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giovedì 16 giugno 2011

Da "Alla volta di leucade", Mauro Baroni Editore, Viareggio 1999

     Fuga da settembre


E furono le Eumenidi a portarmi
dove non vi è stagione. Ventilava
zefiro eterno l’isola di Lèucade                       
eternamente dolce per lo spiro
di lavanda e di timo. “Dallo scoglio”
mi dissero “Ove siedi ad osservare
gli ampi spazi del mare ricamato
da sciami di gabbiani, si gettavano
gli sfortunati umani per disperdere
reminiscenze estreme. Ed anche Venere
restò meravigliata nel sentirsi
serena dopo il volo. Gli infelici
a  Lèucade accorrevano                                   
dai luoghi più lontani. Preparavano
con offerte e sacrifici ad Apollo
la loro prova. Ed erano sicuri,
coll’aiuto del dio, di sopravvivere
all’eccelsa caduta. Proprio qui,
ove tu siedi, stette il piede tenero
dell’infelice Saffo che Faone
abbandonò. Nel cielo di quest’isola,
lucido ed armonioso, riscontrava
solo dolore; andava su altre sponde
ove il mare violento tormentava
gli scogli dissestati per rivivere
il suo triste destino. Dalla cima
di pietra accarezzata dalle mani
della dimenticanza, si gettò
in quest’onde fatali. Ed Artemisia
regina della Caria ed altre ancora
raggiunsero la meta, ma scambiando
la vita con la morte.” “Mi sovviene
il mio settembre tanto logorante
nei palpiti di umana inconsistenza,
nei flebili lamenti di esistenza,
nei pallidi scolori di tristezza
di un borbottio leggero di rumori
quasi alla fine. Ma non so se vale
di più restare immoti nella stasi
di un eterno sereno che provare
il dolce senso del dolore umano.”
“Proprio il poeta, diciamo di Nicostrato,
gettandosi dall’alto della rupe,
non lasciò col patire       
il respiro di vita. Forse il dio
volle che poesia perpetrasse
dall’anima pacata, dopo il salto,
il suo divino suono. Ci chiediamo
se più grande pacato che in tormento
come da scoglio umano.” Ed io fuggii                           
scabro settembre, mese addolorato,               
dal sangue che si sperde in ogni dove
dell’ultimo respiro della vita.
Io ti lasciai e un salto nelle oniriche
acque di Lèucade non mi concesse
morte né oblio, ma solo la ricchezza
d’immagini feconde rivissute
da un’anima al di sopra delle povere
storie del giorno. E ti rivissi, vita,                                                   
con un sentire lieve e tanto amato
che in ogni fatto lieto o meno lieto,
ma scampato, vidi un superbo dono





Lo stradone di scuola

Sono i solchi carrabili sbilenchi                               
che incidono il tuo corso anche se pieni                 
delle spoglie giallastre del settembre.                      
Lo stradone di scuola. Eppure perdi          
le verdi scaglie come un serpe obliquo                    
in cuore alla campagna e mi dilati
i cigli luccicanti di rugiada                          
per rivestirmi il seno del fruscio                
della carta di un libro. Mormorava,
con la voce un po' rauca dei suoi righi,
parole che levavano lo sguardo
sul volto del maestro. Sempre primo
colla bici coperta di fanghiglia
e i gancetti alle balze, mi rapiva
da quello scantinato padronale
che gocciolava sogni sopra il banco.         
Giungevo infreddolito, ma la porta
chiudeva fuori sguardi sulle zolle                            
verdicanti di aprili anche a dicembre.
Che lanciavamo sassi  ti ricordi?
Erano così veloci che anche i falchi
restavano di stucco nel sentirli
sibilare nell’aria. Si sperdevano
e ancora non li ho visti ricadere.                
Senz’altro hanno percorso un bel tragitto
se dura più del tempo di una vita.
Bella gara nel prenderla di petto.                              
Depredavamo i pioppi di forcelle                             
per fionde che affondavano radici                           
nel terriccio dell’anima. Mi provo,
quando nessuno vede, ad impugnare
un cimelio di fionda. Da un tuo ciglio
miro dritto alle cime e scaglio il sasso,
ma guardo attorno e quasi mi vergogno
per come vola basso e poi ricade.
E pensare, ricordi? , che riuscivo
a silurare il cielo colle pietre
convinto di bucare anche le nubi.





