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lunedì 18 ottobre 2021

SONIA GIOVANNETTI LEGGE: "DENTRO L'URAGANO" DI FRANCO CAMPEGIANI

Sonia Giovannetti,
collaboratrice di Lèucade

  



Sonia Giovannetti legge “Dentro l’uragano” di Franco                                    Campegiani


Una lettura davvero emozionante, quella di “Dentro l’uragano”, l’ultima grande fatica di Franco Campegiani. Un’emozione suscitata in me da una duplice ragione, poiché in questo scrigno prezioso di autocoscienza del proprio fare poetico l’autore non solo recupera, valorizzandoli compiutamente e inequivocabilmente, i motivi costanti e profondi che da sempre lo ispirano – primo fra tutti, l’amore per la terra, fonte autentica di vita e di integrale dignità dell’uomo –  ma mostra anche, e con dovizia di riferimenti, il fondamento filosofico di questo suo sentire profondo.

Anzi, mai come in questa raccolta poetica appare chiara – ed è l’altra ragione del mio entusiastico consenso, avendone scritto in un saggio di prossima pubblicazione – l’indubbia potenza generativa del connubio di poesia e filosofia, di ragione e sentimento, parimenti e inestricabilmente complici nell’alimentare la vis poetica di “Dentro l’uragano”, al punto che l’assenza di una sola di esse avrebbe di certo attenuato la vitalità e il brillio dell’intera opera.

Già nel ricordo partecipe e commosso di Pasolini che apre la raccolta – “Lettera a Pier Paolo” – insieme al condiviso rimpianto per le cose “svanite per sempre” (i valori della terra), corrotte dalla Storia, il poeta annuncia una “palingenesi inesorabile”, una loro inevitabile rinascita a compimento del “Dopostoria”. Con ciò, pur omaggiandolo, il poeta sembra andare oltre lo stesso Pasolini: si avverte infatti già qui, nel suo poetare, un’eco delle origini del pensiero filosofico, che, con Anassimandro, indicava nell’ Apeiron, nell’ “Indefinito”, il Principio originario, ingenerato e imperituro, da cui tutto deriva e a cui tutto è destinato a tornare.

La storia stessa è vista sì come storia di corruzione – “odio la storia”, dice infatti il poeta in “Qui ora” – e di degrado della “verde innocenza contadina” (“Piovra metropolitana”) ad opera della civiltà, del “mostro informatico” (“Un topo stringe tra le dita”); ma è l’intera vicenda umana ad essere additata, analogamente al pensiero antico, come  progressivo e fatale distacco dal Principio originario, dove il bene e il male erano assieme, come solo la natura potrebbe ancora mostrare a chi non se ne fosse allontanato. Senonché, questo il disdoro che pervade tutta l’opera, “noi abbiamo abbandonato l’aratro” (“Lettera a Pier Paolo”). La Storia diventa allora un cammino di espiazione e redenzione, finché non si tornerà ad essere, come dovrà millenaristicamente accadere “un unico molteplice divino, una sola fraterna nazione” e l’uomo, il “figliol prodigo”, non sarà tornato “all’ovile di se stesso” (“Salmo”), a recuperare la propria verace identità smarrita nel tempo.

Molti sono, in proposito, i riferimenti che vengono alla mente del lettore.

