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mercoledì 2 marzo 2016

FRANCO CAMPEGIANI: "LA POETICA DI SANDRO ANGELUCCI"


Franco Campegiani collaboratore di Lèucade

Sandro Angelucci collaboratore di Lèucade

Presentata a Roma, presso "Il Polmone pulsante"
La poetica di Sandro Angelucci
L'incontro, condotto e organizzato da Claudio Fiorentini, si è svolto il 27/2/2016, con letture di Valentina Innocenti e relazione di Franco Campegiani

Conosco Sandro Angelucci più o meno da tre lustri e credo di poter dire che la condizione psicologica da cui nasce la sua poesia è un desiderio di tabula rasa delle sovrastrutture culturali che ci hanno condotto nelle sabbie mobili in cui ci troviamo. E' come se, sull'orlo del baratro, accadesse un miracolo. Il poeta si spoglia di tutte le maschere, di ogni pregiudizio, e nella nudità ritrovata nasce un canto di riconciliazione insperato. E' un rinnovamento dello stato originario, una riproposizione di quell'innocenza edenica da cui per ingordigia l'umanità si è allontanata, come sempre si allontana per dare modo a ciascuno di tornarvi individualmente. Ho seguito Sandro in tutti questi anni e sono testimone dell'evoluzione di questo suo canto aurorale, decisamente controcorrente, che si sbaglierebbe a confondere con la nostalgia di ciò che fu e che non è più stato.
Il primo testo s'intitola Non siamo nati ancora, edito da Sovera nel 2000 con prefazione di Aldo Onorati. Il quale non a caso scrive: "Tutto è così essenziale, in questi versi, così filtrato nella parola semplice ed espressiva, che si rimane presi dal candore e dalla problematicità al tempo stesso di questa silloge". La semplicità, la limpidezza, il candore sono dunque il frutto di una macerazione, di una conquista interiore, di una condizione mentale complessa e tormentata. Non è spontaneismo, non è dare la stura a qualunque sciocchezza venga alla penna o alle labbra. Non è il bla-bla di chi si affida al caso. Qui il poeta è nuovamente ispirato. Un'ispirazione che nasce dal vuoto mentale, dall'annichilimento dei luoghi comuni, perché è solo dal silenzio, un silenzio tombale, che la parola nuova sgorga come polla sorgiva.
"Io lo so cosa vuol dire non parlare / perché si ha voglia di far parlare il cuore: / E' come riacquistare la memoria all'improvviso". Così scrive Angelucci in una delle prime poesie di quella sua opera prima che, rileggendola oggi, a distanza di anni, mi sorprende molto più di allora. Di quale memoria parla? Di una memoria dell'Essere, non di una memoria del passato. Di una memoria che non riguarda il vissuto esistenziale o storico, ma riguarda una vita che precede la vita: la anticipa, la indirizza, la sorregge, le scorre a fianco. Non parla del Tempo, ma del Non-tempo. Di una Coscienza cosmica che erompe all'improvviso per rinnovare la vita, per ridarle fiato ed energia, per darle il coraggio di iniziare nuove avventure. Una rigenerazione, dunque, una rinascita e non un rimpianto. Parliamo di rinnovamento, non di recupero.
Le poetiche contemporanee, tranne rare eccezioni, sembrano incapaci di uscire dallo stallo di una negazione di senso assoluta. Da un lato l'Estetismo che trova rifugio nel compiacimento estetico, nella retorica della forma pura, e dall'altro l'Intimismo, con quell'ossessione del male di vivere che chiude l'uomo dentro se stesso. Da un lato la massificazione, dall'altro il solipsismo, entrambi disperati. Si tratta di due tendenze opposte che nascono da una medesima radice: l'interruzione del rapporto dell'uomo con la natura, con la vita, preferendo la fagocitazione reciproca, il reciproco inglobamento dei due termini tra di loro. Un desolante nichilismo che ha prodotto infine lo stallo della cultura attuale, il cosiddetto Postmoderno, acme di quella profonda crisi dove si smarrisce ogni valore e l'uomo sembra destinato ad uscire di scena. Occorre voltare pagina, proponendo quella conciliazione tra i due poli che troviamo nella poesia di Angelucci e che è una modalità tipica del pensiero mitico-sapienziale del passato più remoto ed arcaico. 
Nulla finisce e tutto si rinnova, ci dice infatti Angelucci: "Non so come vediate voi la vita; / io la vedo così: / la vedo infinita. / ... / La vita nasce, cresce, s'addormenta, / sogna. Poi rinasce". E' l'esperienza di un uomo che vuole andare al fondo delle cose, perché "la verità sta oltre / e, come sempre in fondo: / ... / E' sul fondale / che il mare placa / la sua tempesta". Ma poi dal profondo si risale in superficie. E' un andirivieni infinito. Noi siamo già nati, forse migliaia di volte, ma "non siamo nati ancora". Siamo vegliardi e bambini nello stesso tempo. Abbiamo tanto vissuto, ma abbiamo tutta una vita, e sempre una vita, da vivere ancora. "E' strano / come la vita nasca / e nello stesso tempo muoia, / come d'incanto il pianto / tramuti il suo dolore / nella gioia". "Un pianto che sconfina nel sorriso".
Siamo nel pieno dell'armonia dei contrari. "So di essere / triste e felice, / estroverso e scontroso, / buono e cattivo. / Posso acquisire un amico / e procurarmi un nemico. / So inquietarmi / e regalare un sorriso. / Ma triste o felice, / buono o cattivo, / con o senza un amico... / sono io a volerlo / e tutto mi occorre, / niente è abbastanza / per sentirmi più mio". Questo connubio, questo incontro di esigenze contraddittorie, ineliminabili, la dice lunga sull'istanza di equilibrio che muove questa poesia. Il male ed il bene nascono dal medesimo ceppo. L'innocenza, allora, non è assenza di azioni negative, ma neutralizzazione del negativo col positivo, e viceversa: equilibrio, appunto. Siamo molto lontani dalle esagitazioni mistiche. E anche laddove il poeta si rivolge a Dio, sembra in realtà rivolgersi ad un amico, a un confidente, a un compagno di viaggio, a un fratello maggiore.
