Pagine

martedì 26 giugno 2012

Intervfista a Carla Baroni di Nazario Pardini


Intervista
A
CARLA BARONI
A CURA DI
 NAZARIO PARDINI

                                                        
N. P.: Quali sono le occasioni della vita che più hanno inciso sulla sua produzione letteraria? quanto di autobiografico c’è nelle sue opere? lei pensa che ci sia differenza fra poesia lirica e poesia di impegno; o pensa che la poesia, essendo un’espressione diretta dell’anima, sia sempre lirica qualsiasi argomento tratti?

C. B.:   Ho cominciato a scrivere “poesie” a tredici anni per un compito a casa assegnatomi dall'insegnante e che consisteva nel comporre qualcosa in endecasillabi, settenari e decasillabi. Poiché ritengo sia impossibile imparare la metrica con un unica lezione fui aiutata, anzi sostituita, da mia madre – la più brava madre del liceo secondo Bruno Cavallini, zio di Vittorio Sgarbi – che mi confezionò tre deliziosi testi che, naturalmente, ebbero molto successo. Per emulazione mi misi a redigere quei pensierini che ora chiamano poesie (ecco il perché delle virgolette più sopra), i quali, per la freschezza dei contenuti, incontrarono una certa fortuna nel salotto letterario degli amici che frequentavamo quotidianamente e fui incoraggiata a proseguire. Anche mia madre si rimise a scrivere con quella musicalità perfetta che la contraddistingue e così pian piano assorbii da lei le regole della metrica.
Quando la melodia ti entra dentro diventa una vera e propria forma mentis, un'ossessione che ti suggerisce all'improvviso frasi inconsuete e armoniose al tempo stesso senza alcun apparente stimolo esteriore. E allora, il più delle volte, costruisco, sull'onda di quei primi versi, tutta la lirica spesso inventando situazioni che non esistono perché il poeta è uno scrittore come un altro e crea. Se non fosse così non esisterebbero la Divina Commedia, i poemi epici, le tragedie di Shakespeare e così via. Certo qualcosa di autobiografico talvolta traspare in quanto è sempre il vissuto la linfa di cui si nutre la parola. Ma poi sono l'immaginazione, la fantasia, l'onirico che si fanno strada nel tessuto del testo. Ecco perché le poesie dì impegno non sono nelle mie corde anche se nel mio repertorio ne esiste qualcuna composta solo per i concorsi letterari che costituiscono l'unico mezzo per farsi conoscere – si fa per dire – al di fuori della cerchia delle proprie mura. Ma questo è tutto un discorso a parte.

N. P.: Essendo uno degli interpreti principali della poesia e della cultura contemporanea, la sua poetica è in gran parte nota attraverso le innumerevoli recensioni, prefazioni, e note critiche che la riguardano. Ce la vuole illustrare lei direttamente?

C. B.:    Se devo essere sincera non ho mai dato molta importanza alla critica forse perché, non essendo io assurta ad alte vette, ho sempre pensato che le lodi che mi venivano tributate fossero in parte il frutto di amicizia e simpatia piuttosto che di un vero e proprio apprezzamento nei confronti della mia penna. Ho sentito critici locali lodare con la stessa intensità poeti quasi analfabeti e quindi rimango piuttosto neutrale anche quando ricevo espressioni di stima molto lusinghiere. Ed inoltre molte volte ho avuto la sensazione di non essere stata assolutamente capita. Poco male se ho suscitato nel lettore una qualche emozione.
La mia poesia è difficile, piena di metafore e sottintesi dove la parola è spesso piegata alla musicalità che ne ritengo una componente essenziale: anche le costruzioni soggiacciono a queste forzature dovute alla costante applicazione degli accenti su determinate sillabe. Mi piace giocare con le parole, cercare accostamenti inconsueti, procedere a strati celando talvolta nell'ironia qualche sentimento più profondo. Il resto lo lascio al lettore, alla sua capacità di scavare sotto la crosta dell'apparenza.

