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martedì 9 aprile 2024

Anna Vincitorio legge Georges Schehade":"Les Poésies"


Questo volume è stato pubblicato nelle edizioni Gallimard – nrf – il 24 settembre 1969.

“Il programma della Nouvelle Revue Francaise affermava attraverso una critica intelligente – l'indispensabilità dell'arte; si ispira quindi a una creazione totalmente svincolata dalle fluttuazioni sociali e politiche. Difende con notevole violenza l'indipendenza dello spirito. Il lavoro collettivo è la somma dei valori individuali. L'intelligenza appartiene all'individuo che la possiede che può usarne oppure no? Dibattito aperto tra letteratura e politica. Il merito della NRF è stato quello di aver cercato di affermare la specificità della letteratura e il suo ruolo nella vita umana”1.

In questa ottica possiamo avvicinarci a Georges Schehadé (Alessandria D'Egitto 1907 – morto a Parigi – 18 gennaio 1989).

Ogni stagione mi porterà

Una nuova malinconia

E vi amo come le parole che vi dico

Per un cavallo bianco come l'inverno

Le brezze si spogliano di rugiada

E gli uccelli muoiono delle ferite del mare

Coronate l'amore che tende un arco

Una rondine ha seguito la sera

Non ha colore né forza

Questa stagione non passerà

Senza un nuovo astro

Il suo azzurro ha il tepore di tutte le notti

Trad. Anna Vincitorio

Ho letto il testo più volte per cercare di penetrare il mondo di Schehadé. È un mondo cosparso di immagini spesso surreali che affascinano, disperdendoti. Si avvertono solitudine, amore, tristezza. Ricorrente l'infanzia, formativa per un essere dalla sensibilità accentuata. Noi stessi diveniamo ora “uccelli in volo che si frangono in una solitudine collinare”. Siamo alberi, meduse. Si avverte la necessità di aspirare a un infinito. Il poeta e altri come lui, seguiranno il cammino del cielo. Il poeta ama la natura e vede spirare nella campagna

1

Storia della Letteratura Francese – Garzanti ed. Vol. III.

“un'aria di prodigio perduto”. Le stelle a cui aspira, sono sfiorate dalla morte. In lui una ricerca di eventi, parole che affiorano dai ricordi di una lontana infanzia che ha il colore delle origini. Lui cerca un cammino “in una via di rosai”, ma nel cuore permane il dolore. Non può, un poeta essere felice. Gli è compagna la luna “in una solitudine di giunchi”. Le stelle sono lontane. Vicino a noi corsi d'acqua. Acqua in cui immergersi Per purificarsi o dimenticare? Le tempeste della vita spingono i fiori verso la morte. Il poeta è solo come “giardini che non hanno paesi/ in una solitudine d'acqua attraversata da colombi azzurri”. La realtà è il fanciullo che ricorda.

Poesia quella di Shehadé su cui soffermarsi ma che sfugge. Rimane in noi il sapore di immagini surreali e il rimpianto costante dei lenti anni in cui “Tu indossavi il grembiule di scolaro/… e dormivi ogni notte sulla tua infanzia”.