Al vento di novembre

Tu che arrivi saporito di autunnale
sentore e che trasporti via le foglie
gialle, nere, rosse e tumide di febbre
al loro cimitero e per ognuna
riserbi sepoltura umida e oscura,
tu che depredi tutto e spogli gli alberi
e sibili rumori acuti e lunghi
per tutta la campagna, tu che giungi
puntuale a ricordare una stagione
nel trasporto dei fiori, vivamente                             
ti prego di ascoltarmi. Fai che presto                       
e so che tu lo puoi sugli smeraldi                              
rinascano al tuo spiro perlomeno                             
i butti di speranza; gemme e bocci,                          
e corolle d’illusioni dagli umori                               
freschi di vita come guance rosa
di verginale età, con altri ricchi                                
di loto e benzoino. E fai che tutti
i colori ed e i sentori rifioriscano,
peccaminosi o casti, sui maggesi
a danzare incoscienti in prima età                            
di quello che tu puoi nella tua briga.





Di tarda estate

Di tarda estate urlavano preghiere
i girasoli dalle teste prone
alle sere vitali e ancora vedo
la loro fronte bruna sopra i tepali
dei papaveri sghembi. Scendevamo
sopra i letti rosati delle rene
tiepide di bagliori, la cui aria
ancora mi saluta con le vele         
tremolanti di un cielo biancicante 
di bonaccia. Uscivamo dalla schiuma       
col mare tra le braccia e salivamo                            
lo stretto calle aperto all’orizzonte
che chiamavamo la terrazza al mare
dei poveri irrequieti. E le giornate
trascorse alla deriva in mezzo ai colli
dei paesetti dalle torri in pietra.
In quelle bottegucce di campagna
(che più non troverei) ad assaggiare
locali sangiovesi sotto sguardi                                  
curiosi di paesani. Inutilmente                                  
la notte rincorreva il giorno in fuga
dai nostri desideri abbarbicati
alla vita preziosa di un settembre              
tutt’altro che mortale
per gli amori spavaldi. Rivedere
i naturali toni da Manet
chiusi in cornici degne dell’autore                                          
equivarrà ad udire grida a un eterno
forse troppo lontano. E io memoria
mi donerò ai tuoi gessi color rame
per ritrarre un’alcova. Guarderò
ritornare un viale proprio eguale
a quello di un settembre. Già si adorna
di sguardi spersi in seno agli scolori.





Vaghezza                                        

Una vaghezza, mentre sulla soglia
miravo tracimare
il sole sull’orto, mi assalì
con tutto il suo sopore. Mi gustavo
le stille dei rubini che dal vetro
pungevano occidente. I riflessi,
sortiti dal bicchiere, somigliavano
al lontano rossore
svariato negli svoli. Incantamento.
Mi perdevo confuso tra i colori
di pesca e di susina nella scia
che in fondo lievitava.
Il pensiero parlante partoriva
un’imbarcazione avvolta nella porpora.
Tu eri là. Nascesti dalle zagare.
Dai tuoi serici veli mi apparivano
forme rosee di ninfa come petali.
Li germinava il cielo generoso
con le dita iridee. Sorridevi.                             
Io ti raggiunsi celere e parlammo
tra il disfarsi totale della sera
nel carminio che esplode quando serri
le palpebre alla luce. Era il viaggio
che sempre ti promisi sopra un’arca
veleggiata dal vento dei sospiri.
Parvenze tutt’intorno. Le più belle,                                
le più pure, quelle magiche. Ed il blu
che ci veniva incontro dall’oriente
le vestiva profondo. - Non temete. -
Noi restavamo avvinti. - Non temete.
Si accenderanno stelle e dalla luna
gocciolerà su voi nettare vago
avvezzo a far sognare. Basta amare
e tutto sarà d’oro, e azzurro il cielo. -
Rutilavano i sogni sul velluto
dell’arca al ritmo lieve degli stormi  
tremuli. Al giogo del tuo carro i frulli
profumati di sepali di rosa.
Raggi tardi e restii si staccarono
dal sole e differirono la notte.
Era il viaggio di un’intera vita;
una storia, una morte, quella vita
portata sempre in anima. Volare
sopra la terra bigia, oltre la notte,
avanti che l’oscuro partorisse                         
staticità massicce alle memorie,
avanti che l’oscuro senza stelle                      
continuasse nero il suo silenzio.
                          




