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venerdì 11 marzo 2016

VITO LOLLI: "IL SAPIENTE DI POCHE PAROLE"


Vito Lolli collaboratore di Lèucade

Il sapiente di poche parole





Bentrovati, tutti voi. Sono arrivati svariati commenti all’articolo di Franco Campegiani sulla domanda da me riproposta nell'ultimo intervento: attraverso la vicenda, storica e misteriosa, di Epimenide di Creta, l'interrogativo rimandava all'abitare della sapienza e del suo potere di intervento nelle vicende umane, cioè quella specifica manifestazione del sentire politico greco nel quale è la sapienza stessa ad esprimerne la massima qualità. E fu proprio questa urgenza politica a spingere alcuni sapienti a trasformare la visione mitica, l’immagine che-non-dice, espressione di uno stato mistico consapevole dell'ineffabilità del mistero, nella parola-che-dice la verità dell'essere in forma concettuale comunicabile, cioè a " politicizzare" una sapienza metafisica interiormente ed individualmente vissuta ed iniziatica, nell’intento di farne possibilità di salvezza e fondamento di giustizia del nomos nella polis.                                                          Questa trasformazione diede origine alla filosofia, e il parlare dimenticò la sua ragion d'essere, divenne autonomo, si fece dapprima competizione dialettica e poi esercizio retorico, fino a chiudere l'esperienza conoscitiva nel labirinto logico ove la "verità" è l'apparenza di un discorso che fila, seduce e convince ma si riduce a niente. La formula di Gorgia, prima dichiarazione di questo labirinto del niente, fu l’annuncio del destino di tale erroneo errare della mente che mente.
Tu, Franco, hai portato l'esempio di "'u Pazànu" – sono passati un paio di mesi e forse non lo ricordate. Accattivante il suo dire di non aver mai fatto sapere niente al cuore, ma, al di là dell'invito ad essere semplicemente lasciato in pace, non sappiamo cosa intendesse, se abbia fatto di tale esperienza una traccia o, in virtù del pubblico riconoscimento della sua superiore levatura morale (questo era il carattere dei sapienti greci e la fama che essi hanno lasciato), se vi sia stato un suo intervento ri-orientativo nella decadente involuzione della vita sociale e politica di Marino.                                                                                                                                            Ben diverso è il caso di Thich Nhat Hahn, il monaco buddhista così noto e amato in Occidente da essere stato prestigiosa e rispettata figura componente la delegazione vietnamita al tavolo della pace del 1972, a Parigi, che sanciva la sconfitta militare statunitense in Vietnam. Per non dimenticare, cambiando regione e citandone solo due, l’impatto “sociopoliticoculturale” di Gesù di Nazareth o di Mohandas Gandhi, personaggi di cui ci siamo riempiti occhi, bocca e orecchie liquidando il primo in astratti termini religiosi a fini di potere della Chiesa e il secondo nella contingenza storica dell’indipendenza dell’India e nella sua “buffa” immagine.                                      