Anna Vincitorio

Georges Shehadé

Les Poésies

prefazione di Gaetan Picon


Poesie nº 1 – 1938

N.2

I capelli che sono l'età dell'amore

Come il vino che scorre tra le dita

Ricordati, ricordati dei fiori della terra

La vergogna portava la tua testa in un sacco

Mille frane segnavano i tuoi passi

Tu sei là in alto sulla collina

dove la luna posa le sue grandi braccia

Gli alberi fremono come fredde meduse

Ma tu non credi a queste grida della natura

Se le montagne potevano sfiorare l'aria

e così congiungersi alle stagioni

I tuoi passi seguiranno il cammino del cielo

A vent'anni c'è un tremore

di vedere i suoi occhi nell'acqua delle donne

La camera ha la parure del mare

Come due uccelli che volano si frangono insieme

Del silenzio infausto dei nidi

La notte ha congiunto le nostre età

O melodia della pietra delle isole

Il mio amore meraviglioso come la pietra che non avverte

Questo pallore che voi giudicate lieve

Ugualmente voi vi allontanate da me

Nell'ora in cui il sole e noi creiamo una rosa

Nessuno ha dovuto ritrovarla

Né il bracconiere né la veloce amazzone che abita le nuvole

Né il canto che dà vita alle abitazioni perdute

E siete voi donna e i vostri occhi irroravano

D’aurora la pianura della quale io ero la luna

Ogni stagione mi porterà

Una nuova malinconia

E vi amo come le parole che vi dico

Per un cavallo bianco come l'inverno

Le brezze si spogliano della rugiada

E gli uccelli muoiono delle ferite del mare

Coronate l'amore che tende un arco

Una rondine ha seguito la sera

Non ha né colore né forza

Questa stagione non passerà senza un nuovo astro

Il suo azzurro ha il tepore di tutte le notti

Io sogno gridando

nella casa delle foglie

Sono io sono io diceva la canzone priva della sua libertà

E che io mi allontani portando con me

Il manichino di perle

I boschi sono morti

E le foglie lese volano via

Soffia in campagna un'aria di prodigio perduto

Non si cercano gli occhi nelle musiche arcane

Un cuore grande le ha visitate

Vi saluto stelle che la morte non sfiora

Sulle vostre ginocchia fiori di spiaggia

La costanza conduce alla felicità

La mano nella mano come il cielo e il giorno

Questa melodia che ha il colore delle origini

Allora io percorro una via di rosai

E sento sorgere in me un grande dolore

Simile al sale del mare

IX

È l'ora del riposo

Le allodole sono sagome bianche

Appoggia la tua testa nel fieno dove il cavallo

s'impiglia

Lo zoccolo il più arrendevole

Ecco la luna

Lei non è rotonda perché tu sei triste

Solitudine dei giunchi

E l'Albero che addormenta le stelle

È scosso da un nido

Perché noi siamo senza notizie delle stelle

Gli angeli ci battono con grandi ferri

Fate luce voi che vivete sui corsi d'acqua

Quando il lampo spinge fuori verso la morte

Lasciate a me la vostra rugiada e la vostra cenere

– Oh benedette come le fiamme

Quando l'autunno tremava sulla montagna

Adorna il tuo cavallo con l'occhio dei cigni

Nel vento la bellezza e l'ora è scura

Io ti amo me l'hanno detto

Poésies II

1948

Su una montagna

dove le mandrie parlano col freddo

come le fece Dio

Dove il sole è nato

Ci sono granai colmi di dolcezza

Per l'uomo che cammina nella sua pace

Nel mio sogno questo paese dove l'angoscia

è un soffio d'aria

Dove i sonni cadono nel pozzo

Io sogno e sono qui

contro un muro di violette e questa donna

Il cui ginocchio lontano è una pena infinita

III

Ci sono giardini che non hanno paesi

E sono soli come l'acqua

Dei colombi azzurri li attraversano e non hanno un nido

Ma la luna è un cristallo di felicità

E il fanciullo si ricorda

Di un grande sereno scompiglio

XIII

Come questi laghi che portano tristezza

Quando l'autunno li copre e illividisce

Come l'acqua col suo gorgogliare

che mille volte si ripete

Non c'è riposo per te alla mia vita

Gli uccelli volano in stormo

Ogni sonno è diverso

E tu nelle foglie di questa pianura

Davanti al volto soltanto un addio

VI

Al fanciullo che corre in una foresta

piena di soffi di vita

Dico che prediligo