La prospettiva è squisitamente francescana, con un dialogo instaurato, più che con il Sommo, con l'irraggiungibile Sovrano, indirettamente con l'impronta da Lui lasciata nelle cose. Dunque con il creato, con le creature. Pian piano, nelle successive prove letterarie, questa spiritualità acquisterà sempre maggiore concretezza, ed emergerà una sensibilità sempre più legata al cosmo e alla terra, agli esseri da cui questa è abitata. Non c'è alcun bisogno di nominare Dio. Anzi, più lo si nomina e più lo si allontana. Il Creatore è implicito nell'opera creata. Non è esplicito, perché, se così fosse, alzando gli occhi al cielo, noi ne vedremmo continuamente il volto radioso affacciato al davanzale delle nuvole. Dio è innominabile ed impensabile. Si può solo metterlo in pratica nelle azioni quotidiane. Le sue Leggi stanno nel cuore di ogni essere vivente, uomo compreso.
Credo di poter interpretare in questo senso il titolo del secondo testo poetico, Il cerchio che circonda l'infinito, edito nel 2005 da Book Editore. Può l'infinito essere circondato? può il finito contenere l'infinito? E' un controsenso, è paradossale, ma in un certo senso è proprio così. Noi siamo dentro il mistero e il mistero è dentro di noi. Assoluto e relativo sono l'uno nell'altro. C'è un ordine implicito ed un ordine esplicito del mondo. Due vite separate e parallele che si coappartengono. L’eternità, da sola, non esiste, così come non esiste, da solo, il tempo. Finito ed infinito si abbracciano, pur essendo totalmente diversi tra di loro. Così la forza di gravità può intrecciarsi con quella ascensionale, e il poeta può scrivere: “La terra geme / sotto i miei passi / pesanti come il piombo / ma li sospinge / e li dirige / mostrando loro / il centro del bersaglio”.
E’ il viaggio che va da un’innocenza perduta a un’innocenza ritrovata. Una verginità, pertanto, che  gronda del male di vivere dell'uomo di sempre, di quello odierno in particolare. E ciò a dispetto di quelle immagini oleografiche dell'Eden che lo dipingono come  luogo privo di stati conflittuali, luogo dove il Bene non è mai contraddetto e viene regalato addirittura. L'incanto che propina questa poesia è ben consapevole dell’angoscia che attanaglia il mondo. La sperimenta sulla propria pelle e il desiderio di azzurro nasce proprio dalla nera zolla della disperazione. Non scambiatelo, allora, questo poeta, per un naif. Egli è un problematico, un uomo che giunge alla semplicità attraverso un percorso di sofferenze interiori. Nel suo mondo il Bene è faticosamente conquistato, mentre il Male è un compagno di viaggio sgradito certamente, ma indispensabile.
Le perdite, le sconfitte, sono fonti di insegnamenti straordinari. Sono esperienze che arricchiscono, a modo loro. E sta qui l'ulissismo di questa poesia, l'eroismo diseroico, anti-titanico, di chi ha l'umiltà di farsi chiamare Nessuno. Un canto sommesso, ma poderoso. Una preghiera, anche, che invita “a congiungere le mani / senza la presunzione di pregare”. Condanna, questa, della supplica, dell'implorazione che chiede ad altri quello che  potremmo ottenere da noi stessi se sapessimo vivere secondo leggi universali, e-vocando e non in-vocando il divino. Purtroppo ci siamo relegati a vivere in un mondo “strappato alle radici del mistero”, in un mondo astruso, pertanto, privo di concretezza per quanto pretenda di essere concreto.
Nel mondo reale, invece, che è poi il mondo del mistero, “tutto s’azzurra / come d’aurora il mare”. In quel mondo “insospettati uomini / inseguono le nuvole /  e invecchiano / con gli angeli”, mentre il Dio Creatore scrive “sulla pagina del cielo” con la calligrafia di un bambino che “solo a chi non sa leggere / è dato di capire”, perché chi sa leggere, purtroppo, ha smarrito la propria verginità, quell’innocenza che è tanto difficile recuperare. E veniamo al terzo testo poetico, Verticalità, edito nel 2009 ancora una volta da Book editrice. Uno scritto, anche questo, di profonda tensione spirituale, che si sbaglierebbe a confondere con un canto religioso, come qualcuno ha fatto, giacché spiritualità è ricerca, mentre religione è dottrina.
L’ansia di cielo che trasuda da queste poesie fa continuamente i conti con la realtà esistenziale e non ha timore di esserne sopraffatta: “Sogno di cielo / che vince la gravità dei corpi / che a volte s’inabissa e poi risorge. / Fiamma che sale. / Brace che si accende”. La dualità è fondamentale in questa visione del mondo, angosciata e gioiosa nello stesso tempo. Dualità stupendamente espressa nella metafora dell’albero che ha i piedi piantati al suolo e la chioma svettante nei cieli. Da un lato l’uomo fisico, dall’altro l’uomo spirituale. Si è due in uno, o uno in due se volete. Ed è l’equilibrio. Altro che schizofrenia, come taluni intendono! La bilancia ha bisogno di pesi contrastanti. Sentite questo grido: “Io non sono qui. / Sono lassù, / dove la neve copre le distese”. O ancora: “C’è un’altra terra / per le mie radici / e un altro cielo / per i miei germogli”.
