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sabato 5 giugno 2021

ORAZIO ANTONIO BOLOGNA: "PENSIERI SPARSI" SU LA DIMENSIONE UMANA DELL'ESISTERE

 

Orazio Antonio Bologna

Pensieri sparsi su

La dimensione umana dell’esistere

di

Patrizia Stefanelli e Nazario Pardini

Credevo che in questo periodo, nel quale della Poesia si ha un concetto diverso e, per certi aspetti, discutibile, la corrispondenza in versi fosse da tempo scomparsa, e per sempre. Era un ludus, cui si dedicavano con passione anime elette, personaggi forniti di straordinaria cultura e di finissima sensibilità. Molto spesso, nelle più disparate occasioni questi personaggi, strani almeno agli occhi dei profani, si rispondevano per le rime e nelle forme più inconsuete. Di così gloriosa tradizione, che affondava le radici nella cultura classica, oggi è rimasto poco o niente. L’epistola metrica ha origine nella cultura di Grecia e, soprattutto, di Roma e trova la sua più completa, e perfetta, realizzazione in Orazio, che, al tempo di Augusto, scrisse due libri di epistole. Di queste alcune sono state realmente inviate ai destinatari, altre, come sembra, costituiscono un ludus, per richiamare l’attenzione su personaggi fittizi, per mezzo dei quali il dotto venosino bolla difetti, condanna vizi. La tradizione si è perpetuata nel Medio Evo, nel quale i maggiori esponenti sono Dante e Petrarca con una ricca e bene articolata serie di epistolae metricae.  Essi, senza allontanarsi troppo da Orazio, mediante questo genere letterario trasmettono ai posteri notizie autobiografiche, ricordano accadimenti politici, eventi di pretto sapore popolareggiante. Il genere letterario prima di Dante e Petrarca aveva trovato terreno fecondo nella produzione occitanica e provenzale della tenzone, che si trova anche in un’opera attribuita al grande Poeta fiorentino. 

Senza dilungarmi su questo genere letterario, mi soffermo su un libro di recentissima pubblicazione, cui ha dato vita un vivace e stimolante scambio epistolare, intercorso tra Nazario Parini e Patrizia Stefanelli. I due Poeti, esponenti di spicco nel variegato e complesso panorama della poesia contemporanea, nel giro di pochi giorni, hanno dato libero sfogo alla fantasia, all’inventiva, a una feconda e stimolante produzione lirica, raccolta nel volume, che reca un significativo titolo: La dimensione umana dell’esistere, dialogo in versi sulla poetica di N. Pardini. Tutti i brani virgolettati nella silloge sono tratti dai volumi Alla volta di Leucade e Dagli scaffali della biblioteca del Pardini. La silloge si potrebbe, a grandi linee, definire Diario dell’anima in poesia più che Diario poetico: i temi e gli argomenti trattati, infatti, non conducono il lettore nella trita quotidianità, costituita da accadimenti ora interessanti, ora estranei all’animo dei protagonisti, ora insulsi, come scipiti componimenti oggi di moda, ma lo invitano a riflettere su originali e profonde riflessioni esistenziali e filosofiche, pur nella bonomia del dettato apparentemente semplice.

Il lettore certamente noterà che Patrizia e Nazario con il loro accorto e, sovente, ironico approcciarsi alla realtà tanto psichica quanto metapsichica, ripetono, almeno come genere letterario di partenza, con liriche ben calibrate e curate il canto amebeo dei pastori e dei mietitori, che nelle letterature antiche è ampiamente attestato prima in Teocrito e, successivamente, in Virgilio. In Italia epigoni di tale genere letterario continuarono per lungo tempo la gloriosa e feconda tradizione iniziata con le Bucoliche. 