Certo, le cose si manifestano quando ci sono le condizioni del loro manifestarsi e non si manifestano quando non ci sono, ma la domanda "dove abita la sapienza?" chiede anche se e come la "cultura", in tutte le sue articolazioni, possa creare o meno quelle condizioni o coglierne o meno l'insorgenza: questo è essenziale ed esiziale per ogni pretesa circa la "poesia", se e quando non si tratta semplicemente di un vuoto trastullo parolaio. Se questo è il tempo in cui gli "dèi" si ritirano dal mondo e l’uomo muore la vita nel parossismo della volontà di potenza, se è proprio l'ultima Poesia dell'Occidente a sentire questa eclisse del divino (Holderlin: "...Siamo un segno che non indica nulla/ Siamo senza dolore/ E abbiamo perso il linguaggio in terra straniera..."), non è dalla poesia che ci si deve aspettare un segno, ormai pre- e post-linguistico, capace di ri-orientare lo sguardo e ri-evocare il divino obliato? Ma quali sono, oggi, in situazione di completa marginalità, le condizioni per una poesia capace di questa potenza? La poesia testimoniava l’uomo e se quello sempre più robotizzato di oggi, quello che vive l’aleatoria società “liquida”, è l’incipit di una mutazione al di là dell’uomo che conoscevamo, mutazione la cui “espressione”non è più poetica ma semplicemente funzionale all’universo delle macchine, qual è lo spazio per un poetare consapevole che la “mutazione” è in realtà oblìo alienante? Può, cioè, il segno indicare di nuovo, tornare a farsi simbolo? O, più semplicemente, tutto questo non prelude ad altro che la riscoperta post-interpretativa della radice mitica, cioè l’Immagine? Concedetemi la metafora: se uno parla del reticolo sotterraneo del micelio, non sta parlando di differenti ricette per cucinare i funghi, del libro che ne raccoglie la maggior parte e di come scegliere quella preferita. Ovviamente non so se tale metafora possa essere degna del mistero del mito…                                                                         
Per questo la mia proposta ha cercato di connettere le ricerche più recenti relative alla tradizione sapienziale in quel panorama della grecità arcaica che costituisce lo sfondo dimenticato della nostra stessa storia, nell'intento di cogliere nei tratti misteriosi del mito e dei personaggi, storici e-o immaginari, la possibilità di tale ri-orientamento e di tale ri-evocazione. 
L'unità polare di Apollo e Dioniso in una trinità comprendente Ade è forse il cuore della mistica sapienziale greca, la sua abissale, inesauribile dimensione, ed è ancora la chiave dell'approccio a un altro sapiente misterioso, Ferecide di Siro. Anche lui, come Epimenide, a prima vista apollineo, manifesta doti naturali testimoniate da più autori posteriori: l’eccellenza divinatoria (Diogene Laerzio) e una miracolosa pratica di magia tipica dello sciamanesimo iperboreo (Aristotele). In diversi altri frammenti si attesta che Pitagora, altra personalità apollinea, ne sarebbe stato allievo.                                                                         Anche l’elemento più celebre di Ferecide è un carattere apollineo: l’uso enigmatico della parola per accennare, nascondendolo, ad un messaggio proveniente dagli dèi. E la potenza dell’enigma è alla base del mito attraverso il quale culmina l’espressione di ciò che Ferecide ha conosciuto.                                     
Ci furono sempre Zas, Ctonie e Tempo; ma ecco che Zas si unisce a Ctonie, e dandole in dono la Terra, lei prende questo nome. Qui la novità è che il mito non si esprime in un canto, come in Orfeo e in Epimenide, ma in parole scritte, in prosa: la bellezza dell’apparenza,la seduzione del canto, non è più l’evocazione di una mistica esperienza interiore. Forse la conoscenza istantanea è stata per Ferecide così forte da spezzare il flusso dell’espressione e ridurla, se così si può dire, alla pura immagine simbolica descritta in poche parole, ad un quadro del mito che deve alludere al distacco dall’indicibile, ma che deve dichiarare, al contempo, la nullità di ogni figura sensibile. Qui l’interiore non si scioglie nella poesia: ogni spinta vitale che si concedesse all’apparenza rischierebbe di attenuare la comunicazione della sola cosa che conta, l’al di là dell’apparenza.   E questo “arresto” dell’apollineo, lo spezzare il flusso del canto, il suo estendersi nel tempo, per formalizzare la potenza dell’istante, deve avere alla base un elemento dionisiaco.                                                                       
Plotino esaltava la dote intuitiva, noetica, di Ferecide; e Aristotele spiegava che la folgorazione noetica sgorga, come passione, dall’estasi misterica di Eleusi. Ma l’esperienza eleusina, appunto, è dionisiaca, è l’identificazione con Dioniso: il mito di Ferecide non riproduce direttamente il lampo misterico, ma è l’inaudita traduzione visionaria di un’esperienza senza nome né figura che è l’eco di quel lampo. L’Apollo che plasma questo mito è colui che salva e restituisce Dioniso, frantumato nell’istante dello specchiarsi nelle forme molteplici del mondo, ricomponendo i frammenti del sensibile per ricondurlo alla vita dell’uno interiore: è l’Apollo Dionisodote della tradizione orfico-eleusina.                            