E' un'esigenza di stabilità, di armonia ad alimentare questa voglia di estraniarsi, di distaccarsi dalle cose terrene per poi tornare nel mondo con maggiore lucidità operativa. Il poeta cerca la comunione con il proprio essere. Sa che non potrà mai raggiungerla pienamente, perché si rende conto, come lui stesso dice, di essere appena un barlume di se stesso. Ma tanto basta per resistere all’aggressione di un mondo che tenta di rubarlo a se stesso, allontanandolo fra l’altro dalla comunione con gli altri esseri. Verticalità è anche orizzontalità. E' quella tensione verso l’Alto che migliora la vita del singolo, producendo di riflesso condizioni sociali migliori. “Non vedi / che tutto torna a Lui / tutto si rinvergina / dopo essersi nutrito con l’amore? / E invece / per chi si ciba delle scorie, / dei veleni dell’ipocrisia, / dei soliti egoismi / tutto precipita / tutto finisce dentro il buco nero / che inghiotte spirito e materia?”.
Ed eccola la punizione per il materialismo imperante. Un boomerang. Esso ama a tal punto la materia che la distrugge. Un amore morboso, possessivo, distruttivo. E qui scatta la rabbia, lo sdegno, perché in questa poesia spiritualità e ribellione vanno di pari passo. E' una mistica anarchia, quella di Angelucci: “La voce di un poeta / è quella del silenzio / ma questo canto è lotta, / guerra che si combatte senza tregua / fino alla resa, / finché non sgorghi il sangue”. E ancora: “Siete troppo presi /a far quadrare i conti / del dare e dell’avere. / E non sapete / che siete in debito, / siete in bancarotta”. E la collera cresce pensando al “manipolo d’ingordi”, “i nuovi Proci / affaristi con le tasche piene” che hanno scacciato l’Onnipotente “sedendosi sul trono / che fu della Bellezza e dell’Amore”. Il poeta si sente in balia del mondo, ma dichiara: “Trafitto dalla luce del tramonto / ogni giorno, nella mia morte / io mi metto in salvo”.
C'è una porticina segreta, nei recessi più interni dell'anima, aprendo la quale si entra nelle profondità della vita e dell'Essere, negli abissi di quelle Leggi immutabili che sono profondamente dinamiche, non statiche. Leggi di rinnovamento costante, dove ogni fine corrisponde a un inizio ed ogni inizio a una fine. Consegnarsi a queste Leggi immutabili non è il passatismo nostalgico di chi vede il Divenire come un vascello alla deriva, ma è un consegnarsi alle radici che sempre si rinnovano e che sono le uniche garanti di vita. E' un tornare al Cielo e alla Terra per far si che i nostri meccanismi psichici finalmente girino secondo ingranaggi naturali e universali. Tutto questo appare con grande evidenza nel più recente lavoro poetico di Angelucci, Si aggiungono voci  (Lieto Colle editore, 2014).
La Natura è l'incontrastata dea di questa poesia. Non la natura esteriore, la natura bucolico-georgica, virgiliana. Non le pastorellerie rasserenanti dell'Arcadia. Quello che il poeta cerca, nei paesaggi campestri e montani di cui è ricchissima la terra dove ha la fortuna di abitare (la sabina reatina), è l'interiorità inquietante della Terra Madre, le cui leggi d'amore l'uomo aggredisce, non valutando che quell'amore è implacabile e inevitabilmente si rivolge contro di lui. Nessun idillio, pertanto. Qui non c'è l'edulcorata visione di una Terra tutta carezze e baci, tutta fiorellini ed augelli svolazzanti nei prati. Ci sono schiaffi e carezze, perché la violenza della natura deve essere accettata. Non da esseri remissivi e rassegnati, ma da esseri padroni di se stessi, consapevoli che il Male, come il Bene, contribuisce alla costruzione della coscienza.
Non si dovrebbe porre l'uno contro l'altro Caino e Abele. Icaro, allora, si deve ravvedere: "Meglio ammettere, / una volta per tutte, / che ho le ali, che sono un demone: / solo così posso sentirmi un angelo". Tanto più in alto Icaro può volare, quanto più si sente radicato al suolo e non abbandona la forza gravitazionale. Questo perché, scrive Angelucci, "sulle spalle... / deve gravare / il peso di una Croce". Altrimenti non si aprono le porte degli azzurri paradisi. "Proprio quello l'errore: la superbia. / Mentre pioveva amore / non accorgerti / che stavi camminando sulla stella / che più desideravi, / e tu, in volo, a cercarla chissà dove, / in quali mondi, / in quali paradisi inesistenti".  Vero volo è quello delle rondini nel loro spiazzante e scomodo zigzagare: "traiettorie / senza nessuna logica apparente / ... / E non la linea retta / che si perde / nella sua stessa, vuota inesistenza. / ... / picchiare, risalire e poi planare. / E poi picchiare ancora, / ancora risalire, fino a sera / finché c'è fede / e amore e forza nelle ali".
E' il leitmotiv dell'intera raccolta: la Natura come manifesto di leggi cosmiche, come fonte inesauribile di insegnamenti etici. La natura è un libro aperto e a nostra portata di mano; un libro scritto in un linguaggio semplicissimo, seppure dimenticato. E non è vero che le sue leggi ci vogliano schiavi. La natura, ci dicono queste poesie, insegna ad essere liberi. Ed ecco rovesciato l'assunto generato dalla nostra stoltezza, secondo cui libertà sarebbe affrancarsi dalle leggi del creato. Non è così. Essere liberi significa essere se stessi. Si può forse dubitare che un animale lo sia? o che lo sia un vegetale? o un minerale? Costoro sono se stessi perché sono selvaggi. Questa è la caratteristica della libertà: essere selvaggi, ovvero padroni di se stessi. Noi non possiamo esserlo, perché la cultura, l'intelletto, il libero arbitrio, ci rendono decadenti e schiavi di noi stessi.
                                                                             

