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sabato 8 aprile 2017

N. PARDINI: LETTURA DI "VOLEVO SCRIVERE..." DI M. GRAZIA FERRARIS

Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade



Maria Grazia Ferraris: Volevo scrivere. Saggio sulla letteratura femminile del primo Novecento. Edizioni Helicon. Arezzo. 2017. Pgg. 114. € 12,50

Sono donna, ho vent’anni, e vengo da lontano assai onde vederVi

Con un libro che sa tanto di romanzo per legami, intrighi, e personaggi ricchi di pathos e di fascino, Maria Grazia Ferraris torna alla scena letteraria con una voce nuova, fiorita, culturalmente avvincente, efficacemente propositiva di affondi umani, poetici, e anche autobiografici, se ci si avvicina alla sua personalità volta a temi a lei consoni e nei quali  ritrova se stessa: passione, entusiasmo, malizia, amore, poesia, vita, cultura… Forse proprio perché ognuno di quei personaggi contiene una parte del  suo mondo. La scrittrice vanta un curriculum di grande spessore: narratrice, saggista, poetessa,  critico letterario, collaboratrice prolifica e versatile del blog Alla volta di Lèucade, che ha alimentato e alimenta con le sue ricerche letterarie cariche di inventiva, e valenza esegetica. In questo saggio affronta un argomento di rara bellezza, e di perspicace novità: contenuti su cui ha ricercato, studiato, e indagato per renderci partecipi delle sue infinite potenzialità intellettivo-emotive. Un libro ben fatto, di pregio, dal titolo “Volevo scrivere”, sulla letteratura femminile del primo Novecento. In copertina l’opera di Silvestro Lega, La lettura, che già ci dice assai sugli interessi della Ferraris; sul mondo attorno al quale ruotano appunto i suoi valori: la lettura, la curiosità, la scoperta, l’interesse. Fa da introduzione alle vicende, alle storie di scrittrici che hanno azzardato i loro sentimenti in salotti non ancora pronti a ingressi femminili, uno scritto introduttivo dell’Autrice che, in parte, riportato in quarta, ben ci avvia all’opera: “In questo saggio  mi sono proposta di dare voce alle parole e agli scritti di donne dimenticate o mal conosciute per condividere una scrittura “altra” il cui valore artistico-letterario può dare al lettore la possibilità di accedere ad orizzonti nuovi, dal sapore inedito. Questi piccoli tributi alla scritture femminili si concentrano sul primo Novecento perché proprio gli inizi di questo secolo vedono, per la prima volta, le narratrici intraprendere un cammino che va delineandosi con chiarezza nell’alveo dell’universo letterario e ad affermare con incisività una propria identità difficilmente conquistata. (…)”. Seguono: Omaggio a Grazia Deledda; Le prime scrittrici italiane d’inizio Novecento; L’ultimo volo. Omaggio a Mura;  L’Orco e la farfalla. Omaggio ad Annie Vivanti; Il lago. Omaggio al paesaggio: Liala; Le protagoniste; Schede biografiche. Un testo che, oltre ad arricchire non poco una biblioteca,  farebbe, di sicuro,  da buona compagnia a studenti di scuola superiore o universitaria, per il contenuto nuovo, originale, e informativo. Si inizia in prima persona, come se la prima  scrittrice incontrata, Deledda, si narrasse, raccontasse la sua storia, la sua passione, la sua conquista, le sue perplessità, il suo coraggio: Roma come meta: “Mi guardano incuriositi. Sono i personaggi noti, famosi scrittori della Roma di questo inizio di secolo. I più bei nomi della letteratura italiana. Mai avrei pensato di conoscere Antonio Fogazzaro, Gabriele D’Annunzio, Giosuè Carducci… Non sanno quanto io sia determinata e coraggiosa, dietro la mia modesta presenza…”. E continua a parlare del suo essere o non essere sarda, del suo rapporto col Verismo, della sua fuga dall’isola, timori, tristezze; il suo secondo romanzo Cenere, la vita, la morte, l’uomo, il destino; ricordi d’infanzia, di paese, addii manzoniani, una piccola provinciale, sprovveduta culturalmente, che, per i grandi, aveva finalmente imparato a scrivere.  Su, su fino al Nobel, l’invidia inevitabile. E il semplice discorso fuori da ogni retorica ampollosa: “Io non so fare discorsi. Mi contenterò… di ripetere l’augurio che i vecchi pastori di Sardegna rivolgevano ai loro amici e ai parenti nelle occasioni più solenni: Salute”. Il saggio prosegue con Sorelle in arte (Mura, Annie Vivanti, Flavia Steno). Il Feuilleton, Carolina Invernizio e il suo Il bacio d’una morta. La casa editrice Salani e i romanzi di Petit Jean, e Frédéric de la Rosière, la narrativa rosa e la borghesia umbertina. Scrittori frettolosamente relegati nel capitolo “paraletteratura”  “rosa”. Ed il giornale, strada principale di acculturazione, che vede emergere scrittrici del calibro di Carolina Invernizio,  Amalia Guglielminetti, nella Torino d’inizio secolo; Matilde Serrao, al sud e al centro; Sibilla Aleramo attiva a Roma e Firenze; Mura, collaboratrice del “Passerotto”; Annie Vivanti, anche fuori del contesto italiano;  Flavia Steno a Genova; Liala coi suoi ben 70 titoli, venduti anche oggi. Vengono presi in esame il rapporto amicale tra le scrittrici in “rosa”, le loro vicende letterarie, i testi, i contesti, con acume interpretativo e esegetico di cui la Ferraris è particolarmente dotata. Un capitolo che, focus del saggio, si distende su maggiore spazio data la vastità  del tema, e l’incontro coi vari personaggi trattati.
