Umberto Vicaretti collaboratore di Lèucade |
RIFERIMENTO A PASQUALE BALESTRIERE: "DI GIURIE E DI PREMI LETTERARI",
SU
LÈUCADE DI LUGLIO
Con la consueta franchezza (e
con l’abituale bravura) Pasquale Balestriere pone un problema che spesso ricorre nelle
conversazioni tra gli addetti ai lavori, ma che resta sempre confinato sullo
sfondo, senza assumere contorni precisi e guadagnare spazi concreti di
discussione e confronto. Si tratta, però, di un problema che riguarda tutti:
chi in qualità di poeta/scrittore, chi in qualità di
partecipante-giurato-organizzatore di rassegne letterarie, chi in veste di
semplice lettore o visitatore di riviste, siti, blog letterari, come appunto
questo di Nazario Pardini che generosamente ci ospita. Balestriere, pur
premettendo che non mancano concorsi letterari che si affidano a giurie “serie,
competenti e oneste” (e a sua volta fa bene Franco Campegiani, al riguardo, a
puntualizzare e a relativizzare il problema, pur ammettendo che si è di fronte
ad un “malcostume imperante"), punta decisamente il dito contro due
tipologie di giurie: quelle incompetenti e quelle “di parte” (che Maria Ebe
Argenti individua, montalianamente, come “l’anello che non tiene”…). Le prime
si distinguono per l’incapacità/inconsapevolezza/assoluta carenza della
“necessaria competenza specifica”, e i cui componenti, annota Balestriere,
“troppo spesso non sanno distinguere un verso da un rigo”. Le seconde vengono
individuate in quelle commissioni giudicatrici dedite alle indecenti pratiche
del “voto di scambio”, espressione al vetriolo con cui Balestriere denuncia le
poco onorevoli usanze dell’italico costume, transitate dai corrotti contesti
della politica ai più nobili (in teoria) territori culturali e artistici del
nostro decaduto Belpaese. Inutile dire che mi trovo assolutamente in linea con
l’affilato giudizio dell’amico Pasquale, il cui “j’accuse”, tra l’altro, viene
autorevolmente condiviso e suffragato da Giorgio Linguaglossa, a sua volta
testimone diretto di tali inaccettabili maneggi. Ma preso atto del dolo dei
furbetti del “voto di scambio” e della variegata turba di “clientes” che ruota
intorno a loro, dico che un uguale giudizio negativo deve necessariamente
estendersi (questa volta per ‘colpa grave’) anche a quelle giurie di
incompetenti/incapaci/inesperti, tutti però consapevoli di non poter assolvere
con decenza un compito che richiede specifiche competenze. Ma la presunzione, l’immodestia,
la superficialità, la confusione dei ruoli (ormai tutti presumono di
potere/sapere fare tutto), unite all’incompetenza e all’approssimazione,
costituiscono quella micidiale miscela di povertà culturale le cui conseguenze
sono sotto gli occhi di tutti. Un discorso a parte meritano quelle commissioni
in cui spesso compaiono insegnanti dei vari ordini di scuola. Fatta sempre
salva la competenza di tanti docenti competenti, è però incontrovertibile il
dato di fatto per cui sempre più spesso le giurie sono inflazionate da vecchi
professori (absit iniuria verbis!: sono anch’io un “vecchio” professore e
dirigente scolastico…) e professoresse in disarmo (ma attenzione: la vecchiezza
e il disarmo non attengono ai dati anagrafici, bensì a quelli culturali specifici
cui prima accennavo). Con tali “esperti” inseriti nelle commissioni dei premi
letterari, sembrerebbe che gli organizzatori abbiano scelto le persone giuste,
dei veri specialisti; circostanza, questa, troppo spesso smentita dai fatti,
una sorta di ‘pubblicità ingannevole’. Come rimediare? Difficile cambiare le
cose con suggerimenti e/o interventi magari affidati alla buona volontà dei
singoli: il problema è, mi si consenta, di ordine “strutturale”. Solo una
rivoluzione culturale (ma in senso ampio e generalizzato) può portare al
cambiamento. Sarebbe però necessario che ognuno stia responsabilmente al suo
posto. Dice bene Franco Campegiani quando afferma che “Ciò che più conta ( … )
è sempre l’esempio personale e diretto di correttezza che ciascuno di noi può
dare”.
