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sabato 17 ottobre 2015

MARIA RIZZI SU: "MARE" DI UMBERTO CERIO


Maria Rizzi collaboratrice di Lèucade
Umberto Ceri collaboratore di Lèucade


La lirica di Umberto Cerio introduce in uno dei temi più inflazionati della letteratura e della poesia. Basta pensare ai Poeti Maledetti, al grande Baudelaire, che recitava”Uomo libero / amerai sempre il mare,/il mare è il tuo specchio,/ contempli la tua anima /nello
Svolgersi infinito della sua onda”… Ma il nostro Autore  evoca nei suoi versi il mare quando brucia:

Ho sempre ascoltato i tuoi canti
e l'urlo delle tue bufere
che erano gli urli ripetuti
di mille marinai disperati
imprigionati a gomene e sartie,"

Un cantico per gli uomini del mare, partiti con i rami d’ulivo e le spose chine sui rosari a pregare. E un’esegesi dei cicli di questo scrigno d’infinito mistero, dei suoi tramonti ‘di alghe e di rosse lame del Sole’; del suo ribollire feroce, quasi a ricordare a noi uomini che
non v’é  difesa dalla rabbia della natura. L’Autore nei versi, di rara, intensa musicalità, lascia che il ricordo dell’urlo della burrasca divenga allegoria del tempo passato, e dei sogni di un tempo nuovo da vivere, che non è arrivato:

Mi sono perso nelle tue falèsie
alla ricerca di scomparse
sirene tra i tuoi flutti sacri
e di cielo e di folgori e d’alberi,
senza più un ritorno di alcioni
e d’augurali colombe di pace.”

Umberto Cerio ripercorre le storie di sempre, di tanti di noi… E insegue il mare con una proposta di varietà , scendendo dalla vastità alla restrizione e compiendo il percorso inverso… Ci riporta ai miti nati dal mare, come quello di Odisseo e del suo viaggio, metafora di troppe avventure, di storie che si ripetono, senza il sapore della leggenda; e vola sulle ali dei gabbiani, che per dirla con Cardarelli “vivono balenando in burrasca”.
L’Autore ha voce inarrestabile, così dannatamente simile al mare. La sua risacca, il suo respiro è inarrestabile; la sua nostalgia violenta nutrita di sdegno, tenerezza e ribellione, sulla cresta dei versi porta i relitti del nostro esistere verso un inaccessibile lido: la poesia del futuro.

Maria Rizzi 


MARE



Ho sempre ascoltato i tuoi canti
e l'urlo delle tue bufere
che erano gli urli ripetuti
di mille marinai disperati
imprigionati a gomene e sartie,
mio mare, che sorprendi ad ogni sguardo,
che giochi d’azzurro e di verde.
Erano dolci alla sera i tuoi canti
e l’anima si ubriacava nell’aria
di alghe e di rosse lame del Sole
quando si immergeva nell’Ovest.
Ed era selvaggio delle tempeste
l’urlo pauroso nelle scogliere
che declinavano al Nord della morte:
l’urlo delle tue bufere oscure
che di luce tagliente abbagliavano
e d’ombra riempivano il cuore.
Eri ai lampioni del molo basso
della darsena solitaria
e schiaffeggiavi una barca impazzita.
Così ti ricordo una volta
che bianca la strada scopriva
il passaggio di una stella cadente.
La stella polare mi sospingeva
oltre scogli ch’erano dure note
della tua voce mai stanca.

     Spesso, al canto delle tue perle,
mi sono perso nelle tue falèsie,
culla d’umanità e tremito
di luci con sapore d’eternità
scesa nei miei occhi d’erba salmastra
a scandire il terrore del cuore.
Le tue parole nascoste e folli
erano linfa del pugno chiuso
che stringeva certezze e speranze.
Mi sono perso nelle tue falèsie
alla ricerca di scomparse
sirene tra i tuoi flutti sacri
e di cielo e di folgori e d’alberi,
senza più un ritorno di alcioni
e d’augurali colombe di pace.
Spesso, al volo dei tuoi gabbiani,
e nei tuffi dei tuoi delfini
mi sono perso nelle tue falèsie
con dolcezza di suono d’arpa.

     Al volo dei tuoi eterni gabbiani.