C’è in primo luogo, nell’opera, una religiosità che non è un credo dottrinale, quanto piuttosto un acuto senso del sacro, di ciò che, letteralmente, è separato dal mondo visibile e si costituisce come il mistero dell’eterno, il Principio da cui tutto discende e di cui l’uomo, “immemore dell’Apeiron”, ha smarrito la memoria: “Dell’infinita in finitudine, dove morte e vita sono amalgamate in dolci e sudate armonie…Peras non ebbe mai memoria” (“Storia di Peras”). Somiglia molto, quest’uomo, all’uomo di Platone, incatenato nel mito della caverna e perciò impossibilitato a conoscere la verità. E un aspetto della verità, in secondo luogo, è la visione vita come coesistenza di opposti: “La vita è brutta perché è bella” (“A Sartre, borghese mascherato”); “Ogni cosa è nell’altra, e la luce appare nell’ombra, tutto è positivo e negativo, fratellanza di chiari e scuri” (“Epitaffio”); “Questo fascio di muscoli e nervi affiora da un magma sereno infuocato, dalla contraddizione dell’essere…” (“Caro Emanuele”). Richiami eraclitei, di quell’Eraclito per il quale la natura è quell’orizzonte immutabile “che nessun Dio e nessun uomo fece, ma sempre è stato, ed è, e sarà fuoco vivo in eterno, che al tempo dovuto si accende e al tempo dovuto si spegne”. Richiami confermati dal poeta nel suo “Parmenide”: “Hai ragione, Parmenide, non è possibile che l’essere non sia, ma…non puoi dirmi, non l’accetto, che non esiste mutazione, che tutto ciò che mi respira intorno…sia tutta una tragica illusione”. La stessa ragione, d’altro canto, non può comprendere “la legge suprema dei contrari”, a ciò impedita dal principio aristotelico di non contraddizione, che anche il grande Kant – il “Caro Emanuele” – fa suo, ma che, secondo Campegiani, sottrae al pensiero la facoltà di penetrare quel “magma sereno infuocato”, la cui sostanza conflittuale racchiude il segreto della vita. Il poeta, tuttavia, sembra prendere le distanze anche da Eraclito, quando, rivolgendosi proprio a costui, l’”Oscuro di Efeso”, gli contesta che “…l’armonia dei contrari non sta nel Divenire, ma nel segreto accordo del moto con la stasi”, di ciò che diviene con ciò che sempre è.

Ecco allora delinearsi più compiutamente la concezione che il poeta ha della realtà. Fondata sul conflitto tra Ordine e Caos, tra l’Apollineo e il Dionisiaco, la “legge suprema dei contrari” è la legge del mondo, in cui tutte le cose sono se stesse e il loro opposto da quando sono fuoruscite dal Principio e degradate nella storia. Esse custodiscono e insieme rivelano, a chi sappia vederlo, il segreto della loro armonia, alla quale ritorneranno come sempre ciclicamente, come è destino che accada. E ciò accadrà sempre anche grazie all’amore, che in tutta la raccolta annuncia e si fa artefice dell’armonia degli opposti: “Da sempre una guerra sfida/ la dolcezza del grembo,/ ma da sempre trasforma il grembo/ le più dure lotte in amore./ Così si ricompone dopo il caos/ l’urbana geometria/ dei noti e già amati scenari” (“Osservando tre tele”). È l’amore come rapporto fecondo ancorché travagliato con l’altro da sé – la donna, la terra (sovente rappresentata come il grembo materno), l’altra faccia dell’io –  che perpetua la memoria del Principio e garantisce l’eterno ritorno ad esso dopo la fine, mai definitiva, dei tempi.

Ma ad arricchire ulteriormente il complesso sfondo concettuale su cui poggia l’intera opera di Campegiani, c’è la sua concezione del tempo, che mi trova particolarmente sensibile oltreché consonante con lui, avendo io stessa dedicato a Giano parte delle mie ultime fatiche letterarie. Il dio dalla doppia testa, “padrone del Passato e del Futuro”, simboleggia per gli antichi, com’è noto, il ciclo eterno del tempo, in cui passato e futuro si fondono negli “inizi perenni”.  Molti, nei versi della raccolta, i richiami a Giano: “…io sono nell’eterno,/ da me nasce il tempo, in me muore” (“Sulle ali di Giano”), sicché la fine e il principio “l’una nell’altro si confondono” (“Lasciarmi pensare dal pensiero”). “Torna sempre a capo il tempo./ Creazione eterna, eterna attualità” (“Dico a te”). L’intero mondo vive in una “bolla di essere e tempo,/ di crepuscoli eterni/ appesi ad albe immortali” (“Caprigliola”). Versi assai suggestivi, che suonano a tutta prima come omaggio ad una religiosità pagana figlia della terra, una religiosità di stampo antico, come d’altronde inattuale, in quanto abitante del “Dopostoria”, sente di essere l’autore. Ma la sua è piuttosto una forma di moderno immanentismo, in cui la natura, eterna dispensatrice della vita e della morte, invera il divino in ogni sua manifestazione: “Deus sive natura”, direbbe Spinoza.

