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domenica 18 febbraio 2018

FRANCO CAMPEGIANI: "LA SCRITTURA..."



Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade


LA SCRITTURA
Analisi del segno grafico nella storia umana

Quattro autori, molto diversi tra di loro, si confrontano sul tema della scrittura. Non è propriamente un saggio, quello che ci offre l'Editrice Tracce di Pescara (2016), ma un'analisi delle potenzialità del segno grafico, insidiato dal digitale, affidata a un manipolo di scrittori: due letterati (Francesco Paolo Tanzj e Plinio Perilli) e due studiose del mondo psichico (Federica Fava Del Piano e Silvana Madia). Il tema della scrittura, dunque, affascinante come non mai, focalizzato da quattro angolazioni differenti, ma convergenti verso un esito comune.
Il primo autore, Francesco Paolo Tanzj, dà corpo a un racconto dove affiorano il tormento e l'estasi, la sofferenza e la felicità della scrittura creativa, intesa come parto dell'anima, come epifania del mondo interiore. Federica Fava Del Piano porge invece uno studio sul rischio delle carenze, nello sviluppo delle funzioni cerebrali, direttamente connesso con l'avvento del touch screen in sostituzione del corsivo. Silvana Madia offre uno scandaglio teso a mostrare la funzione insostituibile della scrittura manuale nel flusso delle immagini e nell'evocazione del pensiero. Infine Plinio Perilli dipinge un ampio affresco del Novecento letterario nel tramonto dell'era umanistica in favore dell'homo tecnologicus, robotizzato, dei tempi attuali.
Il senso generale dell'opera può pertanto venire racchiuso nell'appello a coltivare la scrittura come mezzo per arginare la massificazione imperante stimolando la conoscenza delle identità personali e collettive. Non c'è dubbio che l'aggressione delle comunicazioni di massa costituisca un'insidia per il senso stesso del comunicare, fondato sulla comunione degli uomini tra di loro e di ogni uomo con se stesso. In una società come la nostra, parolaia, superficiale, dove tutto è spettacolo, frivolezza, e tutto è spostato all'esterno, in un'esistenza piatta, unidimensionale, è inevitabile che le relazioni si facciano inautentiche, producendo ferite identitarie profonde, vuoi a livello individuale e vuoi collettivo.
Ebbene, questo testo insiste sull'importanza e sulla necessità di quel tipo di scrittura, che - essendo "creativa" per eccellenza - rifiuta ogni standardizzazione, ogni omologazione, ed è una forza rigeneratrice, tesa a portare in superficie ciò che risiede nel profondo, e che, per questo, è originale, unico, di prima mano. Questo tipo di scrittura apre e mantiene aperto il passaggio tra il dentro e il fuori, agevolandone l'osmosi e contribuendo a quell'equilibrio che purtroppo veniamo smarrendo nella vita privata e pubblica, sempre più aggredita dal chiasso sferragliante e sempre più dimentica dei salutari silenzi interiori. Questa, in estrema sintesi, la tematica che i vari autori affrontano, ciascuno con le proprie caratteristiche e con specifiche argomentazioni.
L'invenzione della scrittura, che prima di diventare alfabetica fu ideogrammatica, come ancora lo è in alcune parti del globo, sviluppò enormemente la trasmissione del pensiero. I Sumeri, circa quattromila anni fa, iniziarono a praticare una forma di scrittura detta cuneiforme, altamente simbolica, realizzata incidendo tavolette di argilla con delle punte dette stilo. Ciò determinò un'accelerazione nel processo culturale, che la successiva scrittura alfabetica rese ancor più galoppante. La civiltà tuttavia è un'arma a doppio taglio. Ci fa crescere nascondendo nella crescita un'insidia mortale: quella di farci diventare adulti adulterandoci, dimenticando noi stessi e cancellando la nostra fanciullezza, la nostra humanitas, il nostro stampo originario. A quel punto il processo s'inverte e inizia una decadenza.