Franco Campegiani

   
  


14 commenti:

  1. Non ho avuto il piacere di leggere in toto nessuna delle raccolte poetiche di S. Angelucci, cui la recensione di F. Campegiani fa riferimento, seguendone l’ordine di pubblicazione: Non siamo nati ancora,2000, Il cerchio che circonda l'infinito, edito nel 2005, Verticalità, nel 2009. E mi dispiace. Solo la lettura dei testi ci apre davvero la porta dell’anima dell’autore, ci immette nel mistero della sua parola poetica, dei suoi dubbi, ci svela silenzi e paradossi …Ogni recensione è mediazione, talvolta magistrale, ma il testo è molto di più, dà sempre molto a pensare, ha un destino proprio che può sfuggire perfino alle intenzioni dell’autore, ai sensi che egli vi immette e a quelle di ogni interprete di turno.
    Nondimeno ammiro l’interpretazione articolata e profonda che Campegiani propone, passando dall’individuazione della “semplicità”, del “candore”controcorrente, alla “memoria” che è armonia universale, alla spiritualità vertiginosa che sa unire orizzontalità con “verticalità” e che si fonde nel tema della Natura. Interpretazione in sintonia col mondo filosofico del commentatore
    Mi affascina la dichiarazione di poetica di Angelucci:
    “Sono atomi/ gangli della mia stessa carne
    questi profumi/ che un refolo di vento mi consegna….
    …ci si provi con il cuore/ ad intuire:
    ….S’inizia a vivere/ quando non c’è più nulla da capire.”
    Sobrietà ed essenzialità del dettato: parole limpide, chiare, dubbi che si ripropongono eppur si placano nello scavo interiore. Vivere tenendo alto il cuore è pur sempre una cosa difficile e, l’equilibrio faticosamente conquistato non esclude mai cadute

