accetta di chiudere nel nulla la sua storia -
pensiero di sorte nel solo essere vivente
cosciente del destino -.
Si invidiavano beati gli uccelli
che volando d’istinto nel cielo,
godono dell’azzurro
e poi muoiono incoscienti per incanto.
Per non dire dell’arte.
Che splendidi testi di lettura
nel ventesimo secolo!
L’uomo era poeta,
era artista, inspirato dalle voci innumerevoli
della sua breve durata. In quel frammento
ha avuto una visione del tutto inesistente
del valore del tempo. Mi piacerebbe tanto
dialogare con loro. Sentirne lo spirito,
le idee sul giorno, la notte, la natura,
vissuti con parametri mortali;
il meriggio con la vita,
la fine coi tramonti,                 
un senso di scoperta nei mattini,
un’esplosione vitale nella luce,
o l’indefinita voglia di sconfini
nel durare del mare o nel vago nivale.
E quanto tristi i ricordi in un tratto così breve!
Riviverli con tanta nostalgia
se l’ora giunge a sera,                        
se a tardo autunno l’anima si pena.
Noi
dimentichiamo pure i nostri figli,
le nostre lontane esperienze,
le passioni di più di mille cuori
mille volte cambiati perché stanchi.
E tu che pensi, pensi di continuarla?
di proseguirla per sempre la tua storia?
t’invade mai il pensiero di cessare
il ripetitivo perpetrarsi di un cammino
mille volte percorso?
quale speranza possiamo noi avere,
noi definiti uomini futuri
dal lontano duemila?
Leggi! Leggi le loro speranze:
Chissà mai che avremo fra mill’anni?
Forse l’unico bene è che le guerre,
quelle storie rumorose
di tanti secoli fa
hanno cessato di esistere;
mai, io credo,
si sarebbero potuti immaginare,
che non avrebbero più avuto il loro scopo:
niente più si distrugge,
tutto resta immutabile,
tutto si crea e si rigenera da sé, dal nulla.
Tutto resta eguale e si ripete,
continuamente eguale.
Forse, pensandoci bene, porsi le questioni
sulla voce indecifrabile di un eco
rende più umana la vita. Più vivibile.
La rende più a misura di un terreno;
di un mortale che ne gode più intenso il mistero.

Nazario Pardini

DA "POEMETTI ONIRICI", SILLOGE INEDITA

1 commento:

  1. Queste riflessioni, che Nazario Pardini attribuisce all'uomo del 10.000, sono - in fin dei conti - le domande che l'uomo contemporaneo, l'uomo globalizzato pone a se stesso.
    Ma la poesia - lo sappiamo - ha la facoltà d'immaginare, di spingersi ben oltre il tempo e lo spazio. A mio parere, quindi, il confronto che il Poeta, qui, propone è quello con il proprio alter ego o - per meglio dire - con l'alter ego che vive nell'Umanità intera e, in silenzio, reclama la propria libertà.
    La perfezione non esiste benché tutto venga "calcolato dalla tecnica"; tutto è permesso: "vivere per sempre" o "recidere di un colpo il proprio stame" (endecasillabo di rara intensità fonico-descrittiva); eppure, siamo davvero certi "di avere completato il desiderio?" (di nuovo un endecasillabo che mette in discussione l'ostentata certezza del precedente).
    E poi, quei versi in corsivo, che lasciano aperte le porte di una speranza che illuse, illude e sempre illuderà l'uomo ma sta lì, nel "porsi le questioni / sulla voce indecifrabile di un eco...", il segreto della vivibilità non solo del nostro ma di qualsiasi tempo.
    E' il mistero quella speranza e - lasciatemelo dire - la nostra salvezza.

    Sandro Angelucci

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