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giovedì 3 novembre 2016

ANNA VINCITORIO LEGGE: "I CANTI DELL'ASSENZA" DI N. PARDINI



Nazario Pardini: I canti dell'assenza.
The Writer. Milano. 2015

Carissimo Nazario,
i tuoi Canti dell’assenza non possono assumere altro nome. Scivolano nell’anima come folate di vento e il vento ha una sua melodia. Soffia sui luoghi, sulle cime, sulle persone, mantiene in vita i ricordi.
       Assenza: prelude  a un ritorno di luoghi, di anime. La tua parola risuona lungamente nella lettura: affascina, seduce, accompagna. “È vesperale/ questo saluto a un frutto che alla sera/ riporta il suo profumo. Coglierò/ Buca dei tassi i grappoli sanguigni/ dei sogni abbarbicati sui tuoi tralci:/ quelli che ancora danno all’imbrunire/ metafisici suoni e dolci essenze/ che la vita scolpì per non morire”.  Tu canti la vita come quando canti la morte. La morte non è fine se la mente tiene vivo il ricordo. Ci sarà compagno nel dipanarsi del tempo. C’è sempre un ritorno “sull’imbiancata/ strada di gesso ai meridiani soli/ girovago nei campi”. C’è sempre un’attesa produttiva e il ricordo ricreerà attimi del passato; così “i trilli della rondine/ radente i grani e i volti degli amici…”.
       L’impressione che mi ha dato leggerti è quella di una visione bucolica che rimanda a un lontano vissuto che ci accomuna: “Poi è giunto ottobre a mietere le foglie/ di una stagione che ha reciso il sole… Niente di più vicino… a me risulta che il palpito ottobrino… Il frutto  cade del giorno ormai maturo ed è la notte”. Una notte metaforica che prelude al freddo, un freddo mitigato dal camino che “schioccava”  e dal calore del ricordo della voce paterna, dalla visione di amici a bere il Chianti in quella terra toscana coi suoi ciuffi di ginestre, coi suoi tramonti “porporini”.
       Gli anni sono come la storia; si allungano col tempo. Si parte dalla giovinezza, dal suo profumo “Ed i falò sul mare, le nottate/ a cacciare la luce del mattino,/ le corse a piedi nudi sulla sabbia/ arroventata. E tu che mi guardavi/ con aria sospettosa./  Andiamo ancora insieme in quel paese:/ …/ tu ed io soli, giovinezza, andiamo…  ma tu/ ti trattieni con aria indifferente/ sulla panchina della piazza verde/  a seminare amore”.
       Nel tempo restano come inchiodate le voci di chi non parla più ma permane la loro eco.
       E tu, Nazario, ti rivolgi alla terra, entità fattrice: “oh terra di novembre. Il tuo riposo/ sia vigile ai miei cari… E ti rivivo/ novembre di dolore e di riposo… e i canti delle tortore mi aiutano,/ che lugubri rintoccano nell’aria,/ a vivere la morte,/ con voi miei cari,/ di questo mio novembre”.
       Ogni tua poesia, Nazario, è diversa, completa la precedente, aggiunge una emozione primigenia che accora. Impossibile una scelta selettiva; solo cogliere quello che più si è radicato nel cuore di chi legge. Ne cito alcune: Non chiedermi perché, Mia madre si stupiva, Contro le lune, Se il tempo. “se riportasse un giorno o solo un’ora/ le braccia disattese di mio padre,/ a me,/ colpevole di tante indifferenze/ di giorni macerati dall’inerzia/ di sottrazioni d’albe/ a primavere scorse senza luce”.      
       Siamo con te ma non sapremmo dirlo; i nomi si inseguono: Francesca, Delia…; in Contro le lune “… chiedo solo/ al cielo a qualcuno, non so a chi,/ che mi mantenga in seno la tua voce,/ che mi mantengo in cuore il tuo sorriso,/  il tuo sagrato profumato d’erba,/ e la tua voglia, maledetta voglia,/ di seminare sogni anche nei giorni/ più neri della notte./ Contro le lune”.
       Ritorna il vento e tu vorresti cavalcarlo “a pelo/ la mente alla criniera/ e l’anima con te alta nel cielo!”.  Tu vivi, Nazario, e vivrai sempre perché ci rendi partecipi dei tuoi ricordi. Vorrei non smettere mai di scrivere di te ma è assurdo! È entusiasmante leggerti.  
       Voglio chiudere con i versi di Mia madre si stupiva.
  È illustrata la sua vita faticosa “con in mano un falcino per recidere foglie” e i suoi stivali così pesi che le “stremavano i fianchi”. Il suo quotidiano sacrificarsi per gli altri: marito, figli; ma la fatica non copriva nel suo animo puro e anch’esso ricco di poesia l’incanto  dei colori d’oro sulla mota dei solchi:

…  E mia madre
si stupiva davanti a quei colori,
davanti a quella volta iridescente.
Con il falcino in mano, e il volto stanco,
ammirava, stupita,
quei giochi del tramonto sopra il campo.

Anna Vincitorio Firenze, 20 settembre 2016


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