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    1. Ringrazio Maria Grazia Ferraris per il sentito apprezzamento. So da chi giunge e ne vado fiero. Sono d'accordo: il testo è molto di più di una recensione, ed è per questo che il critico dovrebbe dare all'autore - citandolo - molto più spazio di quanto normalmente concede. Io cerco di farlo, ma la lotta è comunque impari, perché nulla può avere lo splendore della poesia. A meno che - proprio come dice Sandro - il critico "non provi con il cuore ad intuire", offrendo in tal modo alla poesia la possibilità di rinascere attraverso uno specchio interpretativo. Ma è così raro che accada.
      Franco Campegiani

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  2. Magnifico e davvero esemplare questo saggio sulla poetica di Sandro Angelucci; un excursus assai approfondito e circostanziato, condotto da Franco Campegiani con la consueta bravura e con acutissima capacità ermeneutica e critica. Al Polmone Pulsante c’ero anch’io, e anch’io ho avuto la fortuna e l’opportunità di poter leggere, di Sandro Angelucci, le sillogi “Verticalità” e “Si aggiungono voci”, raccolte poetiche forgiate al fuoco e al respiro dei mondi, e che egli nutre di spiritualità e di assoluto, essenza e pneuma del suo poièin. Niente ci sarebbe da aggiungere alla poderosa e superba nota di Campegiani. Tuttavia, brevemente voglio accennare a due degli aspetti che, tra gli altri, connotano la poetica di Sandro Angelucci. Essi sono strettamente interconnessi e non separabili: il primo riguarda la Weltanschauung, ovvero la visione che Angelucci ha del mondo e della vita; il secondo è il sentimento del tempo. Essi ritmano e costituiscono la struttura portante della sua poesia, la quale trova nell’alfa e nell’omega, in continuità permanente tra di loro, un unico, eracliteo divenire, la chiave di lettura non solo per la comprensione del nostro mondo e del destino dei viventi, ma anche la chiave per “leggere” e comprendere la forza vitale che governa la terra e il cielo, le costellazioni e le galassie, i cosmi, l’intero universo. Detto per inciso, non a caso si tratta di una visione del mondo che può praticamente sovrapporsi a quella di Franco Campegiani, con l’avvertenza che mentre l’approccio all’enigma dell’esistere e alla spiegazione del mondo e dell’universo è in Campegiani di natura, per così dire, religiosamente laica; in Angelucci detto approccio risulta più marcatamente religioso in senso classico. Quello di Angelucci, afferma Campegiani, è un “dialogo instaurato, più che con il Sommo, con l'irraggiungibile Sovrano, indirettamente con l'impronta da Lui lasciata nelle cose”; e ancora, e proprio in forza di tale assunto, “Dio è innominabile ed impensabile”. Eppure, a nessuno che abbia seguito l’evoluzione poetica di Angelucci può sfuggire il carattere di natura fideistica della sua poesia; anzi di natura, direi, addirittura pascaliana, come con sorprendente evidenza si può leggere nei seguenti versi: “L’urlo che mi muore in gola / adesso io te lo rendo / perché tu sappia / che non ti ho mai tradito. / Voglio tu lo trattenga / come una scommessa. / Ho puntato tutto / sulla tua esistenza / sulla tua bontà, sulla Bellezza, / con la certezza / d’essere nel giusto” (Fedeltà).
    Eccola la parola: “scommessa”, proprio come in Blaise Pascal, che sull’esistenza di Dio invita, appunto, a scommettere tutto, non sussistendo, nella fattispecie, l’alea dell’insuccesso e dell’impoverimento: se si perde, non si perde nulla; ma se si vince, si vince tutto.
    Umberto Vicaretti - Prima parte