La responsabilità non è della civilizzazione, ovviamente, ma della nostra pigrizia morale e mentale che ci impedisce di gestire il fenomeno. Se non prendiamo in mano la nostra esistenza, se anziché vivere preferiamo lasciarci vivere, imbocchiamo un percorso molto pericoloso, uno scivolone direi, un'involuzione che potrebbe ricondurci dritti alla barbarie. Non alla preistoria, ma alla barbarie, perché anche nella preistoria sono vissuti individui saggi, conoscitori del profondo, plurilaureati alla scuola della vita. Il problema vero è che, ingabbiati nel mondo esteriore, rischiamo di mandare in oblio le zone recondite e inconsce della mente, quelle della nostra vera ricchezza, della nostra patria interiore. La quale, così compressa, non può far altro che esplodere, come spesso fa, con violenza devastante nel vivere associato. E seppure non giunge a tanto, lascia comunque un'amarezza, un senso d'incompiuto, di non realizzato, che fa molto male.
In questa profonda tematica, veniamo introdotti fin dal primo dei quattro testi contenuti nel libro, quello di Francesco Paolo Tanzj. Lo zen e l'arte di scriversi addosso - questo il titolo del suggestivo racconto - è la storia di uno scrittore, Manuel, che, distolto da se stesso a causa di eccessivi impegni pubblici, si trova in crisi di creatività. Fin quando non decide di tagliare i ponti con quella vita effimera e, chiuso nel suo studio, concentrato su se stesso, assiste incredulo all'esondare di fiumi di inchiostro che si riversano sulle pagine, provenendo da chissà dove. "E' come se qualcuno stesse scrivendo al posto mio", dice stupito a se stesso, "come se una forza esterna si fosse impadronita di me!".
Il testo successivo, Verba volant, scripta manent, è di Federica Fava Del Piano e si prefigge di mostrare come il tratto grafico, superficialmente ritenuto un involucro, quasi un imballaggio con cui si offrono i contenuti, in realtà sia esso stesso già un contenuto. La grafia è qualcosa di personale ed unico, per cui "si può dire che esiste un DNA grafico", afferma la studiosa. "Dentro la grafia - continua - si colloca il nostro Io, che non può nascondersi, portato fuori dal tratto grafico, come un vero e proprio tracciato elettroencefalografico". Per questo, sostituire l'uso del corsivo con il digitale può avere effetti molto negativi sullo sviluppo cerebrale, nei bambini in particolare.
Segue un esperimento condotto dalla stessa autrice su vari scrittori contemporanei: Raffaele Viviani, Carlo Emilio Gadda, Francesco Jovine, Sandro Penna, Pier Paolo Pasolini, Elio Pecora, Maurizio de Giovanni, Emanuele Trevi, Chiara Gamberale, Paolo Piccirillo, il cui segno grafico rivela contenuti psichici significativi, veri e propri viatici per chiunque voglia comprendere compiutamente il messaggio della loro scrittura.
Con un saggio intitolato Il senso, nella problematica s'inserisce la Dottoressa Silvana Madia rivelando che nella pratica psicoterapeutica, tesa ad alleviare le sofferenze di una mente "che sempre più spesso sembra ignorare i suoi spazi identitari", oltrepassata "da scritte e immagini virtuali alla velocità di internet", "spesso accade che le persone sentano il bisogno di narrarsi non solo con la parola, ma anche imprimendo il loro tratto grafico su un foglio di carta". In tal modo "i mostri scompaiono, i sensi di colpa si dissolvono", perché si crea un ponte, una relazione dello spazio interiore con quello esteriore. E' questo il ruolo della scrittura, e gli scrittori sono la voce del tempo, una voce che viene dal profondo.
L'ultimo saggio è di Plinio Perilli e s'intitola L'uomo è come si scrive, volendo sottolineare, nel linguaggio letterario, il valore insostituibile del mondo interiore: "con la poesia, egli sostiene, che prima d'esser forma, una forma, è uno "stato d'animo", un moto dello spirito umano. E' dunque un'istanza di umanità a spingere lo scrittore: quella "fede nella solidarietà, dice Perilli,  quell'Umanesimo integrale che già fu dono e missione di Jacques Maritain", di quel "sempiterno spirito umanistico che per la prima volta ora realmente vacilla, smotta, scricchiola". Il messaggio - il suo, come quello degli altri compagni di viaggio - sta dunque nel "recupero di un'etica della Scrittura come relazione", mentre nella realtà che ci circonda - conclude amaramente l'autore, citando Moresco - "non si sente quasi parlare d'altro che di soldi, sui giornali, per strada". E commenta: "Che brutto romanzo, questo dei soldi!".
     