Uno hieròs gàmos, un matrimonio sacro, questa è l’immagine del mito di Ferecide: una grande esperienza mistica, che in sé raccoglie e scioglie tutta la realtà, si concentra, si traduce e si manifesta in un supremo quadro metafisico di implicazioni suscitate da una sola unica immagine. E questa è la comunicazione della più alta sapienza dionisiaca, l’arresto di un’azione nel culmine di un istante sconvolgente: ciò che nella poesia orfica è avvolto nelle pieghe del canto, nascosto nel suo flusso, qui è l’istante di un’immagine.           Come l’istante in cui viene rapita Core o quello in cui Dioniso stesso è sbranato mentre si ammira allo specchio, è nell’istante che si manifesta la contraddizione metafisica dionisiaca: bellezza e violenza coincidono. La contemplazione estetica è una cosa sola con lo strazio del rapimento della potenza.                                          
Forse questa introspezione dell’istante è uno dei vertici sapienziali della mistica greca: nel rito eleusino l’immagine che traduce l’estasi epoptica (la possessione dionisiaca) è la stessa che susciterà una nuova estasi. L’attimo del rapimento di Core manifesta il vertice conoscitivo così come costituisce il culmine dell’iniziazione che lo preparava: la causa è l’effetto e l’effetto è la causa. E questa non-alterità tra i due piani sembra risolvere in anticipo il successivo luogo comune filosofico e scientifico, la netta distinzione di soggetto e oggetto e di causa ed effetto, su cui si fonda la apparente temporalità dei fenomeni naturali.                     L’altra immagine culminante, quella di Dioniso fatto a pezzi dai Titani mentre si guarda allo specchio e vi vede riflesso il mondo, è un’identica indicazione di coincidenza tra estasi conoscitiva e violenza distruttiva che si accosta al mito di Ferecide nel riferimento all’illusorietà del mondo: l’estasi dionisiaca, il rapimento nel culmine contemplativo, è il vedere che la fantasmagoria di forme e colori, nelle cose del mondo, non è che la parvenza di sé riflessa in uno specchio.                                                          
Dunque, l’attimo culminante è quello del rito nuziale: Ctonie si toglie il velo e Zas, similmente all’uso nuziale greco, la riveste con il mantello che lui stesso ha ricamato. Zas ricopre colei che si è denudata, disvelata; la Sotterranea ha mostrato le sue profondità. Ricordiamo che in greco “disvelamento” si dice “alètheia”, “verità” come non-nascondimento; la nudità di Ctonie, l’abisso della verità, non può mostrarsi, ma in quest’attimo Zas si è congiunto con Ctonie. Nel ricevere il manto la congiunzione è avvenuta, il rito è compiuto: la Profonda non può rimanere nuda, il mantello la ricopre mentre si disvela, ma tra disvelamento e rivelazione la sacra unione è già avvenuta. Il due diventa uno: la Sotterranea perde il suo velo, il Cielo non se ne distingue più, e nell’abisso cade anche la conoscenza, che si regge sul distinto e sul due. Attenzione, però: sul mantello sono ricamati Terra e Ogeno (termine da ricondurre a “oceano”) e il palazzo di Ogeno, cioè il mondo che ci circonda, i monti e le valli e i mari e i fiumi e i laghi e i boschi e le città degli dèi e degli uomini.                             Nello hieròs gamos è dissolta la dualità e la conoscenza che vi si fonda, ma ciò che ne resta, l’apparenza del Tempo che continua la sua corsa, è soltanto il mantello, cioè un’altra conoscenza, quella dal di fuori; restano, cioè, la vita e la conoscenza come semplici illusioni, perché noi non riconosciamo il mantello, ma crediamo di vedere montagne, fiumi, mari, boschi e città, pensando che di questo si tratti. Questo, e non altro, è quello che vediamo noi. Ma dietro quel mantello c’è ancora Ctonie, la Sotterranea, l’abisso oscuro della verità. Questo dice Ferecide, con grazia enigmatica: “… ma a Ctonie toccò il nome di Terra, dopo che Zas la onorò dandole la terra in dono…”
