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venerdì 11 marzo 2016

N. PARDINI: LETTURA DI "CON L'INDIA NEGLI OCCHI,..." DI ESTER CECERE



QUARTA DI COPERTINA

Ester Cecere: con l’India negli occhi, con l’India nel cuore. WIP Edizioni. BARI. 2016. Pg. 64. € 8,00


Una storia di grande efficacia emotiva, culturale, e sociale che Ester ha saputo tradurre in versi di ampia e urgente resa poematica di piacevole e dolorosa vicinanza; in una simbiotica fusione fra foto e canti; fra  immagini di un paese colorito e plurale, arretrato e speciale, e una scrittura semplice e diretta,  a cui l’Autrice ha dato voce, pensiero, attenzione, e passione. Con l’India negli occhi, con l’India nel cuore, il titolo della plaquette che, distribuita in 64 pagine, è sta editata per i caratteri di WIP Edizioni di Modugno, Bari. XXV composizioni che precedono una sezione fotografica di sedici immagini le quali ci danno una visione corposa di un India devastata, anche se folcroristicamente contaminante, da strutture verticali in cui i paria occupano ancora l’ultimo strato della società per una concezione religiosa retriva: una visione che porta ad adorare mucche ed altri animali e che fa morire sui marciapiedi persone il cui contatto potrebbe contagiare in un paese dove le donne sono condannate a una vita da cortigiane o concubine. La plaquette è ben fatta e rispettosa di quella nobile arte che affonda le radici nel nostro medioevo:  incunaboli e stampe; amanuensi e testimonianze; libri e storia; piacevole e ben strutturato l’insieme dell’opera per copertina, impaginazione, quarta e risvolti. Ed è proprio la copertina che con la foto di una tipica donna indiana dal volto color cioccolato e copricapo rubino, fa da prodromico invito ad un dipanarsi di poesie coinvolgente e rapace: iniziamo, così, il cammino con la nostra poetessa:

Spinose acacie, soffocante polvere
e il sole di foschia sporco
accompagnavano il cammino (I)

Una natura aspra che fa da corona ad un prosieguo di sequenze descrittive e introspettivo-meditative. E l’uso dell’imperfetto ci dà da subito l’idea di una macerazione intima attraverso visioni ed azioni che, rimaste a decantare, tornano a vivere con la  loro forte significanza insaporita da un animo zeppo di sorprese inquietanti:

Gracile ti accanivi
con la forza dei tuoi pochi anni
sulla leva della pompa
per riempire di preziosa acqua
di lamiera un secchio lercio… (II).

Tutto è vòlto ad una panoramica intrusione, ad un articolato linguaggio visivo atto a scatenare emozioni:  ora, con un delicato bocciolo che azzarda lo sguardo fra sterpi e rovi:

(…)
Fra sterpi e rovi germogliato,
delicato splendido bocciolo! (XIV).

Ora con la considerazione sul legno che appare merce rara:

(…)
Non erano in fondo che legnaie.
Lì dove anche il legno è merce rara (XVI).

E ora, con la storia di donne costellata di crudeltà:

(…)
Costellata di crudeltà è delle donne la storia.
Cortigiane, concubine, geishe, schiave, streghe.
Strumenti di lavoro e di piacere oggetti.
Anco’oggi, con nomi e modi diversi… (XX).

E tante altre le realtà endemiche che colpiscono la sensibilità della poetessa.

Per finire con uno sprazzo di gioia che nell’ultima pièce Ester Cecere ri-vive risollevata da un momentaneo tripudio d’arcobaleni e profumi:

(…)
Regine d’antiche miniature,
le donne in preziosi sari avvolte
con gli occhi abbelliti da dal Kajal.
Farfalle tropicali le fanciulle
nei vaporosi lucidi vestiti.
Nuova luce ai volti donavano
bianchissime luminose perle.

Gioiva e festeggiava l’India finalmente
-la tanta miseria per un po’ dimenticata-
negli allegri giorni della festa di Diwali. (XXV).

Sono le immagini a parlare, a dare corpo agli abbrivi emotivo-intellettivi; alle vertigini paniche per ambienti da leggere e assorbire: configurazioni multiple che rimangono appiccicate alla memoria dell’Autrice e che ben insaporite dalla sua sensibilità tornano a respirare in campi semantici di potenza iconica. Ed è proprio così che si chiude il poema. Con uno scarto di luminosa lucentezza; con una profusione di sonora liricità che raggiunge il suo apice in un endecasillabo di contaminante euritmia: “Farfalle tropicali le fanciulle”.

Nazario Pardini


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