I nostri Poeti, però, nel continuo scambio, non si fermano ad aspetti esteriori, non si abbandonano a frivolezze trite e obsolete, non riversano nelle liriche piagnucolosi ricordi della vita passata oppure rimpianti di occasioni perdute. Indulgono, al contrario, a un esame accurato, approfondito e obiettivo sulle ragioni della vita, con tutti gli inevitabili risvolti e contraccolpi; sulle scelte operate, che, a lungo andare, hanno prodotto frutti e offerto occasioni a volte esaltanti, a volte poco consone con le segrete aspettative. Nella serena e obiettiva meditazione sui diversi eventi accanto alla rassegnazione all’ineluttabilità del destino serpeggia la segreta speranza nel bene operato, per aver anteposto il bene altrui al proprio.

La silloge nasce da un rapporto dialettico ora teso, ora pacato e lirico tra due Poeti, diversi per età, per formazione, per cultura, per esperienza di vita. Nonostante ciò, il loro diverso intendere la Poesia insieme con i personali trascorsi, che l’hanno inevitabilmente arricchita, converge in un punto di particolare importanza: la Poesia non è un piacevole intrattenimento, ma l’occasione per veicolare i valori imperituri, insiti nell’anima mediante un accorto equilibrio e con la capacità di tenere a bada la retorica o il sovrabbondante profluvio dei versi. Il sottofondo di tutto ciò è costituito dalla musicalità insita nella scelta attenta e meticolosa dei lessemi e dei sintagmi. I due Poeti, Nazario e Patrizia, hanno costantemente tenuto presente l’aurea massima, che Orazio offre a chi si dedica alla poesia: omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, cioè ottiene unanime consenso chi unisce l’utile al piacevole. Il grandissimo Poeta romano in poche parole dice che raggiunge la perfezione il poeta che riesce a unire l’utile al dilettevole. Questo importante e fondamentale carattere paideutico della poesia nel corso dei secoli, almeno dai Poeti degni di tale nome, non è stato mai accantonato. Orazio con questo verso si riferiva al poeta, ma ancor più interessante è quanto suggerisce nel successivo: lectorem delectando pariterque monendo: il lettore nel tempo stesso deve trarre piacere e insegnamento. Accanto al dettato del grande maestro romano tanto Patrizia quanto Nazario, profondi conoscitori della letteratura italiana, hanno tenuto certamente presente la nota affermazione del Manzoni, secondo il quale la letteratura deve avere l’utile per scopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo. Manzoni e Orazio con parole diverse esprimono il medesimo concetto.

Il volume ancora, sebbene frutto di un intenso e continuo rapporto epistolare, non è un’accozzaglia di liriche rabberciate alla meglio, con versi sciatti, con lungaggini o pezzi di bravura destinati a stupire il lettore, secondo il monito di Giambattista Marino: è del poeta il fin la maraviglia … chi non sa far stupir, vada alla striglia. Le singole liriche celano a monte un accurato lavoro di cesello e riflettono ancora una volta l’oraziano labor limae e, in modo particolare, la callida iunctura, che nella vera e grande poesia si traduce nell’accorta disposizione delle parole e nell’articolato dettato del periodo poetico. I due Autori, infine, per conseguire lo stile perfetto e armonioso della scrittura, consapevoli di non spingersi oltre i limiti imposti dall’ars, accolgono e volentieri mettono in pratica un ulteriore e fondamentale monito oraziano. Per tal motivo entrambi tengono costantemente presente i precetti di Callimaco, che Catullo nella dedica del Libellum all’amico Cornelio riassume nella brevitas, nella doctrina e nel labor limae. Con i presupposti di siffatti autorevoli personaggi, che hanno plasmato generazioni di Poeti, invito il lettore a non lasciarsi ingannare dalle date e dall’orario segnato all’inizio di ogni lirica, perché ognuna riflette un lungo e paziente lavoro di esperienza.

