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sabato 23 ottobre 2021

GIOVANNA DE LUCA: "RACCONTO"

Girò la chiave nella toppa e la rimise nella tasca della borsa da lavoro. Era un gesto importante, da fare con attenzione: guai se fosse caduta nella griglia del tombino, che era proprio all'altezza del portone. Sua era la responsabilità di chiudere tutto, alla fine della giornata, quando i pochi impiegati se ne erano andati, lui per ultimo. Si trattava di un piccolo ufficio, di una piccola azienda e lui era un piccolo uomo cui un padrone aveva dato quell'incarico, un nessuno, ma affidabile e onesto.

Un nessuno come tanti, che lavorano, ubbidiscono a un padrone, e stanno zitti.

Maggioranza silenziosa? Certo, che però al momento necessario deve tirar fuori una voce.

Senonché il nostro nessuno nemmeno quella aveva, così come non aveva interessi particolari di nessun genere, né musicali, né artistici, né naturalistici. Ma di che razza di uomo stai parlando?, viene da chiedersi. Di uno come tanti, che aveva comunque una sua ordinaria storia personale.

I genitori, onesti e modesti, fin dalla sua nascita avevano pensato che il figlio, se voleva vivere meglio di loro, doveva avere un pezzo di carta. Il famoso pezzo di carta. E l'aveva ottenuto, senza infamia e senza lode. Così da vari anni lavorava in quella piccola azienda: teneva la contabilità.

Camminando lentamente, a testa bassa come sempre, arrivò a casa.

Quanta solitudine! Alcuni anni prima la donna con cui viveva se ne era andata: gli aveva preferito un tipo pieno di tatuaggi, che, quando parlava, non si capiva niente. A lei quella vita grigia e monotona non andava più. Ma diverso da come era, a lui non riusciva di essere.

Cenò, accese la televisione. Non era particolarmente sensibile alle sventure collettive, ma ultimamente tutto quello che accadeva, dalla pandemia alle catastrofi naturali, dai femminicidi alle violenze planetarie sui bambini, dalle corruzioni alla malafede diffusa gli davano una strana sensazione: era come se, cosa mai provata, un macigno gli crescesse in gola e prendesse la forma di un grande, pauroso “perché”. Lo vedeva scritto sulle pareti della stanza, su ogni mobile intorno, su ogni giornale che apriva: perché? La sua visione del mondo si era sempre limitata alla casa, all'ufficio, a qualche conoscenza e ai confini della sua città. Quando la sua donna lo aveva lasciato aveva certo sofferto, poi se ne era fatto una ragione, sapeva che non le aveva dato quel che lei cercava.

Ultimamente si era posto delle domande: perché tutte quelle tragedie nel mondo? E dove era stato stabilito che incontrasse la donna sbagliata, che tizio e caio fossero ricchi e felici e lui un povero diavolo, che uno nascesse buono e l'altro cattivo, che uno morisse giovane e l'altro no...

E così via, senza fine.

Un giorno ne aveva accennato a un collega, che lo aveva guardato come si guarda un cretino che vive di banalità. Per costui tutto era normale o casuale e andare oltre col pensiero era inutile. Meglio godersi la vita.

Nemmeno questo aveva saputo fare, il nostro nessuno.

Inoltrandosi la sera, la luce si ritraeva piano piano. Andò alla finestra, con tutti i suoi perché addosso, come da un po' gli accadeva.

Tra due palazzi di fronte, una lunga striscia di azzurro saliva e si allargava sopra i tetti, come un fungo. Stette a rimirarla. Già era chiara la falce di luna crescente. Amava quel momento: la sua solitudine per qualche minuto perdeva amarezza, gli sembrava che avrebbe potuto parlare al cielo, chiedergli:”Perché?”. Da tanto, attendeva risposta.

2

Si alzò rapida dal letto, rapidamente si rivestì.

Dalla finestra spalancata entrava la luce della luna, che disegnava sul pavimento un ventaglio.

C'era un grande silenzio, la notte inoltrata aspettava il giorno come un soldato sull'attenti.

Con freddo distacco pensò che ancora il lavoro non era finito. Meccanicamente si infilò le scarpe, meccanicamente prese i soldi appoggiati sul comodino. Nell'uscire, lo sguardo le scivolò su quel disegno di luce. Ferma tra la camera e il corridoio, lo guardò per un poco. Poi rientrò, chiuse piano la porta e si accostò alla finestra.

