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mercoledì 22 giugno 2011

Note sulle opere di Pasquale Martiniello

Caro Pasquale ,

sono veramente commosso per quello che mi hai scritto. Ti auguro immenso bene. Ti sono vicino. Ho trovato la tua ultima silloge, Aktis, innervata di fortissima umanità. Rende il tuo dire più vicino al fatto di esistere, ma pur sempre speculare alla tua  forza verbale e creativa.      

Quello che ho sempre colto nella poesia di Martiniello ora si fa più umano, più debordante, più intimo, più personale e soggettivo. Ed è l’aspetto lirico, è il soggettivismo panico, è quella umanità fatta di una giusta tristezza, ma che mai raggiunge nel Nostro momenti di abbandono melico e lamentevole. Un esistenzialismo immanente che ambisce a traslarsi in alto, a rivelare quella parte più vulnerabile dell’uomo che non si esaurisce con il terreno ma che più si avvicina all’inarrivabile. Questa vena sempre presente, anche se fra le righe, nelle altre opere, qui esplode come un torrente che si affaccia a un dirupo per mutarsi in getto roboante: “Nella piana e negli orti fiammeggiano / chiome di ciliegi dagli orecchini d’oro / e il fiore del tallo è un calice di nettare / per sogni gelosi e condivisi in un’unica / carezza del guanciale e del bacio ardente / del sublime”. Dopo il Martiniello che eravamo abituati a leggere guerriero, combattente con frecce di parole appuntite e laceranti, ci si presenta un Martiniello più intimo, più introspettivo di fronte ad eventi nuovi, a cui è soggetto ogni mortale, non escluso il poeta, anche se questo spesso col fisico distante dalla mente e dall’anima che vagano: “Meraviglie pigolano nell’ala / della rondine a carezze di lampi / a nuovi amori E’ l’ora feconda / scritta nei cicli della luna”. Ciò non vuol dire che il poeta non colga, isolandosi, i malanni della moderna società. E’ nel suo d.n.a. condannarli, additandoli, perché la poesia è e resterà sempre anche messaggio sociale: Lo stupro, L’odio, Le fogne… Ma qui è la natura, trattata con vicinanza, che si fa più amica, che sa capire; declina sentimenti in immagini ora forti, ora dolci, ora  intrise di cascate di sapori e braci di tramonti. C’è una vera fusione fra poeta e ambiente endemico e memoriale; e sono certi ambiti dell’esistenza dell’autore che lo accompagnarono, e lo accompagnano, a continuare ad assisterlo  e a narrarlo coi loro affettuosi e vissuti colori, coi loro giochi tanto simili alla vita di un uomo. “Ho visto una / rosa rossa nel portafiori Ti pensa / solo chi ha dolori”. “Ricordo fiocchi / di cenere che sfarfallavano nell’aria / cupa”.  “Se passi / avverti un’anima che ancora vita / trae dal cuore che ha l’ugola / d’un usignolo che accecato si strugge / di sospiri di sole”. “I giorni lenti / e noiosi se ne vanno e tu tieni / gli occhi fissi al telefono aspettando / il giorno e l’ora del segno della lotta /  da combattere nel Centro Aktis / di Marano”.  Aktis è un lampo, un raggio, perché anche nei momenti peggiori ci può essere un raggio di sole. Il poeta ha fatto anche questa esperienza, purtroppo, traumatica e difficile, della malattia. E il Centro che l’ha ospitato è ispiratore di uno dei pezzi più lirici e commoventi dell’opera: “Hai dolcezza di maniere / Il cuore del paziente riempi / di certezze Il tuo lieve sorriso / che sboccia come fiore roseo / di melo risana con sogni / scintillanti”. (Imma-Aktis). Forse la poesia stessa  ne ha risentito, e nell’ispirazione e nella cifra verbale. Ma soprattutto nell’evidenziare una grande forza d’animo, un grande spessore morale e spirituale che ancorano i versi di Martiniello a slanci che vanno oltre. E anche se nell’autore è presente un senso eracliteo della fragilità dell’esistere, per lui la vita è sacra come sacra la poesia che l’alimenta. 

Arena Metato 22/12/09                                                               Nazario Pardini