Quindi, a ciascuno il suo,
nessuna invasione di campo: il poeta, il critico, il giurato, l’editore, ognuno
nel suo piccolo, recitino la propria parte con lealtà, passione, onestà
intellettuale. Se queste vi sembrano ovvie e scontate raccomandazioni…
Umberto
Vicaretti
25/07/2014
Penso che una cosa si potrebbe fare: non dare nessuna pubblicità a tutti quei premi di poesia che richiedono per la partecipazione al concorso un contributo in denaro. Mettere al bando la moltitudine dei premi a pagamento, questi sì che sono uno sconcio, implicano e legalizzano il concetto di una tassa alla poesia e con i suoi proventi le giurie di dubbia moralità e onestà intellettuale si mettono in tasca un bel gruzzolo.
RispondiEliminaPenso non sia giusto fare d'ogni erba un fascio. Ho fatto parte di giurie di premi dove c'era una tassa di lettura da pagare, ma nelle mie tasche non è pervenuto un euro, e immagino che mille euro di ricavato siano occorse per le spese organizzative. Al contrario, so di premi altisonanti dove non si pagano tasse di lettura, ma che sono prede di vere e proprie mafie editoriali.
EliminaFranco Campegiani
In un primo momento non volevo unirmi alla discussione, perché vi sarebbe molto da dire e desideravo tenermi alla larga. Ma infine aggiungo queste poche parole a conclusione del Vs dibattito che è perfettamente in linea coi tempi e la metodica del ns. caotico oggi.
EliminaNon si troverà mai il merito negli innumerevoli concorsi per la ragione che a giudicare è sempre lo stesso intelletto, intendo dire lo stesso stereotipo, il personaggio ormai squallido e squalificato di questa società dei consumi e delle corrutele. Qui si tratta di giudicare la pochezza di un giurato che fa “pastette” nei posti deputati a fregare: denaro, voti, raccomandazioni etc, in altro modo si tratta di truccare a dadi tutto ciò che è a portata di mano per frodare, imbrogliare. Siamo il paese più guasto e corrotto dell’europa, ed è bene rassegnarsi.
Fatta eccezione per certe giurie di integerrimi, (che pure vi sono, indipendentemente dalla pessima categoria dei molti cultori dello scandalo), gli altri, tutti gli altri giurati che girano nei premi di categoria alta, s’intenda quella che dà soldi e successo, (gli altri non contano) è gente raffazzonata, incompetente, che non fa poesia (né letteratura), profondamente impreparata a dare giudizi di alcunché, immaginate in poesia (che è la voce del genio) del qual genio non sanno neppure l’esistenza, non immaginano neanche cosa sia, non ne hanno il minimo concetto, la più pallida idea, sono guidati solo dalla ratio “interesse” sia esso promuovere l’amico, il vicino di casa, l’amico dell’amico per averne poi il corrispettivo...sono tutte cose che indegnano. Dicevo, e confermo che è lo stesso motivo che spinge gl’italiani, lo stesso intelletto a muovere le fila, lo stesso mortificante vituperio per l’arte e tutte le cose belle. Così è per lo Strega, il Campiello, il...il...il...forse si dovrebbero fare nomi e cognomi, forse varrebbe la pena smascherarli, ma verremmo denunciati per calunnia, senza ottenere lo scopo, tanto vale disertare, far finta che quei premi non esistano, infatti sono manipolati e gestiti in toto. Queste ns. piccole lagnanze, questi mormorìi che emettiamo perché non ci considerano (neanche se presentiamo capolavori) sono tutto tempo sprecato. La vita italiana è fatta di quegli elementi maneggioni e imperturbabili che ormai hanno conquistato le alte vette di ogni comparto e fanno il bello e il cattivo tempo e, non solo nei concorsi, ma quel che è peggio, al governo, nei luoghi più qualificati dell’economia, della politica, dell’industria, dei commerci, delle banche e in tutti i posti di comando adibiti ad essere trampolini di lancio per arbitrari e corrotti clientelismi che ci hanno ridotto nel baratro. Scuserete la sincerità, ma qualcuno deve proprio dirlo, non è bene indorare la pillola...davanti a tanti sacrilegi dell'arte, di mafioserie paludate da giurati, e da speculatri da strapazzo che oltretutto si fingono intellettuali, sì, l'intelletto è solo strumentale, lo sprecano a josa, c'è, ma serve loro solo per fare fessi i poveri allocchi.
Ninnj Di Stefano Busà