Fu la psicoanalisi, nata poco più di cent’anni fa, a riscoprire il mito come un sostrato più profondo della superficie dove le illusioni dell’identità e della conoscenza hanno veleggiato in lungo e in largo senza più sospettare la profondità. Ciò che accade in superficie non è che l’epifenomeno del profondo: qualsiasi psicologia sa, ormai, di essere un campo metascientifico.                                           La fisica contemporanea non sa ancora sintetizzare la visione macrocosmica della relatività einsteiniana con quella microcosmica della teoria quantistica e la affascinante teoria delle stringhe, che non può essere esperita e dimostrata per via sperimentale, confonde immaginario e matematica in un rimando continuo verso un al di là sempre più impercettibile. Forse anche la fisica è diventata un campo metascientifico. Già, che la Physis ama nascondersi ce l’avevano già detto…                                                            Sull’orlo della definitiva e ciclica dissoluzione dell’intero modello di esperienza che noi siamo, fissato nei circuiti neuronali che determinano tutto ciò che siamo e facciamo, è il momento di una fuori-uscita. Perché, nonostante tutto, noi siamo capaci di fuori-uscire. E proprio ora, nell’urgenza della fuori-uscita, è il mito a ripresentarsi come spinta silenziosa verso un senso sempre al di là di ogni valore positivo, di ogni interpretazione – in primis quelle stagnanti, riduttive e fasulle.                                    Così come la funzione crea l’organo ed è la musica a creare lo strumento, così è il mito a creare noi quando noi formalizziamo quella manifestazione del mito che è l’immagine: non dimentichiamo che il termine “mito” non definisce qualcosa in positivo, ma accenna, allude, indica, perché significa il dire che tace, la visione che occulta l’invisibile. Ctonie è impensabile, inesperibile, inesprimibile, ma sostiene il mantello fenomenico con cui viene coperta, la Terra, il creato con tutte le sue bellezze.                                              La sfida del “poetare” è dunque questa, ed è nascostamente annunciata nel tessuto mitico che determina e da cui è determinata. Ora, come prima e sempre, la necessaria discesa negli inferi della memoria nell’abbraccio della Notte benevola, il battesimo nelle sue acque del risveglio, è la gestazione della poesia nel rinnovante recupero del suo istinto.                                                                Chiudo con una considerazione su quanto ha scritto Maria Rizzi a commento del mio articolo. Riproponendo la differenza che c’è tra il micelio sotterraneo e i funghi che emergono in superficie, gentile Maria, volevo dirti che non esiste un “esperto”del mito diverso da chi ne “saprebbe poco”: con tutto l’ovvio rispetto per figure centrali nel panorama culturale europeo del ‘900 (da Jung a Kerenyi, da Campbell al nostro grande Giorgio Colli, ed altri), l’esperienza del “mito” non è l’ampiezza panoramica degli studi mitologici, ai quali va comunque il merito di aver ricompreso la dimensione mitica come fondamento della sapienza.                            La varietà interpretativa è la quantità di funghi che popolano il bosco; si può essere documentatissimi ma la differenza tra un bel porcino e un’amanita falloide sfugge alla letteratura. Si può conoscere il nome di tutti i funghi del mondo ma il loro segreto è l’anima sotterranea, dove le apparizioni di superficie non ci sono. L’”esperto” del mito è chi dimentica la superficie per il silenzio del profondo, e questo, cara Maria, ci tiene tutti nella pari dignità del possibile. Un saluto.

                                                             

4 commenti:

  1. Carissimo Vito,
    ti ringrazio innanzitutto per avermi illuminata con un articolo che è autentico excursus tra tutte le realtà della sapienza e, ancor più per aver citato il mio modesto intervento. La metafora che adotti per rispondermi mi sembra disarmante. E non posso che ringraziarti per aver reso più limpida la mia mente.