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  3. (Seconda parte)
    Si potrebbe perciò definire quella di Sandro Angelucci come poetica del tempo e dell’attesa, però di un tempo interiore e irriducibile, che perennemente accorda non solo le stagioni del mondo e quelle della nostra vita, ma che supera il provvisorio e il contingente per farsi respiro cosmico e ritmo del ciclo interminabile di vita e morte, fine e principio, buio e luce. In ciò, a mio parere, consiste il poièin di Sandro Angelucci. E mi piace sottolineare che, da questo specifico punto di vista, un forte legame idealmente accomuna il suo con il pensiero di un grande poeta, con cui Angelucci ha avuto una lunga frequentazione e una solida amicizia; un poeta che della vita e del mondo aveva una visione profondamente e religiosamente cristiana: il compianto Gianni Rescigno. Scrive dunque il poeta di Castellabate nei tre versi, lapidari e luminosi (dai chiari echi e rimandi quasimodiani), di questa lirica tratta dal libro “Nessuno può restare”: “Si resta soltanto con le ore. / E non le conti. / Così incomincia l’eternità. (Si resta soltanto con le ore). Versi che trovano corrispondenza in quelli salvifici, di sapore escatologico, che ci propone Angelucci in questa lirica tratta da “Verticalità”: “La vita è un’altra cosa, / mi son detto, / altro il suo ritmo, / altro dell’iride il pulsare / nell’occhio dell’eterno. /… // Perché c’è un’altra terra / per le mie radici / e un altro cielo / per i miei germogli. (Io come naufrago).

    Umberto Vicaretti

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    1. Sono davvero grato a Umberto Vicaretti per gli apprezzamenti che rivolge alla mia nota critica, ma molto di più lo ringrazio per la possibilità che mi offre di chiarire un nodo cruciale del mio pensiero. Parto dalla differenza, che credo nota a tutti, tra Dio e il Divino. All'atto di eclissarsi dietro l'opera creata (come ogni buon padre che vuole fare del figlio il padrone di se stesso), il Grande Artefice si è preoccupato di non abbandonarla al suo destino. Così le ha fornito coordinate, seguendo le quali essa possa avere tutto ciò che le occorre per la sua armonia. Cos'altro è la "scintilla" di cui l'uomo è dotato? cos'altro è l'"angelo custode", se non quel Divino dell'uomo che l'uomo sempre trascura, addirittura scavalcandolo quando pensa di potersi presuntuosamente rapportare a Dio? L'angelo non è altro che il divino compagno di viaggio con cui l'uomo è chiamato a confrontarsi nella sua vita terrena. A parer mio, il "tu" trascendente cui si rivolge Angelucci (come altri poeti, ivi compreso Rescigno, a prescindere dalla loro consapevolezza) non è altro che questo compagno o fratello maggiore: lo dimostra il tono confidenziale, che ovviamente non potrebbe essere usato direttamente con Dio. L'angelo, o se volete il "daimon", è invece un'entità trascendente legata a fil doppio all'immanenza, al corpo fisico. Con essa si può e si deve parlare alla pari, seguendo i suoi insegnamenti, ma anche facendo valere le proprie ragioni umane. Credo di poter dire, su questo punto, che io e Sandro la pensiamo alla stessa maniera, ma ciò non significa che i nostri due mondi poetico-filosofici siano identici o sovrapponibili. Ci mancherebbe altro! Siamo personalità molto diverse, e a provarlo basti questa osservazione: dove lui tende allo "scavo" interiore, in me prevale l'"eruzione".
      Franco Campegiani

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  4. Se ho deciso di aggiungere un commento a tutto ciò che è stato sapientemente scritto da penne sicuramente più autorevoli della mia è esclusivamente per due motivi.
    Il primo è per congratularmi vivamente con Franco Campegiani per il suo “ magnifico e mirabile saggio sulla poetica di Angelucci” come Umberto Vicaretti giustamente suggerisce.
    Campegiani, sicuramente favorito dalla lunga amicizia con Angelucci che lo ha portato a conoscere l’uomo assieme al poeta, ha comunque magistralmente viaggiato di verso in verso da “ Non siamo nati ancora”
    - in questo titolo non c’è forse già, intera, la successiva weltannschauung del Nostro?- a “ Si aggiungono voci” passando attraverso quelli che io ritengo i massimi capolavori ( ammesso che si riesca davvero a dare una preferenza): “ Il cerchio che racchiude l’infinito” e “ Verticalità”.
    Chissà se Campegiani e Angelucci saranno d’accordo con me se affermo che io non trovo ci sia evoluzione poetica , almeno nelle ultime tre opere che ho letto integralmente mentre della prima conosco solo le poesie citate. Ci può essere evoluzione in qualcosa che è già in embrione di infinita bellezza e già compiuto?
    Come dire, si può amare di più se già si ama infinitamente? Forse cambiano alcune tematiche, questo sì, ma siamo di fronte a un poeta che in un recente dibattito sulla poesia ha affermato che “ per minima parte si può progredire nel tempo”.
    Il secondo motivo che mi ha spinto a scrivere può essere riassunto in due parole perché mentre scrivo, vedo un’ulteriore nota di Campegiani che anticipa il mio pensiero puntualizzando l’unico aspetto del commento articolato e profondo di Umberto Vicaretti su cui non sono d’accordo.
    L’approccio alla visione del mondo nella poetica di Angelucci non trovo sia religioso in senso classico ma piuttosto frutto di una forte tensione spirituale che, come sottolinea giustamente Campegiani, non si può confondere con un canto religioso, con una dottrina, ma è profonda ricerca della verità e della conquista dell’equilibrio attraverso l’armonia degli opposti, marchio inconfondibile della poetica di Angelucci e della sua vita perché Sandro Angelucci è la sua Poesia.
    Annalisa Rodeghiero