C’è ancora da sottolineare che i due Poeti non solo conoscono la metrica classica sotto l’aspetto teorico e tecnico, ma la utilizzano in modo magistrale per esprimere i segreti moti dell’anima, le più lievi sfumature dei sentimenti, l’impercettibile quid, che solo l’arte e la Poesia possono generare. Prima che una lirica prenda consistenza, ha bisogno di lunga riflessione, di attenta meditazione, di lungo lavorio interiore. Senza questi passaggi il prodotto dell’improvvisazione è caduco e lascia il vuoto: nasce dal nulla e dopo di sé lascia il nulla. Ciò non si può dire della silloge, che mostra al lettore più esigente grandi sprazzi di vera poesia, intensi e struggenti squarci lirici, profondi pensieri per la meditazione sui diversi aspetti della vita con tutti i suoi risvolti; invita alla riflessione sul presente come sul passato. E questo tra lo scherzo e l’ironia, sempre presenti, ora più ora meno. Nata e concepita come lusus, nella realtà è una raccolta scritta a quattro mani. È una contentio, che, scaturita per caso tra Patrizia Stefanelli e Nazario Pardini, presenta al lettore un ampio e solido sostrato poetico, circoscritto da intimi profili, ora accennati, ora dipanati con accorati richiami all’inesorabile scorrere dell’esistenza. I due protagonisti si cimentano nell’espressione del proprio sentire e del proprio essere mediante una continua tensione psichica, che proietta il loro io vero una rispondente e ricercata perfezione metrica e stilistica, accolta e condivisa dall’io ricevente.

Nell’impianto metrico, fondato per lo più sull’accorto e controllato uso dell’endecasillabo sciolto, nel quale risuonano spesso rime interne, e omoteleuti, entrambi i poeti concretizzano l’essenza ideale dell’arte. Con più accoratezza Pardini si sofferma con leopardiana malinconia sullo scorrere inarrestabile della vita, che non di rado presenta come paradigma per lo spunto di penetranti riflessioni umane e filosofiche. Entrambi tendono verso una perfezione metrica e stilistica, che travalica il contingente per proiettarsi verso un futuro ideale, saldamente ancorato al presente. Coscienti della dimensione metafisica e metatemporale della Poesia, i due Poeti dialogano come se fossero presenti: la psiche e, soprattutto, l’ideale che li unisce permette loro di sentire all’unisono i palpiti di una natura ancora vergine e di annullare idealmente e fisicamente la distanza, che li separa: Pardini vive a Pisa, a Itri, in provincia di Latina, Patrizia.

Anche in casi molto difficili, come la pandemia, che ha costretto, e costringe ancora, alla prudenza, alla chiusura e al ritiro, la Poesia travalica le dolorose contingenze e unisce voci, pur così distanti e diverse per concezione e formazione, a unirsi, a innalzare un canto alla vita, profondamente minata e intimorita dall’incombente mortalità. Le due voci si sentono, si incontrano e innalzano pure un canto ora gioioso e spensierato, ora triste e malinconico.

Davanti all’obiettiva situazione e alla storicità dell’uomo il poeta ora volge lo sguardo sui campi assolati, ora sulla fanciullezza e sulle difficoltà vissute e affrontate con coraggio e costanza, ora sull’età, che avanza e conduce ineluttabilmente al tramonto. Non meno triste, dolorosa e difficile è stata la fanciullezza della poetessa, figlia di madre profuga istriana. Entrambi i poeti, Nazario e Patrizia, sono accomunati dalla tenacia di non arrendersi, dalla lotta contro le più dure avversità, dal desiderio e dalla voglia di non cadere nella massa amorfa dei vinti. Dallo scambio delle liriche trasuda e aleggia prepotente l’innato orgoglio di non essere nati per viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza, secondo il monito dell’Ulisse dantesco. Entrambi, grazie alla ferrea volontà, all’intenso studio e al lavorio ininterrotto sovrastano di gran lunga il profanum vulgus oraziano e occupano nel campo della poesia un posto di assoluto e meritato prestigio.

Il dialogo poetico tra Patrizia e Nazario costituisce un ponte, che unisce non due sponde, ma due anime accese dalle stesse emozioni, dalle stesse sensazioni, mosse dagli stessi fremiti. I versi sgorgano spontanei, misurati, ritmicamente strutturati; essi sono, di volta in volta, dettati dall’intima sensibilità, che caratterizza la singola personalità in campo artistico e culturale. I carmi, però, non costituiscono un mero passatempo, un lusus insulso, un pezzo di bravura, perché sono attraversati, pervasi, vivificati dal senso di profonda ammirazione per l’altro, da sincera e feconda amicizia. Questo legame tanto decantato, oggi soprattutto, è molto difficile. Le liriche, perciò, non sono costituite solo da parole, che viaggiano da una parte all’altra, ma da emozioni, sensazioni liberate dal calore del cuore e racchiuse in eloquenti involucri fluttuanti nell’armonia del verso.