     Ho trovato consunti resti d’uomo
legati a relitti sperduti,
e illividiti corpi di suicidi
nelle maree invernali  e fredde
di notti sconfinate e solitarie.
Ho temuto scirocco e maestrale
e rotte sconosciute senza stelle
e lunghe carovane di paranze
come girovaghe costellazioni
in te precipitate con lentezza
di cielo alla ricerca di antichi
argonauti in te allora sperduti
per maleficio di maga tradita.
Ho trovato corpi di annegati
per amore e per oscuro delitto
nel loro ultimo grido disperato,
che ancora guardavano alle stelle
dell’orizzonte arcano della vita.

     E carovane d’ombra e di delirio.

     Senza fughe e senza illusioni
ho vissuto le tue solitudini,
una per una, e amandole
le ho riconosciute amiche,
anche qui, nel minuscolo Adriatico,
che ad occhio posso vedere
nel vento delle tamerici
e nel colore delle ginestre,
lontane come le colline
dell’infanzia e della mia giovinezza.
Le tue solitudini amare
e le dolci solitudini antiche
sulle quali passarono lenti
i canti della nostra esistenza,
le parole di oracoli divini
sono ancora fuoco vitale.

     Ho navigato le profondità
di Grecia e di Fenicia antica
sulla rotta di mitici naviganti
che ti cantavano inni e preghiere
per il ritorno e gli amori lontani.
Ho vissuto il canto di Orfeo,
d’amore e di dolore, e il pianto
sconsolato delle Driadi,
il pentimento di Attis e la furia
di Cibele che sguinzagliava il leone,
infinito di Ecuba il pianto,
e di Omero il canto immortale.
Non rapaci avvoltoi su quel cielo,
ma dalle cime di arida roccia
maestoso d’aquile il volo:
l’eterna danza della morte
rispecchiata negli occhi della preda.
E l’antica cantilena del coro,
che ancora gli empi ammonisce
e sentenzia pene e condanne.

     In te il lungo viaggio di Odysseus
che vide le sirene e Polifemo,
ch’ebbe la maga e la dea di Ogigia
che invano gli offrì l’immortalità.
In te le avventure e le stragi
di mostri e giganti e la vita
del sole e degli astri nel tuo specchio
segreto e incantato e la luna.
Vascelli affondati nella notte
delle diomedee, sulla rotta
dell’arcipelago delle Tremiti
pei gemiti dell’eroe impazzito,
e l’urlo dei pirati illiri
e il rantolo dei naviganti
con le alghe negli occhi e nella bocca.

     Dentro i tuoi solchi tutte le leggende
del Mediterraneo antico
e degli oceani sconosciuti
e le incendiate navi nelle guerre
infami assurde e sconvolgenti.
Nelle tue bianche scie serene
il riposo e degli uomini la gioia
di un’ora o di un’intera vita.

     Su di te non vive mai spazio
che non sia infinito e lontano,
ed il tempo in noi eterno entra
e solitario a dirci l’amore
la danza lenta con passi segreti
i tremori ed il battito dei giorni,
le tentazioni della vita
e il palpito stupito della morte.

     Portiamo i tuoi silenzi in cuore
che amara sveleranno la fine
del tuo singhiozzo e del mio canto.
Delle tue ombre il fascino arcano.
E vergine l’attimo iniziale
- e lento l’attimo finale -
resterà sul filo della tua luce;
sospeso il tuo sigillo d’oro,
e la lama atroce delle memorie.


Umberto Cerio




7 commenti:

  1. Grazie, Maria, per questa che è più di una semplice presentazione di "MARE". Il tuo commento, sapido e preciso, coglie con sentita adesione i motivi che mi hanno spinto a scrivere questo poemetto, composto da alcuni anni, quando il mio animo era più giovane. Hai colto, con la dote di ermeneuta che spesso ho colto nei tuoi commenti, tutte le inquietudini e le dolcezze della solitudine della storia e dei miti che ne sono i motivi ispiratori, per di più con le "tue" metafore che ne hanno rivelato e completato anche il senso recondito. Il tuo commento mi giunge davvero gradito.