Caro Pasquale,

scusa il ritardo, ma mi sono riservato un po' di tempo per la lettura dell’ultimo tuo lavoro, come sempre  a  me  prezioso,  perché  voce  diretta e  calda di un amico. 
Altra perla “Le Faine” che s’incastona nel già variegato e composito mondo poetico di Martiniello. Continua la serie delle allusioni zoomorfe, la metafora allusiva sui comportamenti del genere umano. E anche in questo corposo volume, inconfondibile risulta lo stile dell’autore; Martiniello non si smentisce. Perché non è solo l’impegno civile a rendere affascinante il suo dire, ma è soprattutto la sua poesia in quanto tale, in quanto risultato di equilibrio classico e al contempo innovativo fra dire e sentire. Colpisce soprattutto la continuità ispirativa, la presenza costante di un grande cuore che ha maturato vena artistica, fonemi espressivi, accorgimenti stilistici attraverso la sua vicissitudine umana. Martiniello è ora maestro di un’orchestrazione che fa della sapienza metrica e stilistica un supporto significante all’armonia del suo canto. E non è che l’autore si esaurisca nelle sue invettive contro un mondo di “Maligne ... virtù dei politici”, dove “L’orto degli / olivi è pieno di porri e ortiche”, e dove persistono “Tempi / neri per la legalità quando un parlamento / è contro il vento della giustizia ideando / indulti e amnistie.” No di certo! Il poeta fa sua, “metabolizza” un’attualità di contraddizioni che diventa, in bene o in male, parte essenziale del suo animo. Ecco perché la forma non sopraffà mai il sentire o il contrario; come in un fiume in piena ben sorretto dai suoi argini, in Le faine tutto si fa spontaneo e viscerale fino al punto che non vi è distinzione, in questa opera, tra mondo oggettivo e soggettivo, fra impegno e lirismo: lirismo che raggiunge i suoi più alti toni, quando Martiniello si abbandona liberamente a nostalgie o sentimenti di amicizia e di amore:  “O voce della quiete in cassapanca di cemento! / Batte i suoi magli il tempo a cupole di cielo / Un velo dietro un velo di farfalla inafferrabile” (Sono un cerro - dicevi -); “Indovino i tuoi passi / volpini a distanza / e piango con singhiozzi / di bambino lontano dal seno / della mamma” (Per te); “Sei la stessa grazia di Dio che per te / decide il taglio degli innesti e l’avvento / del volo mite dei colombi Il mondo / è il tuo cuore aperto a fertili futuri” (Padre).
Nel noto passo dei Quattro Quartetti Eliot scrive: “Qui non c’è acqua ma solo roccia / Roccia e niente acqua e la strada sabbiosa / La strada che serpeggia in alto fra le montagne / che sono montagne di roccia senz’acqua / Se ci fosse acqua ci fermeremmo a bere”. Forse anche Martiniello, quasi viandante, aspira a dissetarsi ad una sorgente di acqua pura che scenda a lambire un mondo diverso.  

Arena Metato 15/03/007






Caro Pasquale,
ho letto il tuo nuovo libro con piacere e con grande trasporto, e ho vissuto il tuo
impegno civile e politico in piena comunione con i miei principi.
L’ultima opera Il formichiere di Martiniello mi è parsa pungente come al solito, forse in maniera più specifica e dettagliata nel ricorso a nomi e ambienti ben delineati. Ma mi è parsa anche liricamente più saporosa. Ho notato che esonda dai suoi versi una cifra etico-stilistica sempre più ispirata da un desiderio di panica simbiosi col mondo che vorrebbe, con la natura che arcaicamente gli sorride, con un popolo agli antipodi di quello che quotidianamente viviamo. Il suo verso mordace e irritato dagli scempi naturali, politici e giudiziari presuppone una memoria di presenze tesa a nuova vita, ripulita dalle brutture della malapolitica e dalle storture dell’uomo moderno. E quella vita che implicitamente l’autore contrappone a tale marasma, è anche aspirazione a una nuova alba, ad una rinascita, a un nuovo mondo in cui “Una terra vorrei senza fiele / e polveri amata come l’alba / dai sofferenti / ... / Vedere frecce di rondini / in un cielo pulito”. Eppure “ Eppure qui nulla dura / Siamo soffio di primavera e malato / autunno presenze vacue fumo nuvole / giocate e straziate dal vento Cenci / di nebbia scoloriti a svanire in albe di lampare”. E’ qui che la natura incide con le sue sfumature sulla poesia di Martiniello; è qui che il dire si serve di immagini visive per rendere il messaggio poetico più efficace e allegoricamente più suasivo. La coscienza della fugacità del tempo e della caducità della vita rende ancora più amaro il percorso di Martiniello; di fronte a un mondo dove al contrario si stravede per il piacere del dominio della scena e dove non c’è più freno nè cuore nè fede. Mentre la coscienza della precarietà della nostra esistenza dovrebbe sollecitare a un afflato di convivenza civile, “Ognuno di noi è spazzatura che si vuole riversare sull’orto del vicino”. Quindi pessimismo in Martiniello? Visione catastrofica di situazioni irreparabili? Constatazione di una fine tragica dell’umanità? Io direi di no. Proprio nei momenti di maggior scoramento, si leggono il suo attaccamento alla vita, la sua aspirazione al bene, la sua coscienza civile, e il suo amore per una natura bella, incontaminata, pulita, in simbiosi con un uomo altrettanto “pulito”  eticamente, politicamente e coscienziosamente. Se si contrappone questa lettura dell’opera di Martiniello a quella della realtà che ci descrive con un realismo disincantato, la sua poetica ci appare come stimolo a migliorarci, come speranza per un futuro migliore, risulta anche aspirazione ad un’età dell’oro quasi tibulliana dove il fuoco schioccava sul ciocco e intiepidiva le parole di narratori di fiabe, incantatori di occhi innocenti; dove ovattava la notte silente i sonni di gente serena. Dove le guerre erano lontane dai campi, e i raccolti vedevano a turno braccia unite senza invidia: la porta era aperta allo straniero, non si temeva il ladro.
“Non ego divitias patrum fructusque requiro / quos tulit antiquo condita messis avo: parva seges satis est, satis est requiescere lecto / si licet et solito membra levare toro. / ... / Hoc mihi contingat!”.  (A. Tibullo) “Avrei voluto solo suoni di campane / in questa notte dal fiato di bambino / Nasci ancora fra odori di polveri letali / e terra e erba bruciate da tuoni di granate”. (P. Martiniello)