    'Siamo tutti nella pari dignità del possibile': è una presa di coscienza stupenda! Circa il tuo quesito su dove abita la sapienza in questa società che Bauman definisce 'liquida' e che consuma i sentimenti al pari delle cose materiali, non oso credere che sia stata cassata da un colpo di spugna. Esiste, deve esistere, perchè le tracce del passato lasciano tracce indelebili nel sottobosco del vissuto; perchè 'nati non fummo per viver come bruti'; perchè troppa gente, come te, come gli ospiti del blog, come il nostro Nazario, e come centinaia di altre persone, si adoperano per creare il nuovo tessuto poetico; per rispondere alla fretta di esistere con la melodia dell'attesa; per sussurrare, tra troppa gente che urla; per dare alla poesia e alla filosofia, spesso strettamente connesse, un volto che appartenga al ventunesimo secolo, ma affondi le radici nella sapienza di chi ci ha preceduto. In un'epoca virtuale
    sembrerebbe difficile trovare i 'virtuosi della parola'. sono cambiati i mezzi e i modi di comunicazione... eppure si leggono liriche di rara intensità, si ritrova l'uomo nudo, che si erge fiero e canta le proprie esperienze, canta il sociale, si promuove come poeta civile. In fondo, caro Vito, se nel mito abbiamo tutti le stesse opportunità, nella poesia, che è anche figlia di esso, avviene più o meno la stessa cosa, no? Coloro che sono protesi come archi verso questa disciplina, continuano a interrare semi di sapienza. Oggi possiamo notarli appena, soprattutto in virtù dei paragoni storici che hai citato, ma 'ai posteri l'ardua sentenza'. Verrà chi saprà definire questo tempo nel modo adeguato. Non credo che Gesù o Ghandi fossero consapevoli della sapienza che diffondevano. Vivevano il loro tempo, seminavano... ovviamente oso dei confronti impossibili. Oggi nessuno si immola per la verità, per la sete di sapienza, ma esistono eroi silenziosi e poco noti, che svolgono i loro compiti per dar vita a un nuovo Umanesimo... E per rendere la società meno impersonale, fredda, lontana di quanto sembri. In fondo dietro ogni età storica c'è l'uomo, di vibrazioni, carne, cuore, che non si arrende a vedersi manovrato come un burattino e difende la propria dignità...
    Ti ringrazio per la splendida disamina e ti abbraccio.
    Maria Rizzi

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  2. Appena riemerso dalle dotte e fascinose considerazioni di Vito Lolli e Franco Campegiami sulla "Sapienza e sul Mito" e ritornato alla opaca luce della città da un viaggio attraverso i tempi d'oro della antica grecità mi ritrovo a scontrarmi con la mia società dai lineamenti aridi e duri, con un tempo che tende ad ignorare il mito, a relegarlo tra le cose inutili sui cui invece riflettere, in uno mondo in corsa sfrenata verso ideali falsi e facilmente raggiungibili. Mi ritrovo a pensare a come sia triste che avvenga tutto questo considerando l'uomo potenziale espressione di divina perfezione. La verità è dunque che non riusciamo più a trovare la strada della sapienza, a pensare al mito come ultima via di scampo alla grigia materialità in cui siamo avvolti, alla fuga verso il cielo, l'accesso alla "Verità" profonda e misteriosa. Dal mito alla sapienza per imboccare il sentiero che porta all'eden perduto, al luogo dell'incanto. Ed ecco che allora, oggi come mai nella storia dell'umanità, l'appello alla visione e all'espressione della " Bellezza" si fa alto e urgente. Un richiamo alle profondità del cuore, alle pieghe minime dell'anima, dove albergano le radici profonde e arcane del nostro essere presenti e partecipi alla vita, pur nella sua brevità. Ma deve essere anche richiamo all'amore fraterno, all'esercizio della misericordia, della sofferenza e dell'umiltà. E dunque la risposta alla domanda " Dove abita oggi la sapienza?" mi pare si debba trovare nella nostra ricerca verso l'alto, nei territori e nelle dimensioni che oltrepassano i limiti della corporeità e dove risiedono i luoghi delle nostre migliori qualità, delle virtù più preziose. Nella poesia, ad esempio, terreno da sempre e per eccellenza in cui rievocare il mito, affinché il segno visionario, l'immagine poetica, la parola magica si facciamo sapienza vera e ascesa verso il divino. La poesia di oggi, con le modalità di sempre che l'hanno resa nei tempi arte nobile e segno divinatorio, riflessione estrema, profonda commozione, ma in linea con i tempi, con un linguaggio di versi e musicalità in cui farsi riconoscere da una moltitudine in continua mutazione.