Franco Campegiani   

5 commenti:

  1. Importanti riflessioni sulla funzione creativa della scrittura. Tornerei a ripensarle e proporre alcune sottolineature dei nodi focali del discorso.
    - Scrittura creativa-
    Nei diversi momenti della nostra vita la Scrittura “ci aiuta a pensare, ma è lei che ci ripensa“ scrive il filosofo Duccio Demetrio ed è in questo gioco di specchi, di rimandi, di intrecci che ci manifesta la sua esistenza, e con essa, la nostra, ci offre la possibilità di esprimere ed esprimerci, ma per tale via è essa stessa che si mostra, come soggetto autonomo e terzo. E come amante benevola, se non lesina sofferenze e tormenti, sempre in ultimo soccorre e sostiene”. La scrittura come ricerca di equilibrio e di felicità.
    L’osservazione ci conduce a un secondo passaggio: le Relazioni autentiche/in autentiche.
    -Se perdiamo di vista l’aspetto creativo e consolante della scrittura, la ricerca del nostro io profondo, singolare, rimane solo la comunicazione superficiale imperante della tecnologia, robotizzata, massificante che solo apparentemente ci fa sentire integrati, membri accettati e assimilati nell’attualità alienante della modernità.
    -Sembra inattuale proporre un ritorno alla scrittura manuale.
    È invece profondamente saggio: il momento di ritorno in sé e alla lentezza dell’elaborazione -conquista umana- del pensiero. Promuove aspetti della psiche e della personalità individuale obliate, se non proprio cancellate, da smartphone e computer.
    È dimostrato da numerosi studi che la scrittura a mano sviluppa la capacità mnemonica, organizza le informazioni nel cervello in aree specializzate, stimola il pensiero astratto e la diversità: “ Dentro la grafia …-si colloca il nostro Io, che non può nascondersi, portato fuori dal tratto grafico, come un vero e proprio tracciato elettroencefalografico".
    LA SCRITTURA MANUALE, infatti, è UN’IMMAGINE di sè adesso e qui; una trascrizione dell’esserci, in cui si esprimono memoria, emozione, volontà, piacere estetico, desiderio di continuare.
    Lo scrivente, a ben riflettere, sta in una dimensione teatrale, compie un’azione, e procede di scelta in scelta, svoltando, allungando, chiudendo, schivando, disgiungendo, collegando…. Scrivere ci protegge; ci dice che ci siamo, che sono io e nessun altro.
    Per questo, sostituire l'uso del corsivo con il digitale può avere effetti molto negativi sullo sviluppo cerebrale, nei bambini in particolare.
    La letteratura coi suoi esempi, come sempre, è una grande maestra di educazione e di pensiero. Infatti - l’uomo è come scrive. Avete mai guardato con attenzione la scrittura dei grandi, ad es. di Leopardi, ( una scrittura chiara e nitida,fluida senza affettazione), o di Federico Fellini ( con spazi ben organizzati, e forme originali e semplificate in un movimento veloce e dinamico) o di Elsa Morante (dai gesti grafici piccoli e vibranti sul rigo che esprimono vivacità intellettuale, curiosità e interesse per il rinnovamento e la varietà?)…e si potrebbe continuare.

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  2. Ottimo intervento, questo di Maria Grazia Ferraris. Arricchisce notevolmente, con annotazioni e citazioni autorevoli, il discorso iniziato dai quattro scrittori che hanno dato vita al testo da me esaminato. Discorso controcorrente, che polemicamente rivaluta il ruolo insostituibile della scrittura manuale in tempi in cui la comunicazione viene sempre più affidata a mezzi tecnologici che allontanano l'uomo dalla comunione con se stesso. La ringrazio vivamente per il contributo, anche e soprattutto a nome degli autori del libro.
    Franco Campegiani

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  3. Veramente illuminante ed incisivo il sopra scritto di F. Campegiani; ed altrettanto valide saranno certamente le tesi, in merito allo scrivere "a mano", dei quattro autori visto da angolature specifiche: psicologiche, pedagogiche, sociali, sano appagamento dell'IO e addirittura terapeudico che porta inevitabilmente verso quella UMANITAS interiore che nel nostro contesto storico risulta essere ormai di infima percentuale nei rapporti tra simili. Lo scrivere è un'estensione del verbo mentale, del pensiero,della parola quale marchio divino dato all'uomo per convivere, coabitare in armonia non solo con i propri simili ma anche con altre identità: animali e pure cose, poste sul suolo terra. Sta all'uomo il giusto estendere questo scrivere sia come forma/modo che come contenuto. Pasqualino Cinnirella

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  4. Dici bene, Pasqualino: "Lo scrivere è un'estensione del verbo mentale". Sta tutto qui il messaggio dei quattro autori che ho avuto l'onore di presentare. Per uno scrittore, scrivere e pensare sono la stessa cosa, ed è la mano a tenere unite le due facoltà. Va da sé che si possa scrivere in tanti modi diversi, ivi compreso quello digitale, come io ora sto facendo sulla tastiera del mio p.c. Tuttavia la forma autografa della scrittura, attingendo direttamente alla psicologia dello scrivente, si direbbe insostituibile nell'organizzazione e nella trasmissione del pensiero. Fare a meno di questa ricchezza è una vera menomazione. Ti ringrazio per la condivisione e per il contributo.
    Franco Campegiani

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  5. Dici bene, Pasqualino: "Lo scrivere è un'estensione del verbo mentale". Sta tutto qui il messaggio dei quattro autori che ho avuto l'onore di presentare. Per uno scrittore, scrivere e pensare sono la stessa cosa, ed è la mano a tenere unite le due facoltà. Va da sé che si possa scrivere in tanti modi diversi, ivi compreso quello digitale, come io ora sto facendo sulla tastiera del mio p.c. Tuttavia la forma autografa della scrittura, attingendo direttamente alla psicologia dello scrivente, si direbbe insostituibile nell'organizzazione e nella trasmissione del pensiero. Fare a meno di questa ricchezza è una vera menomazione. Ti ringrazio per la condivisione e per il contributo.
    Franco Campegiani

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