    Umberto Cerio

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  2. Questo che a me appare come un colloquio con il mare è in realtà un monologo. Ma poiché il poeta si rivolge a un destinatario -il mare, appunto-, presenza peraltro incombente in questa composizione che ha la lunghezza del poemetto e il passo della lirica, mi sembra appropriato usare il termine colloquio. E, chissà perché -forse per via delle “bufere”del secondo verso- ho subito pensato al Carducci del “patrio, selvaggio, urlante mare” e all’ “iracundior Hadria” oraziano, cioè all’Adriatico che poi è il (primo?) mare di Cerio.
    Ma, venendo alla poesia, colpisce questo viaggio della memoria, sapido della più attuale classicità e della più fervida e partecipata contemporaneità. È un viaggio nell’immensità degli spazi marini, in epoche umane selvagge, eroiche, leggendarie, belle e feroci, nel tempo fantastico della storia, nella variegata geografia dei miti. E la rievocazione avviene per scarti di varia intensità, che talvolta connotano il testo di qualche punta dolorosa, anzi addirittura tragica. Perché il mare è bello e terribile e quegli “illividiti corpi” di morti annegati richiamano, per la loro icasticità, certi passaggi di “Death” di Eliot o de”Le bateau ivre” di Rimbaud. È un potente affresco questa interpretazione poetica del mare offertaci da Umberto Cerio. Al quale vanno i miei complimenti, che estendo a Maria Rizzi per le sue penetranti intuizioni.
    Pasquale Balestriere

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  3. Storia, mito, fantasia, realtà, emozione, patema esistenziale, sofferenza e vicissitudine, vita e cultura: tanta cultura, immenso patrimonio umanistico, rievocazione di leggende e odisseici travagli in cerca del sapere; un impasto di tutti questi ingredienti per simboleggiare col canto poematico una quotidianità che affoga i suoi valori in mari senza confini; corpi galleggianti che ci condannano coi loro lividi; fughe di uomini in cerca di libertà, di dignità, come da antico sempre si è ripetuto. Il mare! Quanta storia! Quella che Cerio ci liricizza con picchi di forte intrusione emotiva. Sì, quel mare che secondo i grandi ha sempre significato spazio indefinito, orizzonte a cui l'uomo aspira per ovviare alla sua caducità; volo oltre colonne, verso marosi che ci rendono orgogliosi della sfida; coscienti dei nostri limiti: nostos, nostoi, azzardi, abbracci di mondi che ci fanno felici dacché contengono la materia prima della POESIA. Questo è Cerio; questo il suo canto: un inno alla vita in tutta la sua plurale polivalenza: amore, scottature, lungo viaggio verso rotte che lasciano: "la lama atroce delle memorie".
    Complimenti amico per il tuo fulgido poemetto.
    Nazario

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  4. Dice bene Pasquale Balestriere, con i suoi felici rimandi ad Eliot e a Rimbaud, che quello di Umberto Cerio è un “potente affresco” del mare. E io aggiungo che la potenza dell’affresco viene di volta in volta declinata, dal poeta, nell’epica tenacia dei personaggi omerici o nella possente, divina bellezza di quelli di Michelangelo; nell’onirica, sognante leggerezza delle atmosfere ariostesche, o ancora nel dramma, nella disperante sconfitta dei “vinti” di Verga. Ed ogni volta la resa lirica della rappresentazione sconvolge o appassiona, annichilisce o esalta, in un’altalena di emozioni contrastanti che ci restituiscono l’essenza stessa della poesia. Nel suo poemetto Cerio canta la natura sacra del mare, essenza intesa come azzardo e mistero, scommessa e fede, naufragio e terra promessa. Una visionaria, favolosa rappresentazione, che scandisce i sogni dell’uomo: fuga, coraggio, fantasia, volo, conoscenza, libertà; o che, di converso, segna i confini invalicabili dell’esperienza e della ricerca: sofferenza, paura, violenza, resa, tradimento, morte. Un viaggio nel tempo e nello spazio in cui mito e racconto, leggenda e storia, fantasia e realtà, come gioiosamente nota Nazario Pardini (per il quale il poemetto di Umberto Cerio rappresenta un sontuoso invito a nozze…), si contaminano a vicenda, si fondono e si confondono. Una fantastica rivisitazione, quella compiuta da Umberto Cerio, dell’umana avventura, di questo misterioso e periglioso cammino, di cui il mare è testimone privilegiato. Solo che il mare di cui Cerio è nobile cantore non è ormai che solo un ricordo, rimpianto, nostalgia. E’ quel mare che, nella illuminante trasposizione di Maria Rizzi, è anche, baudelerianamente, il mare-specchio e il mare-anima dell’uomo libero. E Umberto Cerio canta, del mare, in particolare quel “Mediterraneo antico” custode di “tutte le leggende”, il mare dalle “bianche scie serene”, quello dei Fenici e dei Greci (ma anche il mare degli Iapigi e dei Messapi, quello estremo e profetico di Enea…), e soprattutto il mare del sempiterno Ulisse.
    Proprio per questo io avverto e “leggo”, nel poemetto di Umberto Cerio, uno straziante grido di dolore, un senso di disfacimento e di abbandono: l’angoscia e lo sconcerto per quel mare ormai per sempre sparito, quel Mediterraneo che è stato “culla d’umanità e tremito / di luci con sapore d’eternità”, e che ora invece nasconde “consunti resti d’uomo / legati a relitti sperduti”; quel mare “senza più un ritorno di alcioni / e d’augurali colombe di pace”.