    Carmelo Consoli

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  3. Bellissima questa disquisizione su un tema che amo molto: l’incontro inevitabile tra Apollineo e Dionisiaco (tanto caro a Nietzsche)che è anche la radice originaria del legame profondo tra Mithos e Logos. Lo stesso Platone conosceva bene questo legame fondativo della filosofia, sia pure scegliendo di indirizzare il mito per lo più alla funzione allegorica. Ma non dimenticava di dare onore anche alla follia visionaria della poesia simbolica, difficile da decodificare. Ora dice molto bene Vito Lolli che, ancora oggi, “L’esperto del mito è chi dimentica la superficie per il silenzio del profondo”. Senza il silenzio interiore infatti non può emergere quell’Immagine che è “visione” e che da l’avvio alla scrittura poetica come forma alternativa alla scrittura argomentativa del Logos . Mi viene in mente, a proposito di “immagini”,quela Gesù che scrive misteriosamente sulla sabbia mentre i Farisei condannano una donna accusata di adulterio alla lapidazione … una scrittura effimera e insieme profonda espressa nel silenzio che si inciderà nel cuore con la decisione della “risposta” che salva la donna ( il dionisiaco?) suggerendole un “nomos” interno. Una delle mille interpretazioni possibili, certo, ma è proprio questo il linguaggio “polisensico “della poesia filosofica che sgorga dal silenzio. Ed era il linguaggio dei “poeti teologi” che narravano miti per trasmettere il “nomos”al popolo, come ben racconta Vico nella Scienza nuova, all’epoca in cui la ragione non si era ancora affermata, con le sue leggi civili. L’elemento Apollineo era allora quello di Ferecide, come dice Lolli,”l’uso enigmatico della parola per accennare, nascondendolo, ad un messaggio proveniente dagli dei”! Ma come è possibile tutto questo ancora oggi, nell’era ineluttabile del “disincanto”, per usare la suggestiva espressione di Max Weber?
    Sempre Vico parlava saggiamente non di un “progresso” lineare verso l’età della ragione definitiva come voleva il Positivismo – e la fine, così della storia, in senso apocalittico e nichilistico - ma di “corsi e ricorsi” che ogni tanto ci riportano sì nei risucchi di una nuova barbarie, ma proprio per questo rendono ancora necessaria, aggiungerei io, l’intervento dei “poeti teologi”. Altrimenti non si spiegherebbe come Dante, nell’epoca del ritorno alla barbarie , come venne considerato successivamente per molti versi il Medio Evo, abbia scritto un’opera così alta e profonda come la Divina Commedia , oltretutto allegorica, per poter attingere platonicamente sia al Mithos che al Logos, senza il cui incontro non esisterebbe nemmeno il linguaggio letterario.
    Ma il poeta teologo oggi, passato per le rivoluzioni del pensiero ottocentesco e novecentesco, è colui che ha il compito di ricostituire l’unità del sapere, ovvero sanare quella scissione tra scienza e metafisica che tanto ha condizionato il mondo moderno a partire dalla rivoluzione scientifica stessa, ma, oserei dire meglio, dalla rivoluzione industriale in poi, che ha rafforzato sempre di più il prevalere del pensiero” strumentale”. Con le conseguenze più recenti della società”liquida” di cui parla Maria Rizzi.