N. P.: Quali sono le letture a cui di solito si dedica e quale il libro che più le ha suscitato interesse? e quindi predilige? perché?

C. B.:   Attualmente sono quasi esclusivamente i libri di poesia che occupano il mio tempo libero: me ne arrivano a valanghe, non so più dove metterli ma tra essi qualcosa di buono e stimolante si trova sempre. Nelle nostre province italiane vivono poeti semisconosciuti che valgono molto di più di quelli in auge. Noi siamo un popolo di poeti che scrive molto e legge assai meno se l'opera dello stesso Luzi è nota a pochissimi. Ed a proposito di Luzi ho sempre immaginato l'amarezza che deve avere provato quando fu candidato al Nobel insieme alla Merini: quale abisso fra i due!
Tra i poeti il primo che amai e lessi e rilessi fu il Pascoli, poi venne D'Annunzio, Gozzano, Saba, il nostro Corrado Govoni, Luzi, Cardarelli, Garcia Lorca, la Spaziani per quel gioiellino di Giovanna D'Arco, Quasimodo per le traduzioni dal greco. Ho letto molti altri poeti noti e meno noti preferendo sempre quelli di area neolatina perché le buone traduzioni riescono a rispettare la musicalità dei versi originari. Coloro che però mettono in moto il mio cervello come un robot rimangono Luzi (il primo Luzi , quello della Barca o del Quaderno gotico per intenderci), Lorca e Libero de Libero (scoperto solo recentemente) per quel poco di oscuro ed onirico e talvolta surreale che c'è nei loro testi. Mi piace anche la lezione dell'ermetismo per l'ambiguità che ne è derivata.

N. P.: Fino a che punto le letture di altri autori possono contaminare uno stile di uno scrittore? e se sì, in che modo?

C. B.:   Si dice volgarmente che si è quello che si mangia, tuttavia magari fossi anche solo una brutta copia di uno degli autori nominati precedentemente! Mi diverte, ma talvolta mi infastidisce, sentire, nei commenti che vengono fatti alle liriche nei premi letterari, che un poeta è montaliano solo perché ha usato una parola qualsiasi di una lirica dello scrittore genovese, neanche uno stilema particolare che lo caratterizzi. Montale non è stato citato da me a caso in quanto il poverino è quello preso più di mira dai critici per far sfoggio di cultura. È come se si dicesse che la Merini è dantesca o manzoniana in quanto adopera la parola spiro e, ahimè, non per esigenze di metrica. Certo ogni lettura anche di prosa è alimento per la nostra mente ma il tentativo di essere originali, diversi da tutti gli altri credo sia l'obiettivo primario di ogni scrittore che si rispetti. Purtroppo le clonazioni involontarie o volontarie sono all'ordine del giorno.

N. P.: Che cosa pensa della poesia innovatrice, quella che tenta sperimentalismi linguistici? quella che si contrappone e rifiuta  ogni ritorno al passato? o, per meglio intenderci, quella che si contrappone ad un uso costante dell’endecasillabo, o a misure dettate da una rigida metrica?

C. B.:   Mi piacciono gli esperimenti linguistici intesi come accostamenti bizzarri, come utilizzo di parole azzardate non comuni prese a prestito da altri linguaggi, l'ossimorico contrasto di molti vocaboli. Ma mi fermo qui: non amo la sequela di parole difficili adoperate solo per stupire, lo stravolgimento delle regole della punteggiatura e il raccontino dove si va a capo quando si vuole non rispettando le pause che le scansioni imporrebbero. Per intenderci se in un verso l'ultimo termine è del si deve fare uno stacco e non legarlo con il successivo rendendo così assai ardua e problematica la recitazione.
Per la forma asserisco sempre la validità dell'uso, anche se non rigido, della metrica tanto più che è molto difficile fare dei buon endecasillabi: non è da tutti. Mi lascia molto perplessa la pretesa musicalità interna di certi testi percepita solo da chi ne è l'autore. Non so quale fine avrebbe fatto l'Iliade, tanto per fare un esempio, senza alcun ritmo ad aiutare la memoria.