Il dialogo inizia quando Patrizia invia a Nazario per il suo compleanno la seguente lirica:

Pardiniana (acrostico)

Nel mattino che viene

all’unisono scendono

zaffiri e meraviglie:

allegri si rincorrono

rotolando nell’erba.

Io e te con loro e niente

ora dispiace al cielo.

Partiamo insieme all’òro

aliante dentro il giorno

ricco di tanti voli

di pace; e come sempre

intorno a te si annuncia

nuova la primavera.

Io credo tu la veda.                  

L’augurio per un giorno così importante nella vita di ogni uomo, soprattutto se ha superato la soglia della vecchiezza, è racchiuso in due semplici strofe eptastiche, ben congegnate e strutturate in un acrostico di settenari ora piani, ora sdruccioli. In apparenza la breve lirica può sembrare, scontata, di lontana reminiscenza pariniana, soprattutto per il metro e l’occasione. La freschezza e la spontaneità, l’armonia e la musicalità, la semplicità e la sensibilità sono diverse, originali e conferiscono al componimento un tono nuovo, lontano dal ridondante linguaggio imposto dal lignaggio del destinatario. Pur nell’uso del metro classico, Patrizia, come Nazario, non si lascia irretire dal linguaggio ridondante e stucchevole degli Arcadi o dei Romantici. Adopera, invero, il linguaggio corrente, elegante e colto, scevro da preziosismi dilettantistici o da virtuose acrobazie di improvvisati e sprovveduti verseggiatori. La Poesia è ben altro ed emerge potente e prepotente solo dalla penna di pochi eletti, cui Natura ha concesso un dono così straordinario.  

La lirica è, nello stesso tempo, un simpatico messaggio di auguri per il compleanno, e un componimento lirico di affascinante e accattivante bellezza. Nelle immagini delicate e semplici serpeggia un alito impercettibile, che pochi riescono a cogliere e gustare nella naturale fluidità e lessematica e sintagmatica. Il fonico scorrere delle sillabe ora chiare, ora scure, ora tenui e leggere, ora marcate dall’accento, evoca un’intensa, intima, raccolta armonia, che conduce oltre gli angusti limiti della sillaba, della parola, del verso. Il ritmo prosegue uguale e diverso a mano a mano che i versi vengono scanditi, uditi, assimilati. Nazario non poteva aspettare e ottenere di meglio per il giorno più bello, il compleanno, perché, come dice Orazio, rivolgendosi a Tibullo: sempre grato giunge il giorno che non si aspetta. Al posto dei geniali doni di pariniana memoria Patrizia offre a Nazario, amico poeta maestro, ciò che le è più caro e con piena liberalità le donano i sacri spirti.

All’inatteso e gradito dono Nazario non tarda a risponderle con affetto e tenerezza:

Cara Patty, sei unica, diversa dagli altri, con in cuore la primavera che ci vede giovani e pimpanti su prati fioriti.

…di pace; e come sempre

intorno a te si annuncia

nuova la primavera.

Io credo tu la veda.

 

Sì, l’ho qui davanti agli occhi…

Nella dolce, pacata e garbata risposta con la ripresa di una parte della seconda strofa  e l’inizio di un’altra costituita da un solo verso, un ottonario, si avverte un leggero velo di nostalgia, di ironia, di rimpianti. Al Poeta non sfugge che, nonostante il tempo scorra, nella vera e sincera amicizia vive una perenne primavera, anzi perenne primavera nell’animo del Poeta è la Poesia, che ogni giorno nasce la stessa, e completamente rinnovata, alia et eadem, trasformando un notissimo sintagma oraziano. Sboccia quasi per caso un intreccio lirico di due anime vicine, che cantano all’unisono l’affetto, la sincerità dei sentimenti, le comuni esperienze di vita.