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  5. ERRATA CORRIGE
    weltanschauung e non weltannschauung
    circonda e non racchiude.

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    1. Grazie Annalisa, per la vicinanza e per il commento prezioso. A parer mio, l'evoluzione o il progresso della poesia vanno intesi in senso esclusivamente estensivo, cronologico, non intensivo o qualitativo. E' come un gomitolo che si srotola. C'è il capolavoro, indubbiamente, ma è del tutto imprevedibile quando esso possa apparire, se all'inizio (pensiamo a Rimbaud) o alla fine della carriera. Dipende, a mio avviso, dallo stato di grazia in cui si trova l'autore, dalla sua sintonia con l'angelo, o con il "daimon" (che poi non è altro che la sua musa). Questa sintonia è indubbiamente variabile, ed ha ragione la Ferraris nel dire che "l'equilibrio faticosamente conquistato non esclude mai cadute".
      Franco Campegiani

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  6. Una volta tanto, caro Franco, una lettura introduttiva e NON un'interpretazione gratuitamente fuorviante. Sai,no?, quelle "personalizzazioni" incapaci di entrare e di aprire una porta...
    Sono andato subito a ascoltare i versi che hai riportato (non conoscevo Angelucci)e ho un motivo in più per continuare a ritenere la poesia un'esperienza dell'Istante, la rottura fulminea dell'orizzontale che apre l'Abisso. In tale Abisso abita la Misura incommensurabile del Mito che, ciclicamente, dà luogo alle immagini. Queste abitano il silenzio, ma la poetica che costruisce la parola rischia di perdersi nel labirinto logico. Ce lo diciamo da tempo. In Angelucci sento il peso di questo tempo della parola, il suo esaurirsi, il doloroso rimemorare stati interiori profondi. La consapevolezza dell'inadeguatezza della parola è forse lo sforzo di restituirle il senso originario e qui, Franco, ti propongo la possibilità che "recupero" e "rinnovamento" siano due termini che indicano una sola, fondamentale operazione.
    Il sentire di Angelucci antecede le storiche schizoidi distinzioni che hanno frantumato il nostro stare al mondo così come lo stare nell'umanità che siamo e di questo egli fa poesia. Solitudine e testimonianza, ri-evocazione e ri-orientamento. E cos'altro, specialmente ORA, ci si dovrebbe aspettare dalla poesia? Un saluto
    Vito Lolli

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    1. Ti sono grato, carissimo Vito, e credo di poterti esternare anche la gratitudine di Sandro. L'abbiamo detto più volte: c'è una critica "razionalista", che va per la maggiore, ma che anch'io ritengo "fuorviante", e c'è una critica "creativa", che crea sull'opera creata, senza per questo deturparla, ed anzi aiutandola a venire meglio compresa. Io cerco di operare in questa seconda maniera e sentirsi dire da uno spirito autenticamente creativo, quale tu sei, di essere riuscito nell'impresa, è molto gratificante. Nei momenti di grazia, l'uomo, abbrutito dal tran tran quotidiano,
      azzera ogni conformismo e torna ad essere ciò che dovrebbe essere secondo natura: un'intelligenza per l'appunto creativa, capace di nominare per la prima volta il mondo, pur usando parole comuni. Un rinnovamento, pertanto, o anche un recupero, se con questi termini intendiamo la riscoperta di modalità dimenticate del pensiero e non la riproposta di strutture culturali già sperimentate. La poesia è un ritorno alle radici, ma parliamo di radici archetipe e non di radici appartenenti al passato.
      Franco Campegiani