    Ma la psicoanalisi junghiana in particolare ci ricorda che abbiamo un mondo di immagini archetipiche a cui attingere per ricordare le nostre radici poetiche fondate sulla metafora e sul polisensismo.
    Il poeta teologo può essere dunque ancora, a mio avviso, un visionario, ossia colui che ha la “missione” di creare immagini evocative che parlino all’emisfero destro del nostro cervello, per non dire al “cuore”, ossia quella dimensione interna che ci trascende e che tanto spesso viene sacrificata dalla razionalità ancora predominante. Si ritorna dunque sulle tracce di quel silenzio che mostra e che dice oltre ogni apparenza di superficie. E il mistero può così tornare a rivelarsi, nascondendosi, perché come dice Nietzsche, “tutto ciò che è profondo ama la maschera”.

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  4. Premetto che non intendo e non sono in grado di entrare nel merito della disquisizione prettamente filosofica date le mie non sufficienti conoscenze in campo mitologico (ho,si, consapevolezza dei miti classici più noti ma non ho mai approfondito l'argomento nelle sue particolarità).
    Ciò nonostante, credo di potermi esprimere dal punto di vista poetico: per farlo, vorrei prendere abbrivo dall'esempio, che Vito riporta riguardo alla sapienza, portato all'attenzione dei lettori da Franco Campegiani.
    Conosco la storia (il mito) de "u Pàzanu", e vorrei aggiungere che, oltre a non aver mai fatto sapere niente al cuore (considerazione - questa - comunque da interpretare), il marinese asserì, nella stessa intervista, che il segreto della sua longevità era anche quello di essersi sempre fatto gli 'affari' suoi. Perché ritengo importante questa ulteriore risposta? Perché - a mio modo di vedere - chiarisce un punto fondamentale: tu, caro Vito, citi tre nomi, di cui due celeberrimi (Gesù Cristo e Gandhi) che hanno cambiato il corso della storia, entrambi "liquidati" - come giustamente affermi - per fini che nulla hanno a vedere con la loro caratura spirituale. Ma, allora, mi chiedo (e chiedo a voi tutti), rischiando anche la blasfemia: che bisogno c'è di portare sugli altari, di idolatrare, di rendere feticci coloro che tutto avrebbero voluto meno che questo? Mi spingo ancora più in là: che differenza c'è tra 'u Pazànu' o i tanti Pàzani che s'incontrano quotidianamente ed i grandi Miti della Storia? Senza ingigantire gli uni né togliere agli altri, io credo nessuna.
    Caro Vito, tu dici: "al di là dell'invito ad essere semplicemente lasciato in pace, non sappiamo cosa intendesse, se abbia fatto di tale esperienza una traccia o, in virtù del pubblico riconoscimento della sua superiore levatura morale...se vi sia stato un suo intervento ri-orientativo nella decadente involuzione della vita sociale e politica di Marino.", ed hai ragione,ma una sicurezza l'abbiamo: egli ha agito secondo il suo istinto, secondo natura, vale a dire, spiritualmente parlando, secondo moralità (non moralismo).
    Da qui, la mia risposta alla tua splendida sequenza di domande sulla poesia; in particolare ad una: "La poesia testimoniava l’uomo e se quello sempre più robotizzato di oggi, quello che vive l’aleatoria società “liquida”, è l’incipit di una mutazione al di là dell’uomo che conoscevamo, mutazione la cui “espressione”non è più poetica ma semplicemente funzionale all’universo delle macchine, qual è lo spazio per un poetare consapevole che la “mutazione” è in realtà oblìo alienante? Può, cioè, il segno indicare di nuovo, tornare a farsi simbolo?"
    Il segno, la parola non ha mai smesso di farsi simbolo, così come mai il mistero ha smesso di vivere nell'uomo.
    Grazie per questa occasione di arricchimento; spero di non aver suscitato indignazione e di essere stato compreso nel giusto senso, ma questo è il mio pensiero.

    Sandro Angelucci

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