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martedì 3 novembre 2020

MARIO SANTORO LEGGE: "NEL FRATTEMPO VIVIAMO" DI NAZARIO PARDINI, GUIDO MIANO EDITORE

La poesia di Nazario Pardini

tra quantità e qualità

di Mario Santoro

Il poeta non smette mai di sognare, sia pure ad occhi aperti, e continua imperterrito il suo lavoro di scrittura che consegna al lettore col quale stabilisce un rapporto dialogico libero nella consapevolezza che ogni verso, se non ogni parola, costituisce un punto a quo per ulteriori percorsi diversificati.

È quanto accade a Nazario Pardini che non smette mai di interrogarsi, ricorrendo sempre a una pensosa leggerezza e approdando alle più discrete risposte che si caricano di certezze sul significato più vero ed autentico dell’esistenza che resta comunque mistero. In questa ottica la poesia svolge funzione salvifica e di testimonianza sul valore della vita, sulle cose che contano, sull’importanza di esserci, sempre a comunque, come efficacemente dichiara il titolo della raccolta Nel frattempo viviamo da leggersi all’insegna del più sano ottimismo, laddove il verbo al presente si connota come senso di realtà, ragione di sicurezza, ma anche come richiamo all’inclusione resa bene dal ricorso al plurale mentre la locuzione avverbiale “nel frattempo” sottende una grande varietà di sfumature di significati e significanti possibili che vanno ben oltre il tempo momentaneo, indicando una sorta di continuità con la capacità di assaporare fino in fondo il buono che c’è. Titolo azzeccato, dunque, e frutto di ripensamento meditato che testimonia l’approccio decisamente positivo del poeta che sa contemperare situazioni anche contrastanti ed è pronto ad intrecciarle con giusto equilibrio e, in taluni momenti, ad ordinarle senza prevaricazioni di sorta.

E così gioie serene, attimi di felicità, situazioni di meraviglia e d’incanto, attese trepide di gradite sorprese, si susseguono per poi cedere il posto a condizioni di malinconie e di tristezze, sensazioni di vuoto, difficili da colmare, solitudini ritornanti ma, per fortuna, non disperanti, memorie vicine e lontane nel tempo, e magari anche nello spazio, condizionamenti quotidiani e senso di impotenza. E non mancano miracoli, tutti umani, che accadono sotto gli occhi degli uomini, storie di umili e di animi semplici, fenomeni della natura che esistono da sempre. Vengono riportati nella maniera più diretta ed immediata da Nazario Pardini che ha imparato, davvero e al meglio, “Il mestiere di vivere” di stampo pavesiano, come sostiene Enzo Concardi, senza il carico di pessimismo del poeta piemontese.

Consapevole di tutto ciò l’autore può procedere con tranquillità e fiducia senza inseguire alchimie di linguaggio, senza infingimenti, senza prese di posizione o preconcetti, in maniera chiara, diretta, fluida, con parole che pesano e al tempo stesso suonano o, meglio ancora, risuonano nell’anima. Di qui il suo spaziare, e a tratti quasi abbandonarsi, senza il timore di perdersi, tra gli elementi della natura, con veri momenti di comunione e con evidente commozione e gioia e, se si vuole, con implicita gratitudine; di qui anche la sua esigenza di dare e ricevere amore nella direzione dei suoi simili e delle cose tutte, ricercando momenti di chiara intesa e di magia. Ne consegue una descrittività puntuale ed efficace, carica sempre di riferimenti inferenziali e connotativi e di tensione emotiva che a tratti si alleggerisce per riprendere con maggior vigore.

Scrive il poeta: “Il bosco si acquatta / ed il tramonto per conto suo / si mangia il giorno / indifferente ai passeri, / agli umori abbarbicati a questa terra”. E riprende altrove: “Là davanti / nascosto tra il fogliame / trangugiava insaziabile un serpente / un rospo / tra il gracidare indifferente delle rane”. E pare quasi di sentire il gracidio continuo e ininterrotto delle rane incuranti della sorte del rospo, nell’abile gioco della contrastività che il poeta sa creare, quasi come se improvvisasse, sulla linea della sottile e, al tempo stesso amara, ironia che si ritrova anche altrove, nel contrasto tra il silenzio della casa ove è un morto e il rumore, neppure poi tanto fastidioso, di un barattolo vuoto che rotola sotto la spinta dei calci di un ragazzo: “In quella casa il funerale. / Nel silenzio / si udiva solo / il rimbombare dei calci di un ragazzo / su un barattolo vuoto”.

