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sabato 9 febbraio 2019

MARISA COSSU: "IL SENSO DEI "RITORNI""


Il senso dei “ritorni"
È  nel mutamento che le cose trovano quiete”
(Eraclito)

Marisa Cossu,
collaboratrice di Lèucade


Di fronte all’idea del tempo regolatore e misuratore tassonomico della nostra presenza finita, l’uomo si pone non tanto con ragionamenti prettamente filosofici, quanto con riflessioni ed emozioni che nascono dal suo mondo poetico, dal “sentire” e dall’esperienza: come il bambino dimenticato con il divenire dell’età adulta, domanda, chiede, si meraviglia e immagina, riesce ad uscire dai pregiudizi e dalle idee precostituite.
In particolare il tema del “ritorno” assume una connotazione centrale nella  visione e percezione del tempo anche da un punto di vista psicologico. Si avverte profondamente il fascino e il senso di un atto volontario, spesso sofferto, di una decisione che coinvolge la libertà dell’uomo, ma che contestualmente subisce la contraddizione di verificarsi in un tempo finito mediante atti che nel tempo si ripetono infinite volte. È come se tutto fosse già accaduto: esiste solo la possibilità del “qui ed ora”, nell’attimo presente.
La vita è un eterno ritorno, ma scorre su un nastro lineare infinito; l’uomo è intrappolato nella propria vicenda personale e nella propria costituzione psichica e soltanto attraverso la rottura della  linearità riesce ad immaginare una circolarità che sfidi  l’inesorabile avanzata del tempo; forse ciò che chiamiamo tempo non esiste: esso è una parentesi tra l’inizio della vita e la morte, gli opposti che riusciamo a riconoscere tra tanti altri.
Fermarsi a pensare è un prolungamento di questa parentesi. Significa immergere la coscienza in tutto ciò che ci circonda ma non ci appartiene realmente. La base è  necessità di conoscenza dei confini che avvolgono e riducono la nostra presenza.
Il ritorno, seppure liberatorio, presuppone un avventuroso percorso su sentieri poco battuti, spesso sconosciuti, abbagliati da miraggi e illusioni, da tentativi protesi alla conoscenza e realizzazione di “sé” tra gli altri e nell’universo.
Il viaggio avviene all’interno e all’esterno: è un viaggio che muove dalla realtà sensibile; è l’accumulazione delle esperienze, degli apprendimenti, delle emozioni e delle relazioni; vi sono piccole e grandi cose, spesso ritenute banali, che incidono profondamente sulla  consapevolezza del “sentire” e della percezione, modificando gli stati iniziali.
L’uomo si pone  in un continuo “andare”, come un pellegrino verso un santuario in cui deporre l’angoscia, il vuoto avvertito  che impone di fermare la corsa per ritornare nella realtà interiore e dare un senso alle azioni che riempiranno quel vuoto: si pensa di essere andati lontano e non ci si accorge che tutto era già qui.
Ci si chiede, allora, il perché dell’infinita linearità dell’abitare nel tempo e quale sia il nostro destino se non quello di correre per sempre, di essere divorati e consumati dal mitico Oroboros, il serpente che mordendosi la coda, rappresenta il tempo circolare che scorre inesorabilmente nella tradizione alchimistica.
Ma perché ritornare? Non sarebbe più facile proseguire in avanti nell’ebbrezza dei desideri, affamati di conoscenza, senza limiti, attratti da una forza che ci calamita e rende difficile il soffermarsi nella meditazione e nell’osservazione del proprio attimo fuggente?
I ritorni sono quindi  le fermate obbligatorie, le crisi dell’esistenza, le solitudini in cui versa il pensiero affaticato dagli eccessi, dall’alienazione, dalla estraneità, dalla percezione del costante e crescente dolore dell’universo cui  sentiamo di appartenere.
Dobbiamo fermarci perché avvertiamo con forza il bisogno di colmare un vuoto interiore e dare spazio alle emozioni; di essere niente altro che  fluida presenza, perché Colui che vede l’attimo presente, vede tutto ciò che è avvenuto nell’eternità del tempo* .
La soluzione del vuoto sta nell’immergersi in esso con tutta la coscienza e  la consapevolezza, nel prestare attenzione all’angoscia che ha prodotto le crisi interiori e nell’accettarle rispondendo alla chiamata del ritorno.
Dallo smarrimento si può tornare in se stessi così che ogni crisi e ogni fermata comportino il  distacco dalle forsennate connessioni dell’agire e dalle più sfrenate sollecitazioni.
Il ritorno consente di apprezzare la solitudine e il silenzio come luoghi di meditazione che  pongono l’esistente tra tutti gli altri attimi contemporanei, passati e futuri.
In questo luogo i punti di riferimento sono tutti interiori e bisogna attendere  a lungo, (ecco la misura psicologica del tempo), per avvertire i sintomi pacificatori del ritorno; non basta voler tornare, bisogna saper attendere di essere pienamente consapevoli della possibilità della nuova ripartenza proprio dal punto in cui il tempo  manifesta con benevola morbidezza la sua ciclicità e la sua momentanea sconfitta.
La visione consolatoria di un tempo piegato alle esigenze dell’uomo, il tempo di una strana duttile topologia curvata alla presenza umana, è come un orologio deformato (quello di Dalì), sul cui morbido tracciato, le ore già battute possano attendere il destino dell’individuo senza che egli provi la fretta di correre verso una fittizia realizzazione di sé.
Termina qui la forte necessità dell’uomo contemporaneo  di consumare il tempo correndo alla volta della  sconosciuta eterogenesi dei fini; ma qui inizia la consapevolezza di essere ciascuno fatto di tempo, un attimo da valorizzare, un attimo di quiete nella tempesta che non possiamo fermare.
Su questa strana topologia è forse possibile scrivere il diario della propria presenza nel mondo, cosa tra cose, concentrata anche in un solo attimo di vita eternamente breve.
*Marco Aurelio, Pensieri per me stesso
Libri consultati:
-        Maurizio Calvesi, Arte e Alchimia, Firenze, Ed. Giunti, inserto Rivista Art Dossier n.4 luglio/agosto, 1986
-        Eraclito, I frammenti e le testimonianze, a cura di Carlo Diano e Giuseppe Serra, Oscar Classici Latini e Greci, n. 43, Milano, Mondadori, 2000
-        Nicola Ubaldo, Atlante illustrato della filosofia, Firenze, Giunti  Editore, 2005
      
