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giovedì 16 giugno 2011

Da "Paesi da sempre", Pietra Chegai Editore, Firenze 1999





Cantavamo                      

Cantavamo, paese, se affogavi nel giallo dei granturchi.                   
Cantavamo sui pavimenti dove si stagliava
la luce del camino. Cantavamo sopra gli alari
arroventati dalle pire delle potature. (La loro colpa
era quella di avere chiuso la stagione) Cantavamo
romanze, i cui eroi vincevano le battaglie
che noi perdevamo ogni giorno, ogni ora (cavalli
bianchi, cavalieri e palafrenieri incorruttibili
dal tempo). Anche le madri cantavano già vecchie              
trentenni e muovevano le mani gesticolando
sui ritmi. Mani tumide per le umide terre delle prode.
Eppure ogni anno la natura si sacrificava
paganamente sui roghi, nei forni e sulle corti
per consegnarci i suoi profumi (profumi che io conobbi
sempre eguali e che sembravano non soggetti
a mutamenti). Cantavamo romanze e stornelli
coi vinelli freschi del novembre. Quando le botti
ci accompagnavano coi loro vocalizzi profumati
rossi e iterati come gli strappi delle roncole.
I padri coi riti tramandati dagli aruspici etruschi
roteavano il primo liquido nel vetro presago
per misurarne il corpo. Era la festa delle cantine
la stessa festa che più volte presso gli antichi
avrà veduto Bacco e Cupido aggirarsi divertiti
al suono di zufoli e litofoni. Cantavamo
preghiere che Pan ci ispirava di ringraziamento
pei fulvi grani, pei pampini rossicci o pei vermigli frutti;
preghiere che i pagani consegnarono pietosi
nelle mani dei cristiani facendosi santi.
Cantavamo senza perché la madre eterna
potesse anche essere ingiusta. La pregavamo sulle strisce d’oro
dei tramonti; se esplodeva nei protervi affollamenti estivi;
se cadeva stanca meritandosi la morte;
o se riposava sotto i diluvi e le gelate.
E sembrava persino ringraziarci o chiederci perdono
per le siccità, per le carestie o le morti precoci;
lo faceva turgida coi crisantemi e gli asfodeli
sui  cimiteri aperti colle loro croci.





Metato di giugno


I passi di mio padre                      
 
Si stendono sulle erbe secche le ombre
delle pareti a chiudere occidente.
Le stesse mura vecchie senza arriccio.
Pertugi dagli interni e il caminetto
non era sufficiente negli inverni
a riscaldarci col suo fuoco stanco
di legna inumidita. Dal fienile
lo stesso svolo posa il mio pensiero              
sull’erboso cortile ed i piccioni
tubano soli al suolo abbandonato.
C’era mia madre, magre braccia al cielo
con fare giovanile e, a passo lento,
mio padre che spargeva sopra l’aia
semi di grano e avena. Io li guardavo
seduto sui gradini inebriato
da estreme sinfonie che arpeggiava
con le sue corde l’arso solleone
su spighe genuflesse. Qui rampollano
le immagini tra i pruni e il beccafico
torna a bucare i frutti trafelato
mentre l’ammiro, sotto accovacciato.
Attendo che ritornino alla sera
le giovenche alla stalla.
In mezzo all’erba
le guide con la morsa ed un ramarro
che nella fossa guizza d’acqua smossa
dai tuffi svelti delle verdi rane.

Vane figure, immagini sfumate
consumano giornate ormai scorciate
d’odore delle reste sotto il sole,
d’un tintinnio e un fruscio ch’è quasi eguale
ai passi di mio padre sul viale.







Il Serchio


Le vendemmie di Delia                               

Andiamo insieme Delia per la strada
che ci portava un tempo alla tua vigna,
mi piace rievocare al solatio
dei chicchi il biondeggiare di trebbiano
o il moreggiare rosso sangiovese.
Seguiamo il corso per le dritte fratte
solcate nella strada abbandonata
dai carri che aggiogavano i tuoi buoi;
ed ora è là che la mia zolla tace                                
ai piedi di una vigna ormai sepolta
d’erba maligna sopra terra incolta.

Rivedo i tini e lo schioccare ferri
odo ancora tra i pampini invecchiati
ed il frusciare di procaci pigne.
Il battere dei pigi e i canti antichi
di voci seminate per i colli
e le leggere vesti sul tuo dorso
che la brezza brunastra svolazzava
nell’aria pregna d’umida dolcezza.
Quante volte le mani sfioravamo
nel recidere il tralcio
e un bacio di nascosto ed un abbraccio
tra le foglie amarognole di viti
e poi fuggivi.
Sente il mio seno ancora
l’acre sapor di vino
dall’afrore del tino,
lampi di luce rossa sulla tua smossa chioma.

E i sorsi di dicembre
del giovanile nettare brioso
contenente d’agosto il sol fulgente
e i canti e i suoni
sul tavolo di quercio:
era Natale,
dal davanzale un tralcio ormai sguarnito,
ma noi levando il dito in alto
festeggiavamo  uniti le vendemmie
a brindisi di calici d’amore
da noi raccolti tra l’estive gemme.





Metato di giugno





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