Arena Metato 14/04/008                                          




Caro Pasquale assieme a queste poche e modeste righe ricevi un fraterno abbraccio da un tuo caro amico.

Continuando coi suoi tipici accostamenti zoomorfi, Martiniello, in questa splendida opera di ben 159 poesie, si affida alla calzante metafora de "La cavalletta": l’avidità senza freni, l’animale che mangia, distrugge e divora con la cupidigia tipica della classe dirigente e degli squali dell’economia.

          Martiniello continua col suo stile tradizionale, col marchio della sua “fabbrica” poetica, della sua cascata verbale, della sua inondazione critica nei confronti di un mondo che non sente più suo. In contrapposizione, però, risalta dalla sua cifra dal significato aspro, un significante che sottintende un mondo di valori, di semplicità, di vicinanza umana, forse anche arcaico, e persino bucolico, cucito d’amore oblativo: nirvana edenico di pace e correttezza morale. Soprattutto se il pensiero cade sull’idea esistenziale della vita e della morte: pantarei, essere ed esistere per un frangente in cui “Sono un seme sgusciato / aperto al dolore e al rapace / … / Spiga inaridita dal sole in attesa / della falce”.
          Ma la grande capacità di Martiniello sta tutta nella sua forza rinnovativa, nella sua grande verve espressiva che, altamente lirica, è sempre alimentata da ardore nuovo, dove niente è dovuto al mestiere, alla scussa razionalità, ma dove tutto sgorga da un animo teso a raffigurarsi in spazi e figure che lo concretizzino. Altamente lirico il suo poema, sì, poema, dove gli attori negativi spiccano a tinte forti, e dove quelli positivi sono nelle vesti di agnelli (gli agnelli muoiono scacciati / dal grembo delle madri impazzite), d’amore di speranza, in quelle dei nostri avi abbracciati alle zolle della loro carne, in quelle di Natali dai padri scarsi di voci e pieni di buoni sentimenti. E’ qui che l’autore rievoca, in un memoriale di grande timbro lirico, momenti di pace, d’eterna melodia a vestire grandi sogni, nostalgiche figure di un mondo di altri tempi, dove il cielo era blu, gli alberi d’oro e dove la semplicità la faceva da padrona: “C’era la festa ad aspettare con una mela / rossa che si azzannava una sorba secca / una pera pescata nell’aceto con un tozzo / fra le mani e piatto di semi abbrustoliti / davanti alla bocca del camino che ingoiava / e dava fiamma di ceppi rametti e sarmnenti / accesi e acri di fumo che strizzava e orticava / gli occhi che si perdevano nel buio / … / Un lucignolo palpeggiava a lampi la luna”. Le piccole cose si fanno di per sé poesia, e tutto è avvolto da un’anima alla ricerca di un rifugio dove placare la sua malinconia. E i cieli fioriti, i battiti di campane, una mela rossa, il Bambino, i casolari   sono tante raffigurazioni in cui il poeta  concretizza tutta la sua potenzialità.
          Sì, perché , anche nei momenti di grande impegno civile, Martiniello è un lirico, se per lirismo intendiamo esprimere con immediatezza e spontaneità i sentimenti più reconditi dell’anima. E in lui non farei distinzione fra poesia oggettiva e soggettiva, perché anche gli ambiti esterni sono sempre oggettivazioni del suo essere, sono sempre strumenti che accompagnano la voce della sua interiorità.
Poesia è vita, con cui è inscindibilmente congiunta: il poeta è, infatti, un uomo vivente in tutto il corso del tempo. E se Hönderlin chiede al canto che sia per lui rifugio amichevole affinché la sua anima raminga non smanii di oltrepassare la vita e divenga luogo di felicità dove: ”aggirandomi / in sicura semplicità io abbia dimora / mentre di fuori con tutto il suo ondeggiare / il tempo possente, il tempo mutevole rumoreggia lontano” Martiniello questo mondo di pace e dimenticanza lo chiede egualmente al suo canto o esplicitamente o tra le righe.


Arena Metato 04/06/09



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