Colui che dorme in un giardino di giugno

Con un leggero cruccio

Per la solitudine delle immagini

E l'alba e i ladri d'acqua

XII

Un violino cieco piangeva per noi

una fontana di pietra

L'inverno stagione senza volto

Quando i grappoli d'uva sono neri

XIII

Mi schernirò in un giardino di pomi

In quest'acqua della campagna

a passi immacolati

E per te amica dei salici della morte

Le colombe che volano senza aura

L'assenza più lunga che gli anni

XV

Se tu sei bella come i Magi del mio paese

O amore mio tu non piangerai

I soldati uccisi e la loro ombra che fugge la morte

Per noi la morte è un fiore dell'anima

Bisogna sognare gli uccelli che viaggiano

Tra giorno e notte come una scia

Quando il sole si allontana negli alberi

E rende il loro fogliame simile a un prato

O amore mio

Abbiamo gli occhi blu dei prigionieri

Ma il nostro corpo è adorato per i sogni

Allungati come due cieli nell'acqua

E la parola è la nostra unica essenza

VII

Quando la notte si dilata con la sua luce

In quel momento il pensiero è inviolabile

Io dico fiore di montagna

per dire solitudine

Dico Libertà per dire disperazione

Io vado boscaiolo dei miei passi

a smarrire le menzogne

In una foresta di boschi

Ricolma di giustizia e di canti

VIII

O amore mio non vale che noi amiamo

chi ne fugge come l'ombra

Come queste terre lontane dove il proprio nome si perde

Nulla ci trattiene

come questo pendio di cipressi che dormono

Dei fanciulli di ferro bluastro e morti

I corsi d'acqua e le rose delle battaglie

Bandiera dolce cullata dal ferro

Pianure senza paesi che brillavano

Per la neve malvagia e bianca

Le formiche mangiavano la veste delle meraviglie

Quanto lenti erano gli anni

Quando tu indossavi il grembiule di scolaro

Quando tu dormivi ogni notte sulla tua infanzia

Poésies III

1949

La stella ritornerà sul giardino distrutto

Simile alla goccia d'acqua delle origini

Si apriranno gli uccelli dalla pazienza perduta

E sarà il sogno della prima notte

O amore mio sono in una prateria

Con gli alberi della mia età

Ma le gazzelle passano tra le mie ciglia

Socchiuse di sonno

Questa sera la morte è figlia del Tempo ben-amato

IV A Pierre Robin

Quando l'uccello si tormenta col suo canto

Le foglie nella loro malinconica incertezza

Talvolta pongono fine al loro lamento

L'aria a lungo si consuma e non vuole più ascoltare

Noi passiamo allora coi nostri cani di domenica

Sul cielo e nel frutteto

E per l'esilio delle nostre immagini

Doniamo un’ombra a ogni fanciullo della sera

V

Dell'autunno ingiallito che trema nel bosco immoto

Permane una strana malinconia

Come queste catene che non sono né per il corpo

Né per l'anima

O stagione i pozzi non hanno ancora disertato la vostra grazia

Questa sera noi avanziamo nelle vostre foglie che passano

Nei pressi di una cascata di triste follia

Ed ecco in una nuvola di grande trasparenza

La stella simile a una scintilla di fame

IX

Io vi chiamo Maria

Un casto corpo a corpo con le vostre ali

Siete bella come le cose che ho visto

Dapprima non c'era il vostro Figlio nei paesaggi

Né il vostro piede d'argento nei letti

Io vi invidio Maria

Il cielo ti copre di dolore

Dei corvi hanno toccato i tuoi occhi blu

Tu mi inquieti fanciulla

Il fogliame è folle di te

X

Quando noi avremo

Delle dolci spiagge da sfiorare con lo sguardo

E questa vita dove l'ombra si apre al giorno

Il riposo giungerà con i suoi tesori

Voi ed io sulla Terra delle spiagge

O amore mio che chiedete al sonno i viaggi

Se tu incontri un colombaccio

1951

Se tu incontri un colombaccio

In un bosco cosi giovane per la vita della sua neve

Quando gli occhi hanno il sembiante dei nodi della sera

Distaccati da tutto ciò che la riguarda

L'età della foresta amore mio è un sogno

III

Per ritrovare il corpo e l'anima dell'infanzia

In una stanza dolce alla quale i ladri danno luce

Le mie mani sono leggere quando penso

Un asino giungeva dalla patria dei dipinti

I rumori allora erano privi di memoria

Sono così gli oggetti della grazia

