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venerdì 20 maggio 2022

GIAN PIERO STEFANONI: "UMBERTO SABA"

 

UMBERTO SABA E LA SERENA DISPERAZIONE

La fratellanza a partire dal dolore come esperienza di una stessa condizione, l'uomo scandagliato nella sua pena entro una disperazione serenamente accettata come segno del suo destino, pongono i versi di Saba nella limpidezza di una lingua data per dichiarata e trasparente onestà tra i vertici più alti della lirica italiana del novecento.  Poeta del quotidiano (tra fedeltà alla tradizione e riferimento alle interrogazioni della neonata psicologia) ci indica infatti nel riconoscimento del canto l'unanimità di un volto toccato tra personali e universali fratture da medesime rincorse ed amori ("Ho parlato a una capra./ Era sola sul prato, era legata./ Sazia d’erba, bagnata/alla pioggia, belava.// Quell’uguale belato era fraterno/ al mio dolore. Ed io risposi, prima/ per celia, poi perché il dolore è eterno,/ ha una voce e non varia./ Questa voce sentiva/ gemere in una capra solitaria.// In una capra dal viso semita/ sentiva querelarsi ogni altro male,/ ogni altra vita"). Trieste è la città interrogante, crocevia di un mare e di un mondo aperto, di una narrazione ricca per uomini e autori; città dell'anima (insieme nutrice e scontrosa) al centro di questo spazio d'affetti e di memorie care (la moglie Lina con la figlia Linuccia, le vie poco battute, i caffè e gli affacci dal porto) nella rappresentazione consapevole di un malinconia riscattata e come detto accettata proprio nella contemplazione di una esistenza osservata- e indagata- nel viversi delle passioni. Lo strumento nella chiarificazione del male è affidato ad una poesia che modulando nel timbro il giusto incontro di contenuto e forma non teme ma adotta (pur nella sperimentazione che gli è propria) una lingua semplice ma familiare e per questo prossima alle verità e agli struggimenti umani. La sapienza così nella struttura e nell'apertura della parola è nel segno di un'ispirazione alta richiamata ad una trasparenza che gli viene anche da un passato illustre cui si richiama a differenza  del  frammentarismo verboso di alcuni suoi contemporanei ("Amai trite parole che non uno/osava. M’incantò la rima fiore/amore,/la più antica difficile del mondo.// Amai la verità che giace al fondo,/quasi un sogno obliato, che il dolore/riscopre amica.// Con paura il cuore/le si accosta, che più non l’abbandona./Amo te che mi ascolti e la mia buona/ carta lasciata al fine del mio gioco").Nella formula antica e rivisitata del Canzoniere in cui raccoglie nell'opera eventi personali legati per narrazione psichica allo scorrere naturale della vita, Saba finisce allora col restituirci motivi e impressioni di una parte importante del nostro novecento racchiusi insieme però nell'ordinarietà dell'esistenza. Le intimità dell'amore, gli slanci e le dolenze nell'immutabilità del tempo e del mondo pronunciabile solo nella consolazione di una personale e comune speranza, nell' adesione interiore, sono queste dunque tra le altre le interrogazioni che nella distinzione ce lo rendono caro e più che mai vicino.

 

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