    Umberto Vicaretti

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  5. Non è facile trovare parole per commentare le lusinghiere note di Pasquale Balestriere, Nazario Pardini e Umberto Vicaretti e partecipare a un dialogo nel quale quelli che io considero tre fra i più significativi poeti contemporanei interagiscono con piglio di validissimi ermeneuti, per commentare una mia poesia, non so se all'altezza della loro bravura di critici. Certo è che le loro note non solo hanno colto nel segno delle mie scelte di fondo e dei connotati ispiratori presenti nel mio poemetto sul mare (per celebrare la sua sacertà) al quale ho affidato il senso della varietà e della vastità della vita, nel bene e nel male, nella bellezza e nelle bufere che hanno giustamente ricordato a Pasquale Balestriere la via del senso di qualche verso carducciano e dell' "iracundior Hadria" di oraziana memoria. E dice il vero, con grande maestria, quando afferma che si tratta di "rievocazioni di varia intensità....che connotano il testo di qualche punta dolorosa". Sulla stessa lunghezza d'onda si muove la nota sapiente e sapida di Nazario Pardini, che da par suo nota come "storia, mito, fantasia, realtà, emozione, potenza esistenziale, sofferenza e vicissitudini" e molto altro ancora sia presente nella visione del mare, perché il mare veramente "ha sempre significato spazio indefinito, orizzonte a cui l'uomo aspira per ovviare alla sua caducità". E Umberto Vicaretti rincara la dose quando afferma che "nel poemetto" si "canta la natura sacra del mare, essenza intesa come azzardo e mistero...sofferenza, paura, violenza, resa, tradimento, morte". E che il mare di una volta oggi quasi non esiste più e che le leggende ad esso legate rischiano di scomparire per sempre.
    Sicché io sento la necessità e, perché no?, anche il piacere di ringraziarli, perché hanno chiarito ed ampliato i temi, le emozioni, le storie, il senso dei miti che, in "MARE", sono tutti presenti o in nuce o solo immaginabili nel bianco dei versi. E il tutto contenuto e conservato, come dice Nazario, riportando l'ultimo verso, ne "la lama atroce delle memorie".
    Umberto Cerio

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  6. Vive di morte e muore di vita il mare. Fin dalle prime battute, il poema di Umberto Cerio ci immerge nell'incandescente tensione, tragica e dolce, dei flutti marini: l'urlo delle bufere e dei marinai dispersi, insieme ai "giochi d'azzurro e di verde" delle salmastre onde marine. Appaiono fantasmi di mitici eroi, avvolti in drammi mai spenti e in amori viventi tuttora. Nel mare c'è tutto, c'è l'inizio e la fine e si raccolgono tutte le voci. Nei suoi abissi sprofonda e riemerge l'intero vivente. Il canto di Cerio è un inno alla mutevolezza, alla cangianza, all'avvicendarsi della gioia e del dolore. Ma c'è di più: il paesaggio violento dove tutto s'avviva e muore, il campo di battaglia dove gli odi e gli amori si scontrano e si danno la mano, viene come assorbito in uno scenario più ampio, in quel senso di eterno suggerito dall'immensità del mare.
    Franco Campegiani

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  7. Grazie, Franco, per questo tuo commento, dove noti con efficacia e animo sapiente che "nel mare c'è tutto, c'è l'inizio e la fine e si raccolgono tutte le voci". Il tuo è un commento sapido che mi giunge gradito, perché ha il sapore della spontaneità e della condivisione insieme, soprattutto quando poi aggiungi che il mare ci offre "un paesaggio (anche) violento, dove tutto si avviva e muore" e ridona la vita. Grazie per aver inteso lo stato dell'anima.
    Umberto Cerio

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