L'uccello di zucchero con la sua storia e il cielo blu di niente

XII

…Figura di sogno sul selciato

Stella che brilla e ferisce

Piccola cosa come il fiore di Dio

Dopo viene il clangore nell'immobilità degli angeli

Il sole che crea la luce e non ritorna

Mentre tu passi col tuo bianco vestito

O tristezza prima delle tue ombre

O chimera dei tuoi abiti

XIV

In questa campagna dove il sole muore

come un cavallo beve

L'erba e il tempo soffrono la stessa pena

Un violino allontana le ombre dalla sua mano

Ricorda gli stagni del lontano mare

Quando dormirai nella terra dei fanciulli

Le formiche mangiavano la veste delle meraviglie

Quanto lenti erano gli anni

Quando tu indossavi il grembiule di scolaro

Quando tu dormivi ogni notte sulla tua infanzia

Ho pensato di riportare in questo ambito la prefazione di Gaëtan Picon a Les poésies2. Si oppone al lanzonismo3.

Figura di alto spessore: L'imaginaire di Gaëtan Picon fondation d'une bibliothèque intellectuelle. Gli anni 1944 – 1950 e 1951 – 59 sono particolarmente importanti. Ricordiamo il periodo di Beyrouth alla Scuola Superiore delle Lettere con Schehadé e L' Institut Francais de Florence con Giuseppe Ungaretti e Piero Bigongiari e l'École des hautes études de Gand che inseriscono Julien Gracq e Yves Bonnéfois.

“Io apro questa raccolta Les Poésies dall'articolo insolitamente chiuso come un cofanetto che si può trasportare dappertutto con sé, estrapolandolo dai due anni laterali delle prime poesie e di Se tu incontrerai un colombaccio (1938 – 51); il tempo che lui ha perso per dar vita al lapidario (stile), all'erbario (collezione di piante); si io l'apro come un cofanetto incrostato di madreperla dalle pareti di cedro e di sandalo e c'è un profumo che esala che io soprattutto riconosco fra tutti gli altri, bene perché appartiene a una essenziale e intemporale poesia come, camminando, occhi chiusi in questa foresta, io so che ha un sentore così complesso e sottilmente equilibrato che non lo ritroverai in nessuna parte e a me mancano le parole per darle un nome, e che io sono giunto all'altezza di una siepe familiare.

Sensazione unica, incomparabile. Senza dubbio appartiene a una terra più lontana di quello da cui io vengo per parlarne e dove io calco le innumerevoli foglie dell'autunno. Terra dove il sole muore come un cavallo beve, dove scorrono le pagine della grande Bibbia di pietra dove resistono, loro soltanto, alla grande sete del sole, delle essenze rare e violente. E pertanto, non è la violenza di Mezzogiorno. È piuttosto la notte come nell'autunno di ogni giorno, il rifugio delle fontane “senza l'acqua della luna” l'ora mentale immaginaria dove le cose sono filtrate, setacciate, per la loro attesa e le loro memorie; e lontano e lungi da affermarsi in una evidenza troppo forte per essere sensibile, loro colano delicatamente come il succo dei frutti che noi spremiamo dalle nostre mani, loro creano nell'aria i colori cangianti delle rose, del gelsomino, della violetta. Notte sovente più luminosa del giorno, primavere, autunni, più ricchi dell'inverno e dell'estate, penombra rassicurante dove le immagini rispondono al nostro appello. Ma questa flora d'una più lontana terra è soprattutto quella “d'una lontana interiorità"; l'Oriente è quello del cuore e dell'immaginario; il giardino è più antico conservato meglio degli altri e tale da

2

G. Picon, critico e saggista francese – Bordeaux 18 sett. 1915 – Parigi 15 agosto 1976 – Viene considerato uno dei precursori e dei maggiori esponenti della Nouvelle critique francese.

3

Parola derivante da Gustave Lanzon – critico letterario e filologo francese – Orleans 1857 – Parigi 1934 – che esercita un'influenza profonda su diverse generazioni di studiosi. Per lui la visione critica deve essere rigorosamente scientifica e storica senza però negare il carattere estetico della letteratura. Da L'Enciclopedia di Repubblica vol. XII pag. 67.

essere sfuggito agli impiegati del catasto, ai guardiani e ai controllori del tempo; l'erba non è stata calpestata.

