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martedì 7 novembre 2023

Angela Ambrosini legge :"Ballata della luna" di Federico Garcia Lorca

 

FEDERICO GARCIA LORCA, BALLATA DELLA LUNA, LUNA

 

La luna venne alla fucina
col suo cesto* di nardi.
Il bambino la guarda, guarda.
Il bambino la sta guardando.

 

Nell’aria commossa
muove la luna le braccia
e mostra, lubrica e pura,
i seni di duro stagno.


Fuggi luna, luna, luna.
Se venissero i gitani
farebbero col tuo cuore
collane e anelli bianchi.

 

Bimbo, lasciami ballare.
Quando verranno i gitani,
ti troveranno sull’incudine
con gli occhietti chiusi.

 

Fuggi, luna, luna, luna
che sento già i loro cavalli.
Bimbo, lasciami, non calpestare
il mio pallore inamidato.

 

Il cavaliere s’avvicinava
suonando il tamburo del piano.
Nella fucina il bambino
ha gli occhi chiusi.

 

Dall’uliveto venivano,
bronzo e sogno, i gitani.
Le teste sollevate
e gli occhi socchiusi.

 

Come canta il gufo,
ah, come canta sull’albero!
Per il cielo va la luna
con un bimbo per mano.

 

Nella fucina piangono,

lanciando grida, i gitani.
Il vento la veglia, veglia.
Il vento la sta vegliando.

 

(Traduzione italiana di Angela Ambrosini)

 

* N.d.T. Il termine polisón, da Carlo Bo tradotto con “sellino”, indica questo accessorio della moda femminile, successivo alla crinolina, con cui si rendevano più gonfie e strutturate le gonne nella parte posteriore, ma riteniamo che la voce “sellino” in italiano moderno sia fuorviante, non esistendo più questa accezione riferita a uno specifico articolo della moda. Preferiamo quindi la traduzione “cesto”, altro termine ai tempi in uso per indicare lo stesso manufatto e che nel testo di Lorca ben si adatta alla plurivalente semantica italiana della parola, abbinata al richiamo dei fiori e per di più visivamente associata alla forma rotonda della luna.

 

 

   Di nuovo un evento astronomico, l’eclissi parziale di luna del 28 ottobre ultimo scorso, ha riacceso in tutti noi antiche fantasticherie e quello strano desiderio di rapimento irrazionale che il nostro satellite esercita sulla psiche, quasi un’alta marea dell’anima. Dissonanti ma in egual misura ipnotiche le sensazioni di timore e di attrazione per un evento che ciclicamente segna il calendario astronomico. Ma lasciamo agli astronomi le loro esatte, matematiche valutazioni e addentriamoci ancora (dopo il nostro ultimo breve excursus di settembre sulla luna lorchiana) nella suggestione con cui da sempre l’archetipo lunare titilla l’estro poetico, essendo parte integrante di quell’inconscio collettivo che esula da esperienze personali rimosse. Il concetto junghiano di “realtà trascendentale” accomuna l’uomo moderno a quello primitivo al di là delle sue coordinate storiche e sociali ed è indubbio che la luna incarni uno degli archetipi più dibattuti e perlustrati a livello artistico in senso lato. Esempio paradigmatico, come sappiamo, è il magma allegorico e onirico della luna lorchiana, ancestrale entità cosmica spesso di natura esotericamente trina (come non pensare alle denominazioni classiche di Artemide, Selene ed Ecate) che nella sua produzione sia lirica che teatrale si delinea protagonista di riti funesti e funerari. Esaminiamo ora  una tra le poesie più note del poeta granadino, La ballata della luna, luna tratta dal “Romancero gitano”.