In una lirica, del 26 febbraio, Nazario esprime con accorato sfogo i ricordi del passato, non sempre costellato di gioie, soprattutto quando ricorda gli affetti più cari:

Mi porto dietro l’immagine di loro

che mi chiedono il perché di questo addio

ed io non so, non so che cosa dire,

dacché il dolore per averli persi

mi accompagna ogni istante della vita.

Quindi vado spesso sul fiume

o in mezzo ai prati, tra i giganti platani

dove spesso giocavamo a biglie.

 Il Poeta, uomo dotato di coscienza e sensibilità straordinarie, non può dimenticare gli affetti più cari e, in modo particolare, i momenti più belli e spensierati della fanciullezza, durante la quale una corsa tra i platani o una partita a biglie era la soddisfazione più grande e la gioia più attesa. Insieme con la dolcezza dei giochi infantili nel ricordo affiorano gli affetti più cari, il padre e il fratello prematuramente strappati alla vita. Nell’immagine, sempre impressa nella mente, Nazario avverte ancora cocente e straziante il dolore nonostante l’età più che matura. Nel primo verso, Nazario evoca nella lettrice una sottile allusione ai celebri e commoventi versi, che Dante rivolge con affetto a Pier della Vigna: ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, la cara e buona imagine paterna. Ma il non casuale lessema, come motto incipitario, permette a Nazario uno sviluppo tematico nuovo, più intenso, liricamente personale. È, questa, una personale riflessione a quanto Patrizia, gettando un rapido sguardo al suo passato di bimba, gli aveva scritto qualche ora prima:

Memorie di ricordi e sangue amaro:

figlia di istriana profuga e di affanni

figlia venuta a caso, forse amata,

da madre stanca, mai più rassegnata.

Non ho malinconie da raccontare.

Poi del collegio i giorni

passavano con le ics su una schedina.

Io le mettevo in fretta, che fortuna!

Ma mamma non veniva.

Non ho malinconie da raccontare.

I giochi miei? Una bambola: Esmeralda,

distrutta da mio padre.

Gli intensi e fuggevoli ricordi di Nazario erano stati sollecitati da un doloroso ricordo autobiografico di Patrizia, la quale, come non poche coetanee, non ha avuta un’infanzia felice. L’immagine positiva di Pardini, pregna di ricordi e di emozioni, in Patrizia suscita orrore, terrore, paura, perché il destino le è stato avverso, ma foriero di ben altre gioie, che travalicano i momenti idillici d’una corsa in campagna o una partita a biglie: nella sventura ha incontrato la Poesia, il dono più bello, che il Creatore possa istillare nel cuore della sua creatura. La Poetessa, pur consapevole di questo dono incomparabile, non esita a esprimere, con ironia e rabbia, con un endecasillabo deciso e perentorio non ho malinconie da raccontare, ripetuto ben due volte, dolorosi rintocchi d’innumerevoli tristezze represse da apparente serenità e spensieratezza. La reticenza permette alla scrivente di evocare, non senza dolore e rimpianti, la fanciullezza trascorsa lontana dalla mamma, la vita della quale è stata profondamente segnata prima dalla fuga dall’Istria e successivamente dalla morte di due figli. La madre, istriana, subito dopo la guerra ha visto con i propri occhi gli orrori degli eventi che ne sono seguiti: degli Italiani, che non riuscirono a riparare in Patria, molti furono arrestati e affogati in mare, moltissimi gettati nelle foibe. Esperienza terribile, che ha segnato profondamente i profughi sopravvissuti, negli occhi dei quali, anche a distanza di tempo, doveva presentarsi ancora funereo lo spettro della morte, nella loro mente risuonavano le urla angoscianti e i lamenti di quanti venivano portati verso il mare o le cavità naturali per finirvi la vita.