In L’Ultimo volo. Omaggio a Mura, il racconto si fa dettagliato, intimo, personale: le vicende private si alternano a quelle letterarie in una successione di fatti emotivamente contaminanti; fino alla conclusione dolce-amara dai risvolti pucciniani: “… La morte era arrivata. Prima di perdere i sensi pensò che non aveva rispettato, per la prima volta, il contratto con la sua casa editrice. Chi avrebbe finito il suo romanzo?”.
 L’Orco e la farfalla è un vero romanzo d’amore, di missive, di emozioni, di incontri, di amorosi sensi; di accadimenti che servono a ricaricare l’anima per voli poetici, per azzardi verso vie nuove, nuovi orizzonti, verso umani impatti, vòlti a isole di fantastiche illusioni, dove l’animo si impolpa di quelle emozioni di cui ogni artista sente il bisogno:  “Lui amava la montagna… Amava le montagne piemontesi, quella incantevole valle dell’Orco… i luoghi amati dove componeva le sue odi patriottiche: “Su le dentate scintillanti vette/ salta il camoscio, tuona la valanga da’ ghiacci immani rotolando per le/ selve scroscianti….,”. “Lei era una farfalla, gentile, aggraziata, vivace, bella e luminosa, incapace di quiete, di calma e di riposo…”.  “Sono donna, ho vent’anni, e vengo da lontano assai onde vederVi. Non sono italiana, ma profonda ammiratrice del Vostro linguaggio e di Voi, il più forte dei poeti…”…. Ed Annie, malinconicamente e dolorosamente, così rievoca l’ultimo incontro in una lettera da Londra: “Io vi scrivo questa povera lettera piangendo…. Piangendo come quando vi lasciai quella sera a Madesimo… io spero che solo <<al di là del ponte>> ci ritroveremo! Così sia sempre. La Vostra Annie.”.  Una narrazione emotivamente avvincente, fatta di accenni amorosi e di fugaci trasvoli, delicati e passionali, vòlti a mutarsi in poesia.
Ne Il lago. Omaggio al paesaggio: Liala, Amalia  Cambiasi Negretti (nome con cui Liala era conosciuta ovunque) torna a narrarsi. Maria Grazia Ferraris si fa interprete dei sentimenti di Liala in una confessione schietta e sentita, forte e paesaggistica, dove, appunto, l’intimità si traduce in corpi di visioni familiari, di colline prealpine, piccoli laghi inframorenici: “Il lago è per me una presenza costante, un amico cui non posso rinunciare…”. Panorami lacustri da mozzafiato. “Sono nata e cresciuta su un grande lago, il lago di Como….”, sequenze narrative, descrittive, introspettive che, con ritmo  incalzante, ci trascinano in rievocazioni di felice infanzia, in giochi di riscontro affettivo con scrittori del calibro di Aldo Busi che, scrisse di lei ormai novantatreenne: “Liala è bellissima e non ha nemmeno una ruga né una delle famose e, secondo lei, fastidiose lentiggini…. Liala è già dentro un mausoleo e inganna il tempo che l’ha ingannata facendosi vedere, riluttante, ancora viva. Liala è molto spiritosa.”. Il paesaggio  familiare del ramo sinistro del lago di Como, i ricordi, il Diario vagabondo, la maestà di un monte senza dolcezza, il marito, l’ufficiale pilota indimenticabile amore che “Morì nel ’26 precipitando nel lago e colando a picco senza la possibilità di essere subito soccorso….”. I percorsi per lungo e per largo: Gavinate, strade, silenzi, fiori, colori, pezzi di lago; lago Maggiore, Ranco, Val Ganna, Miogni, il grande pioppo che impediva la vista del Sacro Monte e di uno spicchio di Campo dei Fiori; desideri di fuga, di libertà, panorami nuovi mai immaginati, mai sperati: “… Domani guarderò sorridendo i giovani pioppi che in duplice fila vanno chi sa dove. E a me piace l’infinito”. È qui Maria Grazia Ferraris, in questi luoghi, in questi panorami; se ne impossessa, li fa di nuovo suoi e li rende poesia con una voce calda emotivamente singhiozzata da ritorni personali presi e ridati a queste voci femminili.  Forse è proprio la ricerca di infiniti spazi, di isole inesistenti, di confini inarrivabili, che fa da vincolo e da collegamento al fatto di esistere dei poeti; da comun denominatore a questi strani personaggi che volano continuamente col terrore di toccare terra. La narrazione scorre limpida e fluente come un ruscello che scende gradatamente dai colli al mare. Ed è proprio il mare, foce di ogni pensiero, immensità di ogni anima inquieta, a farsi simbolo di un amore che non ha confini.
A seguire un capitolo di schede biografiche e un ampio apparato critico di valenza  storiografica. Mi piace chiudere il discorso rimarcando l’importanza di questa opera sotto ogni profilo, letterario, storico, sociale, umano, e, soprattutto, mettendo in risalto la luminosità, l’impegno, e la caparbia analitica della nostra Maria Grazia nel togliere dalle grinfie dell’oblio argomenti e vite soggetti ad un ingiusto ed immotivato distacco.