In virtù della valenza narrativa che il genere della ballata racchiude fin dalle sue origini medievali, la lirica dipana un breve schema tripartito di esordio-svolgimento-epilogo, disseminato di uno strano dialogo a due (elemento, anche questo, tipico delle ballate popolari) nel quale la consueta alternanza dei tempi verbali, ora in passato ora in presente, enfatizza il senso di sospensione e di estraneità affiorante già dal titolo nella reiterazione del sostantivo “luna”, divinità ctonia che in questa lirica Lorca antropomorfizza nel ruolo di madre-matrigna-amante. È evidente come la natura di Ecate maligna, rapitrice di bambini, prevalga sul suo fulgore apparentemente benevolo (vedasi nell’incipit il simbolo fuorviante dei nardi) e come, parimenti, il connotato mitico e cosmico della luna si innesti in un contesto di vivo realismo, tratteggiato nella citazione concreta di tipiche usanze gitane e con un lessico di immediato riferimento oggettivo, quasi anti-lirico. La fucina è il primo richiamo alla vita dei gitani, maestri nell’arte di forgiare i metalli. I versi dipingono inoltre cavalli, oliveti e ancora bronzo e incudini, ulteriori cenni alla fucina dove, tra l’altro, i membri di queste comunità, in epoca lontana, iniziarono a intonare, al ritmo del martello sull’incudine, il primo genere di canto flamenco, denominato toná de la fragua (“canto della fucina”) probabilmente la più antica creazione vocale del repertorio flamenco stesso. Lorca dà voce, pertanto, a un circostanziato universo andaluso in connubio profondo con le forze primordiali del mito e del rito. I gitani dei suoi versi appaiono sempre congelati in atteggiamento sonnambolico, vittime del sortilegio lunare. “Dall’uliveto venivano / bronzo e sogno, i gitani. /Le teste sollevate / e gli occhi socchiusi”. Le forze cosmiche, come sempre nelle sue opere al servizio imperioso della luna, interferiscono sul piano umano, determinandone il destino di morte. Il chiarore lunare (immancabilmente nefasto nella cosmogonia lorchiana e spesso abbinato al verde, aggettivo mortifero per eccellenza nella personale simbologia del poeta) è qui a poco a poco moltiplicato nei “nardi”, nei “seni di duro stagno”, nelle “collane e anelli bianchi” per poi esplodere nell’ “pallore inamidato” della luna, della sua verginità “lubrica e pura” (splendido ossimoro) che non può essere calpestata dalla dimensione umana alla quale si esige comunque un sacrificio. Il bambino, sopraffatto dalla divinità ctonia, intuisce il pericolo che questa arreca, cercando però allo stesso tempo addirittura di proteggerla, come fosse sua madre, dalla reazione dei gitani: “fuggi, luna, luna, luna”, versi nei quali la reiterazione insistita della vocale cupa “u” si salda al canto del gufo, uccello notturno foriero di mala sorte, facendo eco alla duplicazione sintattica della prima e dell’ultima quartina “il bambino la guarda, guarda / il bambino la sta guardando” e “Il vento la veglia, veglia/il vento la sta vegliando” (dove è evidente il valore funebre del verbo “vegliare”). La morte del piccolo è preannunciata da un andamento verbale di progressivo avvicinamento culminante nella proposizione “quando verranno i gitani / ti troveranno sull’incudine / con gli occhietti chiusi”.  Tutto il cosmo partecipa all’evento delittuoso, accennato con una ellissi di grande impatto lirico: “Per il cielo va la luna / con un bimbo per mano”. La volontà lunare nella sua ipnotica danza cosmica della morte si è già compiuta, i gitani piangono il bimbo e il vento (in Lorca sempre antropomorfizzato) veglia la fucina dove si è consumato l’atto sacrificale. Il doppio piano cosmico e umano di cui è tessuta la produzione lorchiana, ha una volta ancora trovato una sua fatale congiunzione. È palese come i gitani di Lorca nulla abbiano a che fare con pittoresche macchiette folcloristiche, essendo piuttosto interpreti lirici di una complessa cosmogonia nella quale gli elementi aneddotici, pur molto frequenti, si stemperano attraverso il ricorso alla metafora (cavallo di battaglia retorico-formale della “Generazione del ‘27”) in una volontà di astrazione che spesso anticipa movenze e stilemi di tipo surrealista. Questo procedimento di depurazione da ogni scoria cartolinesca di “gitanismo” spicciolo induce la critica alla definizione di un’Andalusia mondiale, universale, quasi anti-geografica della produzione lorchiana e non si dimentichi che lo stesso poeta, in una famosa conferenza, rivendicò la natura “antipittoresca, antifolclorica e antiflamenca” della sua opera.

   L’insolito affresco che Lorca dedica alla luna nella sua volontà di cruento sacrificio rituale, ha un curioso, sia pur diverso e casuale parallelismo nell’ orrore lunare della bellissima, inquietante lirica Luna d’agosto di Cesare Pavese (in Lavorare stanca) che ci spalanca un omicidio nel momento esatto dell’apparizione di un’infera luna rossa da cui la figura femminile, prossima a un demoniaco parto, sembra essere posseduta.

“E si leva la luna. Il marito è disteso/in un campo, col cranio spaccato dal sole/…/Si leva la luna…/ La donna nell'ombra/ leva un ghigno atterrito al faccione di sangue /che coagula e inonda ogni piega dei colli /…/ Si precipita fuori, nell'orrore lunare, /e la segue il fruscio della brezza sui sassi/…/ e la doglia nel grembo. Rientra curva nell'ombra/ e si butta sui sassi e si morde la bocca. / Sotto, scura la terra si bagna di sangue”.

 

Torna la corrispondenza sotterranea con Ecate, riaffiorando forse l’archetipo di un inconscio collettivo trasversale a più strati di eterogenee culture popolari.

 Angela Ambrosini

 

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