Davanti agli occhi Patrizia tiene ancora gli orrori narrati dalla viva voce della madre, non sempre tenera e comprensiva; e nel verso figlia di istriana profuga e di affanni con sfogo cosciente e sincero, pregno di amarezze, rievoca con celato dolore i drammi, che le hanno lacerato l’animo e permesso, nello stesso tempo, di maturare, di guardare con fierezza in faccia alla realtà, di forgiarsi un carattere forte, pronto per affrontare le dure traversie della vita.

Al divertimento di Nazario, cui piaceva giocare con le biglie, con accorata malinconia, e rabbia, Patrizia tra i giochi infantili ricorda una bambola: Esmeralda, / distrutta da mio padre. Evocazione non priva di rimpianti, di nostalgia, di dolore, di denuncia, di rimprovero, che cerca invano di esorcizzare nell’amarezza verso: non ho malinconie da raccontare, collocato dopo un’osservazione graffiante e commovente: la vita trascorsa da bambina in collegio, nella vana attesa che la mamma andasse a vederla, a concederle un abbraccio, a schiuderle un sorriso mentre segnava, con le ics su una schedina, i giorni dell’attesa. Il desiderio frustrato è espresso in versi, che, anche a distanza di tempo, hanno il sapore del sale su una ferita ancora sanguinante. Patrizia per vivere e studiare ha dovuto provare molto presto la dura realtà del lavoro, perché nessuno regala niente e la vita ha bisogno urgente di soddisfare le più elementari necessità di tutti i giorni.

Nazario si sofferma su alcuni momenti dell’adolescenza, ma dopo i giochi infantili ha conosciuto il duro lavoro dei campi, la difficoltà di gestire il correggiato, la scarsezza del fuoco nei mesi più freddi e le ristrettezze di un’economia portata avanti a forza di braccia e di privazioni. Del padre ha un ricordo diverso, tenero; è sicuro di rivederlo come nei giorni ormai passati, ma vivamente impressi nella memoria:

E rivedrò mio padre, un uomo stanco,

che scaldava la fatica ad una stufa

povera di legna in un cantone.

Questi lati tristi dell’esistenza hanno notevolmente contribuito a maturare e a temprare un carattere fiero, forte, sicuro, combattivo. Ciò che per alcuni è motivo di vergogna, per il Poeta è un vanto l’essersi procurato il necessario per vivere e condurre avanti gli studi col sudore della fronte. 

Nei due Poeti il motivo biografico, inserito in un tessuto narrativo esemplare, costituisce un elemento portante di grande impatto sull’animo e sulla sensibilità del lettore, soprattutto se ha sperimentato nei primi anni di vita le pressanti difficoltà per la pura e semplice sopravvivenza. È, questo, il motivo per cui la lirica di entrambi è venata di strisciante pessimismo. In un momento di abbandono lirico Nazario così risponde alle perplessità di Patrizia:

Ora son qui che veglio nell’attesa

di trovare un’uscita al mio travaglio

di non poter capire cosa resta

di questa nostra vita da mortali.

Mi provo a immaginare il mio futuro

ma tutto mi rimane nella nebbia

e non capisco perché davanti al mare

si soffre della nostra imperfezione.

Al lettore non sfugge la velata e lirica presenza di Leopardi, che riflette sugli eterni problemi che assillano l’uomo e per i quali, senza la viva fede in valori trascendenti, l’angusta esperienza fisica non si troverà mai soluzione. In tutta la silloge, infatti, non ricorre mai il termine provvidenza, significativo ed evocativo anche di una superficiale credenza e speranza nell’aldilà. La liricità dei carmi, impregnati di pura esperienza materiale e quotidiana, snocciola interessanti e paradigmatici esempi di vita reale, presenta speranze e illusioni, immancabili attese e delusioni. Ma la laicità della lirica è solo apparente, perché entrambi guardano verso lo stesso cielo e con i piedi sulla stessa terra; tendono verso la medesima meta e, mentre si ripiegano sull’essenza della loro anima e sull’irrepetibilità della loro esistenza protesa verso il futuro, che si staglia tra la certezza della e l’incertezza della sopravvivenza, tengono davanti agli occhi l’illuminante monito dantesco, Purg. III, 37-39:

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria.