       Marisa  Cossu


3 commenti:

  1. Grazie, carissimo Professore, per la generosa ospitalità su questa mitica Isola.Trattare delle innumerevoli sfumature del Tempo non è agevole da qualsiasi ottica le si guardi, ma ho cercato di problematizzare a me stessa i molti input derivanti da questo tema; molti di essi, quali contenuti di pensiero, possono essere rintracciati nelle mie poesie.Grazie per aver letto con tanta cura il mio breve saggio.Riceva i più affettuosi saluti.
    Marisa Cossu

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  2. RICEVO E PUBBLICO

    Mi sono soffermato a lungo su questa ponderosa e stimolante riflessione di Marisa Cossu, che ringrazio per il prezioso dono. Una chicca per chi, come me, è proiettato in un percorso di studi e di conoscenze interiori. Secondo l'autrice, tornare infinite volte al tempo finito non può significare altro che replicare all'infinito un film sempre uguale a se stesso, offrendo all'uomo l'opportunità di rendersi consapevole della sostanziale vanità della vita. Con tutto il rispetto che merita una tale visione del mondo, avallata tra l'altro da Nietzsche (ma dagli Stoici ancor prima), preferisco pensare a un senso più vivace dell'eterno ritorno, necessario a mio avviso all'evoluzione individuale in conoscenze nell'avventura della vita. Non sto accarezzando - sia chiaro - l'utopia di un dinamismo assoluto, di quel progresso illimitato "in avanti nell'ebbrezza dei desideri, affamati di conoscenza", giustamente screditata dalla scrittrice. Penso piuttosto ad un tragitto in equilibrio tra moto e stasi, ad un percorso interrotto da brusche fermate, indispensabili alla ripresa del viaggio con rinnovate energie. Anziché di "ripetizioni" e di "repliche", preferirei pertanto parlare di "rigenerazioni" o "rinascite" allo scopo di ripartire sempre, dopo il naufragio, verso nuove avventure. E il "déjà-vu"? potrebbe ancora avere senso in tal caso? Direi di si, anche se a me non è mai capitato. Immagino infatti che una ricapitolazione di passate esperienze possa risultare utilissima alla psiche per procedere con consapevole equilibrio sull'ulteriore cammino. Possiamo chiederci quale possa essere il senso di questo ulteriore ed infinito cammino, ma qui il mio pensiero si arresta, limitandosi ad accettarne il mistero. Un po' come accade nell'infinito gioco del perché del bambino, la cui spina dorsale cresce ponendosi domande cui non è vero che non esistono risposte, ma le cui risposte stanno proprio nelle domande che pone. Ringrazio nuovamente la Cossu per l'approfondimento e per l'occasione di stimolante dibattito suscitata.

    Franco Campegiani

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    1. Grazie a Lei, gentile Franco Campegiani, per la lettura e la bella nota che mi onora. Le Sue chiare argomentazioni arricchiscono e spiegano i punti di riflessione su cui mi sono soffermata dando spazio ad una mia percezione psicologica della questione, più che agli aspetti filosofici specifici. Le mie argomentazioni si riferiscono alla necessità dell'uomo contemporaneo di riscoprire il valore e i benefici della lentezza in quest'epoca affannata e bulimica, senza nulla togliere a quel dinamismo che è anima e motore della stessa esperienza vivente. Mi piace pensare, e qui parla la mia passione per la poesia, ad un Tempo, umanizzato, duttile, pieghevole o ad un Tempo di cui siamo fatti e che si consuma con noi. La ringrazio aspettando di leggere presto un Suo nuovo saggio. Cordiali saluti
      Marisa Cossu

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