E l’ironia la ritroviamo ancora in altre poesie e nei frammenti. Ci fermiamo a un’altra citazione, che si commenta da sola: “Nel foglio di quel giornale / ha incartato due uova / la contadina. / Si intravedono / due necrologi. / Sono serviti anche da morti”.

Molte le considerazioni sul tempo che passa inesorabile e lascia evidenti segni con la vecchiaia che sopraggiunge con il suo pesante carico di limitazioni, la pesantezza dell’immenso bagaglio dei ricordi, e un generale senso di abbandono e di solitudine, a tratti, pesante. In tale situazione consola la certezza che, proprio la vecchiaia, resta l’unica via di uscita per tenere a bada la morte. E non si tratta solo di consolazione perché, a saper ben guardare, essa offre ugualmente delle positività e consente il rifugio nella rievocazione del tempo andato. E non è poco: “...l’unico mezzo, / il solo, possibile mezzo / di restare più a lungo / a respirare la vita”.

E torna ancora il tempo con l’orologio del campanile che coi suoi rintocchi segna, inflessibile, le ore e risveglia nell’anima ricordi straordinariamente dolci e fanciullezze ardimentose con gli inevitabili litigi. Tutto questo anche se, al tempo presente, la realtà pare nullificare ogni cosa e “Resta odore di nafta / sopra i cigli in fiore / delle erbose vie”.

Mitiga la cruda realtà presente, il ricorso al passato in una sorta di fanciullesco bisogno di fermarsi per intravedere “…quieti, / tra i barbugli dei flutti / e il maestrale, / la sagoma dell’isola fatata”. Ci pare quasi un richiamo indiretto al fanciullo novariano che implora, a mani giunte, il giovane ruscello a quietarsi per giocare insieme un “caro gioco”.

E Pardini va ben oltre e offre la sua parola, a volte, se non mielosa certamente dolce ma con una punta di amaro, anche alle cose, che si animano: “Quante storie / racconta il marciapiede / di barboni, ladroni, / generali, caporali, / professori, scrittori, / regine, sgualdrine, / cavalieri, banchieri”. E si lascia prendere, pur essendo sempre vigile e presente, da ardimenti e voglie di travalicare le quotidianità e di sollevarsi in volo: “Che concerti le dita della fantasia / arpeggiano sull’anima!” anche se subito ritorna la realtà a notare vele che scompaiono all’orizzonte: “Lo so che siete destinate a sparire / nell’ultima linea all’orizzonte. / Ma niente mi impedisce / di seguirvi con la fantasia” (Le vele).

E poi il poeta torna “tra il serio e il faceto” alla precarietà dell’esistenza, al brevissino lasso di tempo che va saputo gustare: “È come un lecca lecca, sai, la vita / finito non ti resta che lo stecco, / non te ne fai di un becco, caro mio!, / gustala bene prima che sia finita!”.

Nella seconda parte del volume risulta evidente la capacità di alleggerire la poesia ricorrendo ad una pluralità di stili con composizioni brevi e libere, a massime e a detti, talora più vicini alla maniera proverbiale e finanche a facezie, arguzie, celie, battute, lepidezze, con gradevolezza di toni e traendo spunto da momenti occasionali, come se l’autore, che fa sempre molto sul serio, decida di non prendersi sul serio. Insomma c’è quasi un abbassamento di toni nel vago e generico richiamo al secondo Sinisgalli e all’ultimo Montale.

Mario Santoro

 Nazario Pardini, Nel frattempo viviamo, pref. di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2020, pp. 124; isbn 978-88-31497-12-1.

1 commento:

  1. nella poesia di Nazario........la vita! bella recensione che mette in risalto il suo stile, la sua leggera autoironia

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