Pagine

sabato 1 aprile 2017

MARCO DEI FERRARI LEGGE: "CANTICI" DI N. PARDINI




I “ Cantici” misteriosi di Nazario Pardini


Marco dei Ferrari,
collaboratore di Lèucade

Filosofo della Natura incardinata nell'esistenza del breve attimo concesso dalla genesi del privato, Pardini “canta” l'emozione di viversi.
Spaziandosi nelle stagionalità del tempo scopre l'avvicendarsi delle sensazioni che mai consumano i propri contenuti evocati nelle scorrerie del gesto. Mutandosi poi nel cenacolo delle parole, Pardini si obbliga al recupero di un “essere” sfuggente ricco di malinconiche malìe.
Il confronto titanico tra il creato e il demiurgo lirico si sfoga nell'acuto profondo di stimoli narranti che si affollano nelle pianure della memoria padrona di ogni verso.
Tutto vive e freme dall'aia al sole (intreccio eccezionale) per confondersi di sapori e micropresenze campestri che si dimensionano su tematiche assolute di esistenze storicizzate nella radice del mistero oscillante tra nascita e morte.
Cantare luce di cespugli, illusioni di venti marini, sospiri d'amore... sacralità di fiumi e stagioni (autunno) e sopratutto selezionare il momento serale ovvero l'anatomia del ritorno sereno, triste, illuminato di immagini allusorie: questo è il viaggio di Nazario.
Tra amore e bellezza marmorea, ma virtuale... così il poeta elabora    il mistero della presenza-assente che circonda le problematiche esistenziali di un istante per una vita intera...
Si affollano così le emozioni, i pensieri, i rimpianti, le gocce di luminosità spirituali, le incognite di emergenze scolpite e sepolte dall'osservarsi per meditare in sé le conclusioni della scintilla che placa gli umori di un giorno qualunque per una vita terrena ansiosa di stupirsi oltre il nulla del simbolo e del passaggio.
E allora i “richiami” di Nazario misteriosamente si trasformano dal reale onirico al virtuale vissuto: la pineta diviene vento di cielo; il mare profuma d'estate, di rena, di dune..., il fiume è donna di ricordi e brusìo di voci... la campagna è fontana di zampilli su ombre di avi in attesa... l'autunno è violino di vibrazioni mistiche... l'alba è fioritura di lumi... la vita è lembo di terra che contiene tutti gli sforzi dell'esistere... l'amore è cornucopia di sogni... la barca è approdo di ricerca nell'azzardo di una fuga... la bellezza è eternità di forma immateriale... l'aia è festa di un raggio di stoppie... il sole è serenata per l'anima...
E dai “richiami” all'introspezione onirico-lirica il passo è breve: la sera si compenetra, virtualizza, gioca, intriga l'esistente del non-essere con l'irreale/realtà di un inconoscibile, ineffabile dubbio che occupa i “Cantici” e ci devìa l'analisi inducendoci all'errare.
E allora immaginiamo quest'irrealtà pardiniana che traspare tra le presenze minimali e grandiose della naturalità per associarsi alla contemplazione del sé pencolante nell'inquietudine della propria storia che avanza ineluttabile (“ormai è di sera”) dal tramonto alla “visione”.  Completezza di una metamorfosi interiore più analitica dove tutto si trasforma nell'altro-assente per ritrasformarsi ancora in un divenire presente.
E il “canto” di Pardini prosegue nella sua misteriosa melodia dalla palude dei ricordi (“vesperale suono”) dispersi all'àncora del proprio “essere” riconciliato con il passato di un futuro da rianimarsi nell'estensione di un orizzonte sempre più indefinito. 

                                     Marco dei Ferrari     


Nessun commento:

Posta un commento