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lunedì 30 novembre 2015

UMBERTO VICARETTI: "ALTRE STAZIONI ATTENDONO"


Umberto Vicaretti collaboratore di Lèucade


Altre stazioni attendono
(da Inventario di settembre. Blu di Prussia. 2014)

Di stazione in stazione,
fuggiamo verso misteriosi approdi.
Sepolto nella teca di cartone,
testardamente il Cristo sconosciuto
intralcia i nostri soliti weekend.

Chiusi nel burqa dell’indifferenza,
passiamo alla misura di un deserto
da  quel fagotto informe,
pietà negata che ci disonora.

Andiamo oltre.
                           Altre stazioni attendono
(nessuno più si ferma a Samaria),
altro Vangelo è il nostro.

3 commenti:

  1. Umberto Vicaretti svolge poeticamente, nella sua nota e consumata maestria, una riflessione molto amara sullo stravolgimento delle leggi elementari della vita. La nobile stirpe di Adamo sostituisce l'amore con l'egoismo, la solidarietà con il conformismo, e via dicendo. Il mondo degli uomini corre verso non si sa dove, insensibile verso chi resta indietro e in disparte a guardare. Mentre i più salgono, c'è chi rimane a cantare la sua nenia in fondo alle scale. Ci sono gli emarginati, i barboni che, come "il Cristo sconosciuto", intralciano il nostro frivolo e abitudinario tran-tran. "Nessuno più si ferma a Samaria" è un verso posto tra parentesi, come sussurrato, ma che ha una dirompenza sconvolgente, straordinaria. E che dire della chiusa icastica ("altro Vangelo è il nostro"), a significare l'alto tradimento perpetrato!
    Franco Campegiani

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  2. Nove endecasillabi (di cui uno spezzato) e tre settenari intensi e scolpiti per un atto d'accusa all'uomo contemporaneo grettamente egoista e attento solo ai suoi bisogni. Non c'è alcuna pietà -dice il poeta- per "il Cristo sconosciuto", "sepolto nella teca di cartone", e neppure c'è un Samaritano che manifesti un'ombra di condivisione. Qui c'è solo indifferenza cupa, bieca, peraltro messa in risalto dal ritmo lento e severo di ogni verso e quasi di ogni parola.
    Umberto Vicaretti disegna con partecipata, dolceamara e sorvegliata effusione un grave ( e forse fondamentale) peccato della nostra società: lo fa ( e non solo in questa circostanza) con un senso di fraterna e commossa "pietas" per gli umili, per gli ultimi. E, naturalmente, con accenti di vera e profonda poesia.
    Pasquale Balestriere

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  3. Sono assai grato a Franco Campegiani e a Pasquale Balestriere (nonché al serafico “mandante” Nazario Pardini...) per avere letto con così grande partecipazione i miei versi, nei quali essi hanno saputo cogliere, sia pure con differenti (ma convergenti) rilievi critici, la narrazione del progressivo impoverimento spirituale e morale della specie 'homo sapiens', la sua inarrestabile deriva antiumanistica, il sacrilego tradimento di ogni principio di solidale prossimità con i suoi simili.
    E, seppure in presenza di un testo semantico-concettuale di facile lettura e interpretazione, scavano nel profondo, confermando tutta intera la loro consueta, finissima capacità ermeneutica.
    Chapeau!, e grazie davvero.

    Umberto Vicaretti.

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