In margine alle considerazioni sul tempo, non posso sottrarmi alla notazione che segue. Nel leggere che “il principio e la fine si danno sempre la mano” (“Ora si torna a capo”) la mia memoria è subito tornata ai versi meravigliosi dei “Quattro quartetti” di Eliot, che declinano suggestivamente un analogo concetto, immettendo anch’essi un provvidenziale disordine nell’ordine angusto e dubbio (non solo per noi poeti) del tempo lineare, emblema di un’altrettanta soffocante quanto superficiale modernità. Detto questo, e dato atto a Campegiani di avere, con “Dentro l’uragano”, reso onore alla poesia per quanto è dato ad essa di esplorare  il mistero della vita nel tentativo di penetrarlo, vorrei segnalare  che versi poeticamente bellissimi come: “Così l’eterno è nel tempo/ ed io non sono morto, ma vivo la morte  e copulo con lei” (“Epitaffio”) e ancora: “Giunge l’essere al tempo/ e torna all’assoluto il relativo” oltrepassano i confini della pura poesia per evocare ancora una volta (ma stavolta attualissimi) scenari filosofici di vasta eco nel modo del pensiero contemporaneo. È infatti Emanuele Severino a sostenere l’eternità di tutti gli esseri, la cui caducità (finitudine) è solo una parvenza dovuta al loro apparire nel tempo (nel “divenire”), ed è Heidegger a indicare nella preparazione alla morte (“vivere per la morte”) il senso della vita, la piena realizzazione dell’”esserci”. Estensioni suggestive della poiesis, forse, questi poeticissimi versi; una poiesis che non di rado ama lambire, e talvolta sorvolare con sapiente maestria, il campo del cosiddetto “puro pensiero”. Del resto, come e perché fidarci in fondo di così incerti confini; ne prescinde meritoriamente e audacemente Franco Campegiani, avendo dato vita ad un’opera poetica innervata generosamente di sapori filosofici, grazie ai quali tutto il lirismo che la pervade copioso ne è acceso ed esaltato.

Sonia Giovannetti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 commenti:

  1. Carissima Sonia, dirti che sto in apnea sarebbe inesatto, giacché significherebbe che sto trattenendo il fiato, mentre mi trovo in una vera e propria crisi respiratoria e in realtà il fiato mi manca. Mi avevi accennato ad una sorpresa imminente, ma non avrei mai immaginato di potermi trovare di fronte a questo monumento esegetico che mi onora tantissimo, entrando con così disarmante disinvoltura nel mio universo interiore. Dipingi con tocchi di rara maestria la mia visione del mondo, poetica e filosofica a un tempo, facendo confronti e raffronti ragguardevoli con poeti e filosofi d'alto rango, appartenenti sia al passato che alla modernità. Ti sono davvero grato e mi congratulo con te, con il tuo acume critico e con la tua spiccata sensibilità.
    Franco Campegiani

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    1. Sono io a ringraziarti, caro Franco, per la lettura del tuo prezioso libro. Mi conosci, sai che le parole che uso corrispondono a ciò che sento e le tue poesie riescono ad unire il 'sentire' e il 'ragionare' in modo davvero, a dir poco, efficace.
      E ringrazio sempre tanto il Prof. Pardini per l'accoglienza e il bene.
      Sonia Giovannetti

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