Giardino dell'infanzia? Direi piuttosto d'una vita che non ha altra età che l'infanzia. E giustamente perché non è stata avocata alla luce di un'altra età; non si parla di una infanzia ma dell'epoca ferma dove il bambino, l'uomo adulto, la donna, sono i cittadini con eguali diritti di una capitale favolosa che il drammaturgo chiamerà Paola Scala o Belvento, ma che il poeta non ha bisogno di darle un nome. L'infanzia non è l'oggetto di una nostalgia; è la voce inflessibilmente ingenua di una vita che non ha un altro suolo.

Il poeta non ha imparato niente; non ha niente da apprendere; lui incontra al termine del suo poema ciò che sapeva aprendolo e di sorgente sicura. Le parole, pertanto inventate, gli sono donate.

Non vengono le une dalle altre, ma loro stesse da questa sicura sorgente. E se possono loro stesse avere un profumo, quando non parlano di profumo, come l'acqua pura ha il suo odore, e non può essere che lui, immediatamente riconoscente e insolito della semplicità. Questa poesia non è una esperienza sul linguaggio; è una parola scaturita dall'esperienza. Non costruisce parole in parole, la passerella che gli farà lasciare la sua terra natale – la terra dove passa, sotto il cielo cosmico, il tempo senza ora né età. Fatto di parole, sicuramente, ma che non riconoscono la loro chimica, non vedono la loro formula; lei dice semplicemente, di un solo alito, ciò che lei ha sempre saputo, lei persegue il fremito della sorgente e della sua reminiscenza.

Perché è anche un rumore che sento e riconosco; non meno del suo profumo ogni volta che apro il libro; ed è in lei che si perde la mia lettura… Io sono un attore più che un lettore. Ma questa voce che io restituisco al poeta sento che è essa stessa d'una voce più antica, la cui autorità fora attraverso il fascino dell'inflessione personale, voce profetica sentenziosa dell'Antenato, quella che parla col freddo dall'alto delle montagne, come Dio l'ha creato, dove alla soglia del giardino che noi abbiamo lasciato, quando il mondo si è aperto davanti a noi e dell'esilio e del dispiacere non ci sarà fine. A questo rumore di meraviglia e tristezza, a questo profumo d'ombra e di ambra non siamo sottomessi come a un incanto – imprigionato, un po’ assopito, ingurgitato. Noi ci inseriamo nella cantilena di ogni poesia; ci perdiamo nella goccia a goccia della vasca; noi ci lasciamo questo leggero odore inebriarci. La poesia ci avvince, non ci butta fuori armata della sua forza nello spazio che il suo chiarore avrebbe aperto. Pertanto, ecco l'immagine, come la stella scintilla di fame.

Lei rompe l'incanto e noi ci scopriamo attivi e vigili. Noi la sottolineiamo nella poesia e noi riguardiamo, fuori di lei verso il mondo che trattiene la sua prova. Improvviso lucore delle immagini, colpo di gong, strappo di seta… Io non conosco nulla di più vero, essendo sufficiente vantaggio per loro stesse queste parole dove vivere indefinitamente… C’è anche la luna che sale “come

un animale di uragano, gli alberi che si muovono per il loro rumore, le stelle che viaggiano con gambe di sale, gli armadi della vecchiezza dell'uva; Ha l'occhio, questo animale, affascinante...” Ma io noto che l'immagine raramente dà fine alla poesia. Il movimento del testo non ha per scopo di condurlo, come se fosse il trofeo della sua vittoria, ciò che ci permetterebbe di staccarci dalla poesia. Guardando di lui soltanto questo lucore di lame per il nostro proprio combattimento. Se la poesia 18 di Poésies 2 ci dona il colpo di grazia sulle fontane senza acqua della luna invece di buttarsi su “Il tutto passa come se io fossi l'uccello immobile”, ci lascerebbe al bordo di una finestra aperta, esposti e vigili; ma la sentenza finale – piuttosto una verità che noi ripetiamo che questo pomo della discordia dell'immagine capace di illuminare gli altri fuochi – ci fa penetrare il canto, alla penombra materna della poesia. E io noto anche che l'immagine non è che un incipit frequente. Non ho per scopo di aprire uno spazio particolare, di provocare l'inebriante meccanico di cui la poesia moderna non si tedia. Solo un poema di giovinezza – il VI di Poésies 1, è costruita su un movimento di enumerazione che evoca molto precisamente Apollinaire. Disseminata, talvolta unica, l'immagine è al cuore della poesia come l'icona illuminata nell'angolo oscuro della camera, come la macchia di sole nel fondo del pozzo.