Nazario Pardini

2 commenti:

  1. Conosco la passione, la delicatezza a volte struggente, e comunque la profondità con cui Maria Grazia Ferraris affronta temi e profili letterari di grande fascino. La letteratura femminile è senz'altro tra le note più ricche, penetranti e coinvolgenti che le sue corde vocali intonano con vivaci e avvincenti modulazioni da tanto tempo. Non ho letto il libro di cui parla Nazario Pardini in questa sapida nota, dedicato alle scritture femminili del primo Novecento, ma sento di poter condividere quanto da lui scritto parlando di Liala (Amalia Cambiasi Negretti): "Gavinate, strade, silenzi, fiori, colori, pezzi di lago... E' qui Maria Grazia Ferraris, in questi luoghi, in questi panorami; se ne impossessa, li fa di nuovo suoi e li rende poesia con una voce calda emotivamente singhiozzata da ritorni personali presi e ridati a queste voci femminili". Scrittura di sensi e d'anima, quella della Ferraris, dove umanesimo e umanità s'incrociano e s'innestano felicemente tra di loro. E sta qui l'imprescindibile e arricchente contributo che l'universo femminile può donare, e dona senz'altro, ad una cultura che altrimenti l'universo maschile ghettizzerebbe in un limbo devitalizzato, tutto (o troppo) cerebrale.
    Franco Campegiani

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    1. Grazie a Nazario che legge con una empatia e partecipazione da poeta, grazie a Franco, un amico che legge oltre lo scritto....
      Qualche verso di A. Pozzi per dirvi il mio consenso affettuoso:
      ...Desiderio di cose leggere
      nel cuore che pesa
      come pietra
      dentro una barca –
      Ma giungerà una sera
      a queste rive
      l’anima liberata:
      senza piegare i giunchi
      senza muovere l’acqua o l’aria
      salperà – con le case
      dell’isola lontana,
      per un’alta scogliera
      di stelle –

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