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giovedì 10 giugno 2021

MAURIZIO DONTE: "NOTA CRITICA AL SONETTO DI F. CINTI"

 

Maurizio Donte,
collaboratore di Lèucade







Nota critica al sonetto di Federico Cinti 

 

NARCISO

 

E caddi nell’immagine del cuore,

l’unica forse che io amai davvero:

io mi smarrii tra le onde del mistero

senza avvertire il minimo dolore.

 

Al di là dell’antica acqua incolore

tutto m’apparve in quell’istante nero:

ormai in me si schiudeva la via al vero

rinascendo al sorridere d’un fiore.

 

Nulla di ciò che fu. Nel cuore immoto

annegò sconosciuta la visione

di chi viveva lieto oltre lo specchio.

 

Addio all’inconoscibile, addio al vecchio

mai più intravisto, liquida illusione,

eterna gioia spersa nell’ignoto.

 

Casalecchio di Reno (Bologna), 4 giugno 2021 

Federico Cinti


© Federico Cinti

Tutti i diritti riservati

 

"E caddi nell'immagine del cuore "... Così già nell'incipit, Federico Cinti ci trasmette l'impressione stessa del fiducioso approccio all'esistenza che si ha nell'aprirsi alla vita. L'inizio, la primavera, la sicurezza ingannevole della inconsapevolezza del finire che deriva dalla nostra fanciullezza. Ci si perde allora nel nostro stesso riflesso, nel pensare proprio del nostro essere come univoco, certo, solido, come è nella nostra stessa auto percezione: siamo noi, e siamo certi della nostra immagine riflessa, di quello che pensiamo di noi. A volte in questa immagine ci perdiamo, innamorandoci di noi stessi, fino al punto da trascurare ogni input contrario, ogni critica proveniente dall'esterno. 

Questo racconta il mito di Narciso, di Ovidiana memoria, ripescato in questo magistrale sonetto dall'amico Federico, sì, proprio uno di quei miti antichi, oggi ritenuti del tutto inutili, superflui, imbarazzanti, da cancellare in un revisionismo iconoclasta e stupido, dai contorni fumosi, che porta a rifiutare l'insegnamento che ci deriva dallo studio dei classici, come se la nostra storia, la nostra stessa giurisprudenza, la Scienza e tutta la cultura attuale non derivasse dai millenni di riflessione e di lavorio intellettuale compiuto dalle generazioni precedenti: dal nulla non nasce nulla, e rinnegare le radici, nell'arte come nella cultura, come nella società è un comportamento assurdo, irresponsabile, e sterile oltreché controproducente. 

Questo racconta Federico leggendo in filigrana tra i suoi versi: questo individualismo sfrenato che connota il presente, il culto esasperato del bene più effimero: la bellezza fisica, che si cerca di mantenere il più a lungo possibile ricorrendo alla chirurgia estetica, con risultati assolutamente grotteschi, è ( nonostante la negazione dei miti) null'altro che la reviviscenza del mito di Narciso, a testimonianza della attualità dei classici. 

Un altro motivo di riflessione viene suggerito dalla lettura di questi versi, legato invece al più recente Novecento, precisamente al pensiero che pervade tutta l'opera di Luigi Pirandello, massimamente derivante dal suo romanzo: "Uno, nessuno, e centomila". Vitangelo Moscarda, il protagonista, vede la sua esistenza stessa scardinata da una banale osservazione fattagli per una caratteristica del suo viso, che gli era sempre sfuggita. 

Ecco, il nostro vivere da adulti si basa proprio sul difficile equilibrio tra la nostra auto percezione e l'immagine riflessa del nostro essere nella percezione che ne hanno gli altri. E quindi esisto io come penso di essere, o esistono tanti me stesso quante sono le persone che incontro? In questo gioco di specchi ci si può anche perdere di vista fino ad essere nessuno, o ad adattarci a recitare il ruolo di chi dovremmo essere per gli altri. 

Un discorso che forse va molto oltre quello che si può scrivere in una breve nota "critica ", per così dire, da parte di un amico che certo non ha studi sufficienti per approfondire ulteriormente.

 

 

 

 

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