I problemi di filosofia esistenziale sono solo sfiorati, almeno in apparenza, perché entrambi nel ludus sono perfettamente consapevoli d’essere al centro del cosmo e all’interno di un’armonia, che percepiscono, vivono ed esprimono mediante la liricità ora mesta, ora gioiosa, ora meditativa. Entrambi, secondo il monito dantesco, Purg. III, 34-36, sono consapevoli che

matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.

Nell’assidua e profonda meditazione sul proprio essere e sulle contingenze, che limitano e danno particolare senso alla vita i Poeti accettano non sempre di buon grado i limiti che la Natura impone all’uomo nel suo cammino terreno saldamente piantato sull’avvicendamento della nascita e della morte, cui all’interno di una dinamica non sempre chiara e lineare risponde amore e odio, benessere e povertà. Questi stilemi, oziosamente utilizzati, permettono di avvertire echi ora foscoliani, ora leopardiani, ora angoscianti temi della produzione poetica più recente interiorizzati e assimilati nell’afflato lirico della rielaborazione affettiva ed emotiva.

In questa assidua e incalzante dialettica i versi scorrono ponderati, misurati, calcolati, perché all’interno dell’io narrante e protagonista vive il grande mistero della Poesia, la quale sotto l’aspetto ritmico e musicale diviene interprete tanto della gioia quanto del male di vivere. Calati nella realtà di un mondo apparentemente estraneo al dettato poetico, Nazario e Patrizia danno voce a momenti di velata insignificanza per universalizzare nella spiritualità dell’io l’esperienza umana, colta e percepita nella sua dimensione terrena e spirituale. Le parole non sgorgano a caso e non viaggiano senza emozioni, prigioniere di pure e vuote convenzionalità.

Nella breve, ma fitta e stimolante, corrispondenza sull’umano divenire non è estranea la riflessione su temi filosofici appena abbozzati, su riflessioni etiche a volte pregnanti, a volte eludenti. Il dialogo non termina, non si esaurisce con l’ultima parola del verso finale, ma nella sua circolarità prosegue con un sereno e rassegnato sguardo sulle inquietudini, sui contraccolpi del vivere quotidiano, sulle aspettative d’un futuro migliore, sulla dimensione del sé a contatto con i travagli della quotidianità, sulla costante e stimolante presenza dell’amore colto nelle sue svariate dimensioni e sfumature.

Davanti all’amore le anime dei Poeti distendono le ali per puri e incantevoli voli nell’azzurro lindore anche di un’esistenza tormentata da indicibili travagli. Paradigmatico è quanto Nazario scrive nella mattinata del 26 febbraio:

                                    Solo l’amore

ci salverà nel mondo, donandoci

quei brividi che più toccano il cielo,

forse da là potremo assistere

alle vicende strane dei mortali.      

In una manciatina di versi è racchiuso il poetico modo di intendere l’amore nella sua sublime bellezza e universalità. Questo tema, profondamente radicato nel cuore umano, costituisce il sottofondo di quasi tutte le liriche ora in modo velato, ora in modo esplicito. Pochi e sfuggenti sono gli accenni alla fisicità, poche le allusioni alla carnalità, alla sensualità, al piacere di avere tra le braccia la persona amata, con la quale abbandonarsi alla soddisfazione dei sensi. Entrambi ne avvertono il potere travolgente, che dominano con la fede nella ragione e nel rispetto reciproco, anche nei momenti più impensati. Non è quella dei Poeti purità né bigotta né manichea, ma consapevolezza dell’infinita dimensione del dono più intimo e personale. Per cui non a caso Nazario tra nostalgia e rimpianto evoca senza rancore o pentimento momenti di idillica e indefinibile bellezza:

Una volta ti chiesi se potevi

restare con me sulla sponda

di questo fiume. “È tardi - mi dicesti -

non posso perder tempo devo andare

a casa da mia madre che mi aspetta.”

Eppure si sarebbe potuto, di sicuro,

vincere il destino, amarci più che mai,

avvinti al tramonto di quel giorno

che pettinava le acque

mentre i dintorni brillavano per noi

che aspettavamo l’ora dell’amore.