Il ritorno di Ulisse

Qui tutto è sapido. Lo so! I profumi
dell’isola, il ginepro, la lavanda,                                             
e tu che ho ritrovato. Quanto corsi                           
su quei mari infernali sbatacchiato
da un dio ribelle. Ho sempre nella mente
il volo urlato della procellaria.
Mi strappava la carne. Le sirene
misteriose e adescanti ed io che immobile
all’albero maestro volli fendere
i nascondigli fitti del sapere,
i più vogliosi. è questa la mia isola.                                        
Qui alla sera ritorna frale e morbida
l’idea dei meriggi e il lungo andare.
Eppure estendo sguardi in lontananze
sperdute. Mi lasciarono nell’anima
crepata di salsedine le note
che tornano insolute. E’ sempre aperta                    
la sfida tra l’eterno e me che cerco
con gli occhi indolenziti quella luce
che mi soverchia. Ti vedevo pallida
imbiancare nei crini ed io lontano
dal giaciglio d’amore che ti eressi
di mia mano. Si aprivano infiniti
i voleri divini  e poca cosa
il mio potere. Ma stasera il mare
riporta chiare voci di Calipso
e di Circe. Ed il canto di una vergine
fanciulla intenta al suo corredo. Sento
una candida pelle e profumata
su  me adusto di sale. Ritornare
era il mio sogno. Eppure condannati
siamo sempre dai gorghi della vita
che le spoglie depongono. Nell’anima      
germinano e si fanno giganti al                   
calare. Ognuno tiene di Nausicaa               
chiusa con sé nel fondo una sembianza
mai defilata. Ed ora salta fuori
e porta dietro ogni contorno d’anni
e di stagioni che non solo amore                
significa, ma voglie e nostalgie
che trovano le vie le più nascoste
e avanti a noi si levano. La ciurma
è lì che attende. Ancora salperemo
oltre colonne, questa volta, mitiche
d’impedimento ai sogni. Là più lucido
e più eguale all’eterno sarà il liquido
dell’Oceano aperto. Sarò esperto                              
e lo saranno i miei nel mezzo ai gorghi
a sfidare l’ignoto. L’ora è giunta.
Se il mio destino vuole che ritorni
ai familiari usi ed ai barlumi
dell’isola agognata, porterò
con me più luminoso il cielo. Se
perire vorrà ch’io debba in mare
straboccante d’immenso sopra i limiti
del mio essere umano, perirà
assieme a me l’eterna primavera
di chi non sentì mai sopita in anima
la voglia del viaggio. Poi tornare
nuovi. O superbi spegnerci per via
















     

1 commento:

  1. Mi piace veramente questa affascinante attualizzazione del mito di Ulisse. E l'explicit è poeticamente arrivante per musicalità metrica ma soprattutto per intensità lirica. Me lo sono scritto sul mio taccuino privato, per leggerlo e rileggerlo e memorizzarlo. Grazie per darmi la possibilitàdi leggere una bella poesia, che alcuni potrebbero definire datata perché classica, per me esemplare perché di un classicismo rivisitato per lessico e verità umana.

    Prof. Angelo Bozzi, Pisa

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