Meglio: lei è alla sua cresta, la brusca lucentezza dell'onda – dolce onda mediterranea tra la montata e le cadute – al tempo stesso tesoro, estremo lembo della visione e illusione, riflesso inafferrabile, intrasportabile nell'aria libera. Perché se questo momento dell'immagine è quello dell'intensità, della presenza, non è separabile dal movimento a causa del quale noi andiamo verso di lui e che inaugura il poema; né di colui che, negli ultimi versi, ce lo sottrae. E allora,

prima di sorgere, l'immagine è già offuscata – nascosta. Il tempo dell’incipit in effetti, è tanto il passato come il futuro, dove un verbo ha valore di futuro.

Quando ogni cosa dormiva nella casa fedele…

quando noi avremo

delle pagine dolci da toccare con lo sguardo…

e ancora

Se tu incontri un colombaccio…

Ma come il progetto del desiderio non è altro che un passato

da ritrovare, il tempo in cui credere è quello di un futuro

di reminiscenza

La stella ritornerà sul giardino distrutto…

Noi ritorneremo corpo di cenere o rosaio…

Noi andremo un giorno fanciulli della terra –

Tempo ambiguo del quale non sai tanto di ciò che ci dà,

del quale non sai in ogni caso ciò che ci dà al presente,

che cancella la cesura dell'immagine

noi impedendo di rapirla nel fondo di queste acque

mescolate, alle quali si abbandonano, con diletto le nostre mani.

Qui qualcosa avviene come lo provano queste congiunzioni di tempo, di finalità, di comparazione, di supposizione che aprono così frequentemente il poema. Qualcosa è annunciata, viene, poi si cancella.

Ogni poema è dunque un dramma ma lo stesso con i suoi due movimenti, i suoi due atti che mantengono la fragile costruzione come un quadro, con a suo modo, l'immagine, talvolta la O interiettiva, immobile come l'uccello che plana. La partenza dei fanciulli termina e subito dopo sorge la stella che ha guardato il loro cammino per il loro ritorno nella terra eterna.

Esplicita o no, la clausola del poema, è sempre – Il tempo innocente delle cose – Dramma, ma di una sola azione, di un solo personaggio, di una sola verità; non conosce voci antagoniste, né collisione, né alternative. In un senso: dramma senza tensione, perché ciò che accadrà è conosciuto, ineluttabile, i passi rientrano nei passi, non si può avere che una ripetizione, una oscillazione, mai una rimonta insperata, mai più di un rifiuto disperato.

La verità che ogni volta si rivela, mai si riconosce, si sa poi sempre; parla con voce dolce, sorridente, e irraggia lo slancio così come il grido...

Quale dunque il segreto della sua seduzione dal quale vengono questa scheggia di rugiada, questo tintinnare di cristallo che ognuno riconosce, quest'aria d'una frescura così deliziosa? Da dove viene che percependo la tristezza del poema noi la perdiamo in esso? È che le parole rinascono dalle loro ceneri. O piuttosto no. Le parole non lasciano cenere. Bruciano sempre a fuoco dolce, piccolo mucchio di selce sulla linea del deserto, fedeli, dolci custodi nella notte della camera. E noi vediamo bene queste notti che ci disegnano. Ma è a loro che appartiene la vera presenza, il vero persistere – quello di ogni luce fissata”.

Gaëtan Picon

Trad. Anna Vincitorio

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