Consapevole che quei momenti non torneranno il Poeta non si lascia vincere dal rimpianto e con un poderoso colpo d’ala ricorda l’incanto dell’incontro e il mancato sapore del frutto con due versi di inesprimibile bellezza: i dintorni brillavano per noi / che aspettavamo l’ora dell’amore. In questa pericope pregna di ricordi rimane fisso il momento evocativo, riflessivo, emotivo ed etico, che si perde lontano come il giorno che pettinava le acque. Il dialogo, che si sarebbe potuto concludere nel calore dell’amplesso, prosegue oltre gli angusti limiti dell’esperienza sensibile di pochi attimi, permette di richiamare alla mente l’occasione perduta e gettarvi su, a distanza di tempo, nuova luce soffusa di malinconia e di cosciente rinuncia a un piacere effimero. Quanto vibra in questi versi declina una personalità forte, cosciente dei propri limiti e dei confini disegnati dall’altra, pur bramosa d’appagare le naturali esigenze di donna.

Si riscontra in questo singolare duetto il richiamo del pubblico accanto a temi di assoluta intimità e confidenza: alla presenza della casa, della famiglia e degli amici subentra la solitudine, il malinconico ricordo del passato e della perenne bellezza offerta dalla condivisione di ideali irrinunciabili. Nel fitto e appassionato carteggio di Nazario con Patrizia queste aspirazioni non sono utopia, ma realtà che si concretizza nell’inscindibile unità di intenti, nella Poesia.

 

 

 

 

 

3 commenti:

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  2. Una lettura appassionata, vibrante di citazioni colte come soltanto il prof. Orazio Antonio Bologna può fare. La sua grande cultura, che abbraccia vastamente molti ambiti letterari, gli ha permesso di entrare nei suoni delle

    parole facendoli propri. L'emozione, nel leggerlo, è tanta, almeno quanto la fortuna di averlo quale prezioso amico.

    Ma davvero ho scritto un libro con il Poeta Nazario Pardini? Forse ancora non ci credo. Eppure è qui, vicino a me, così come a lui, lo so. Grazie, Nazario, per ogni momento vissuto in poesia e amicizia, e per quelli che vivremo; e grazie, Orazio, ancora grazie, per questo tuo dono immenso che ti ha rubato il tempo, che è prezioso per ognuno, e per avermi arricchita con la tua lettura che si presenta come un'opera critica di alto livello.

    Buonanotte a voi, carissimi.



    Di verticalità e altre cose

    (il Mastro e la mezza cucchiara)

    I

    Dal Mastro mio provavo a rimestare

    del più e del meno in una cardarella.

    Un filo a piombo stava sempre teso

    da sopra un muro verso il nuovo piano

    e intanto che il progetto lui creava

    io rimestavo con maggiore lena.

    Adesso si trattava di un bel vaso

    un grande vaso (che non c’era invero).

    II

    E rimestavo:

    – È scritto? tutto è scritto?

    da sempre contemplato nelle cose

    che nascono già vere nelle idee?

    – Dicono. Ma se solo sposti il vaso

    l’ombra del piano cambia.

    – Se voglio l’ombra proprio lì nel mezzo

    lascio che il vaso resti sotto il sole.

    – Ma il tempo inganna, vedi?

    C’è già una nube che ricopre il prato

    e il leccio lì nel fondo

    ha perso l’apparenza di misura.

    III

    Un giovane passante

    scrollando la sua testa ridacchiava

    vedendolo così, senza l’oggetto

    a ragionare con le mani al cielo.

    – Per quel che viene al mondo

    e che tu senti in alto divenire

    lascia i tuoi occhi

    ché vedono poco, l’udito chiudi

    alle risate sciocche,

    richiama a te il tuo fiato

    fuggito alla campagna

    come un randagio, senza più padrone.

    Non so perché girai nel verso opposto

    quel più e quel meno mentre il Mastro mio

    ancora disegnava curve in aria.

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  3. Il commento precedente è di Patrizia Stefanelli
    nazario

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