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  7. Splendida la disamina di Franco Campegiani sulla poetica di Sandro. Di quest'uomo, poeta -fanciullo e purissimo, che di lirica in lirica insegna la natura come madre -benigna, la stoltezza di noi uomini nel non comprenderne le leggi; lo scavo interiore e la tensione verso l'alto. Ho letto tutte le opere di Sandro e sono rimasta impigliata nei meandri della sua anima di seta, che rende lirico il pensiero, che esprime in versi la grandezza che l'uomo esprime in parole e fatti nel quotidiano. La sua ispirazione cristallina nasce dalla vita. E in lui occorre disporsi ad ascoltare il Poeta autentico, che trasmette un mondo che pochi percepiscono. Il poeta che sa raccontare quanto il giunco e il volo della rondine possano, talvolta, essere più eterni della guancia di una statua. Un Poeta intimista, mai intimo, che rende universali i nostri sentimenti, le nostre paure, i nostri sogni. Sandro rompe gli stampi e svela le verità dell'esistenza. Rimprovera l'uomo, che rischia di non entrare in sintonia con il tempo che gli è stato concesso. E s'identifica con gli elementi della natura....Ho letto i commenti che precedono il mio e credo che la sua grandezza, resa concreta, visibile, dalle parole dell'amico di sempre, ovvero di Franco, sia una sorta di incandescente epifania esistenziale. Grazie... è commovente essere legati dall'amicizia alle scale che portano al Cielo!
    Maria Rizzi

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    1. Grazie Maria, per la condivisione sentita. Le tue parole sono commoventi ed hai ragione nel dire che la natura è l'incontrastata regina di questa poesia. Una "madre benigna" che tuttavia, e anzi proprio per questo non risparmia e non risparmierà punizioni esemplari per il figlio degenere che sta dissacrando il suo regno. E' vero: Sandro "trasmette un mondo che pochi percepiscono". Ha un'anima di seta che improvvisamente può trasformarsi in un incendio. E' un poeta-fanciullo che, come tutti i fanciulli, non ha peli sulla lingua e quando c'è da ferire ferisce, finanche se stesso. E' buono e cattivo, angelo e demone nello stesso tempo: è puro per questo. Il suo canto è un inno all'amore ed è condanna per la sottrazione d'amore di cui tutti siamo responsabili.
      Franco Campegiani

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  8. E’ incredibile come i vostri inchiostri sappiano riconoscersi e accompagnarsi, arricchendosi a vicenda senza confondersi mai.
    A leggerli si rimane senza fiato mentre una penna esorta e l’altra accarezza. E viceversa.
    Sandro, secondo me sei una specie di folletto, uno gnomo, messaggero e protettore della Natura, come sai cantarLa tu, pochi, pochissimi lo fanno. Credo sia una questione di vibrazione, la Natura si fida di te, ti sente e allora anche tu puoi sentirLa. Le tue parole non si leggono, si guardano e si ascoltano, come fossero la proiezione concreta di qualche mistica visione e di un’antica e potente voce. Le tue parole sono tridimensionali, sono vive.
    Franco, prima di tutto grazie, per avermi informata di questa condivisione che mi ha davvero ispirata. Il tuo era un compito arduo: esporre, scrivere una relazione sulla poetica di Sandro, perché il rischio è quello di consumare la poesia, tentare di spiegare a livello mentale quello che esce fuori da qualsiasi confine logico e razionale. E secondo me tu hai il talento e soprattutto l’anima per non cadere in questo gioco. Riesci pure usando ‘paroloni’ a volte, a mantenere pura la bellezza di questo genere di parole (parole che sono di questo mondo ma che hanno radici magiche) non la stropicci, non la modifichi per renderla per forza più accessibile ma lo stesso, riesci ad avvicinarla al lettore, là dove ce ne fosse bisogno. A regalare quel qualcosa in più che fa comprendere meglio, che espande il senso senza mutilarne o addomesticarne la matrice selvaggia.
    Ed entrambi potete creare questo perché, quando scrivete, riuscite a mettere il cuore al servizio della mente e, inevitabilmente, arriva, si sente.

    Vi voglio bene, e vi abbraccio!
    Camilla

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    1. Cara Camilla, è incredibile anche per me (come credo per Sandro) l'unità d'intenti e nello stesso tempo la grande diversità delle nostre due muse. Trovo stupenda, a proposito di Sandro, l'immagine da te scolpita di parole così vive da essere "tridimensionali", come creature in carne e spirito, accanto a quelle che popolano il creato. E grazie per quanto dici a me, a proposito di una esegesi che non comprime, né mortifica, né ingabbia l'opera che esamina, in quanto cerca di volare e leggere tra le righe.
      Franco Campegiani

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