Da quanto tempo non osservava la notte stellata? Da bambina, con le compagne, sedute in fila su un gradino di casa, giocavano a contare le stelle. Vinceva chi, in un tempo stabilito, aveva raggiunto il numero più alto. E quel ricordo ne suscitò un altro: le corse nei campi, fino allo sfinimento, tra erbe e orti, evitando steccati e starnazzanti animali! Quanto tempo era passato, come lontane le domeniche sulla piazza del paese, ridenti, a veder ballare la ciuleandra,* a godere del suo ritmo dolce e lieto in crescendo!

Ed ora, contro la luna perfettamente a metà, come in sogno le parve di vedere volare le cicogne alla ricerca della masseria dove nidificare, portando ad essa fortuna.

Fortuna: questo allora voleva sua madre per lei.

Sedute in cucina, una di fronte all'altra, parlavano del signore distinto che era venuto a cercare mano d'opera giovane, femminile, che lo seguisse nel suo paese: lavoro pulito, tutelato, ben retribuito. Denaro inimmaginabile nel loro paese, con cui tante cose avrebbero potuto fare:

aggiustare la casa, prendere una carrozzina per il nonno, comprarsi un paio di scarpe nuove...

e così via. Quel signore garantiva uno stipendio puntuale, e le dovute vacanze. Comunque, aveva aggiunto, ci pensassero con calma. E aveva dato l'indirizzo del suo albergo.

“Pensa come cambierebbe la tua vita”, diceva la mamma. “In quel paese c'è tanta libertà, tante cose belle, la gente è buona e se farai bene il tuo lavoro sarai rispettata e considerata. Quando avrai più soldi, chissà, forse potresti tornare...”.

E rivide nel cielo il volto di sua madre: tondo e chiaro, con due grandi occhi azzurri che dicevano: ”Resta”, e la bocca che insisteva: ”Vai”.

Alla stazione era rimasta a lungo sulla banchina, mentre il treno si allontanava. Le sue ultime parole erano state:”Te iubesc”. Ti voglio bene.

Una sorta di singulto dal letto la distolse dai ricordi. Scivolò alla porta, la aprì, la richiuse con cautela. Scendendo le scale fu grata a quel cielo, mentre sussurrava: ”Te iubesc, mamă”.

 

3

 

”Dai, su, muoviti pigrone!”. Il giovane volontario lo scuoteva e con decisione mista a dolcezza cercava di alzarlo. ”Ricordi che avevamo stabilito i tempi tra una pulita e l'altra?”.

Piano piano, con fatica, lo trascinò al furgoncino che serviva all'Opera Di Carità per trasportare i barboni. Quando furono seduti dentro il giovane disse: ”Ma quando ti decidi ad andare al dormitorio? Il posto c'è, e saresti al coperto”. Ma da quell'orecchio Beato (così si chiamava il barbone) non ci sentiva. ”Me ciulan tuttcòss”, diceva. ”Ma no, dai, sei fissato! Un bel letto pulito, dopo una bella doccia... vuoi mettere?”. Beato scosse le spalle, sapeva lui qual era l'andazzo.

Se c'era una cosa che odiava era la doccia. Gli spruzzi d'acqua lo colpivano come spilli, gli toglievano la vista, barcollava così in piedi. Non che ce l'avesse con i volontari, anzi, erano gentili e raccontavano le barzellette. Ma lui rideva di rado, e poi le conosceva già tutte (quelle vere, diceva dentro di sé...). ”Ecco, adesso sei bello come un fiore”, sottolineava il giovane mentre lo fregava con forza, ”ci scommetto che se incontri la Rosina ti riprende!”. La Rosina? Chi era la Rosina? Non ricordava, e non gliene importava niente. Invece gli importava che con la doccia aveva perduto il suo odore. Gli piaceva il suo odore, era suo da anni, era lui.

Sdraiato al solito posto, dove era stato riportato, guardava lo sfaldarsi del giorno. Il cielo non era ancora scuro, ma la luna già si mostrava luminosa, tutta tonda, luna piena d'estate. Beato la aspettava sempre, la luna gli sorrideva. Dal letto del dormitorio non l'avrebbe vista così, tutta per lui. E con la luna, il cielo: Beato lo amava e lo guardava per ore, dall'angolo dove viveva.

Lassù certo si era felici, e non c'erano docce da fare: tra poco, ci sarebbe andato anche lui.

 


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