N. P.: Cosa pensa dell’editoria italiana? di questa tendenza a partorire antologie frutto di selezioni di Case Editrici? di questi innumerevoli Premi Letterari disseminati per tutto il territorio nazionale?

C. B.:   Non facciamoci illusioni: una casa editrice è un'azienda come un'altra e deve produrre profitti. I mecenati non esistono più. La poesia non vende: la Spaziani ebbe un successo stratosferico con La traversata dell'oasi. Se ne fecero due edizioni da mille copie ciascuna che andarono esaurite e perciò si arrivò ad una terza che però non fu completamente venduta. Con questi numeri si coprono appena le spese. Un romanzo, per essere credibile, deve avere almeno decuplicata la quantità dei lettori.
Così la piccola editoria campa sulla vanagloria degli autori non conosciuti costretti a  pagarsi il proprio libro e pubblica di tutto senza correggere una sola virgola di quanto viene loro proposto. Talvolta questi editori improvvisati non hanno neppure la cultura e la competenza per apportare modifiche. Il benessere economico ha creato così molti scrittori senza arte né parte: farsi stampare un libro costituisce un elemento aggiunto e neppure troppo costoso del proprio status symbol come l'esibire un gioiello o una pelliccia.
Alcune di queste case editrici, con prezzi molto più elevati della media, hanno le mani in pasta in qualche piccolo premio letterario e ricompensano così i propri clienti anche se talune pretendono addirittura la metà delle vincite
Nelle grandi case editrici non si entra neanche se si è scritto la Divina Commedia. Ho sempre apprezzato Bassani più come uomo che per la sua opera: è stato lui a far emergere Tomasi di Lampedusa dopo che il Gattopardo era stato respinto più volte dagli editori.
Non credo che tale chiusura al nuovo sia un fenomeno moderno ma probabilmente con il tempo si è andato accentuando: solo le conoscenze e il gossip possono fare entrare in uno di questi templi della carta stampata. Tanto più per la poesia che è prodotto di immagine e non rende. Non è il merito che viene premiato ma quello che può portare più facilmente proventi. Le barzellette di Totti sono certamente più vendute delle Bucoliche, tuttavia non sarebbe così se il noto calciatore fosse solo un onesto impiegato. Ecco la fama o meglio la popolarità: quanti oggi conoscerebbero, anche solo di nome, Dino Campana se non fosse legato al lato B della Bellucci?L'editoria la sfrutta o la crea ma prima dell'uscita del libro e anche questo costa e non poco: non ci sono più i librai che consigliano un buon romanzo o una buona silloge, solo commessi anonimi che consultano il computer per avere notizie su quanto loro chiedi.
E poi in Italia non esiste capacità di critica soprattutto a livello spicciolo: il comune mortale non osa dire “questo non mi piace” se c'è un commento favorevole al riguardo, ha paura di essere disapprovato, di essere considerato un ignorante. C'è un conformismo imperante che i mass media alimentano ma questo avviene per tutto ciò  che è commerciabile. Così, nel campo della poesia, il più bistrattato di tutti, hanno ottenuto il plauso opere di poco rilievo di autori che, a loro volta, sono diventati critici imponendo quel degrado nel settore in nome di uno sperimentalismo che non esiste ma che è invece solo scarsa dimestichezza con le regole. Troppo dura, dietrologa? Forse. La mia età ha solo questo grande pregio: di poter dire tutto quello che sembra giusto senza soffrire per le smentite.

N. P.: Certamente sarà legata ad una sua opera in particolare. Ne parli, riferendosi più ai momenti d’ispirazione, ai tempi di scrittura, alla scelta lessicale, alla revisione, più che ai contenuti. Che pensa della funzione del memoriale in un’opera di un poeta? e alla funzione della realtà nei confronti di un’analisi interiore?

C. B.:   Ho piccole opere scritte di getto e altre la cui gestazione è durata anni. Credo che le prime siano le migliori, più fresche, più spontanee senza sovrastrutture che ne alterino l'equilibrio. Le critiche favorevoli mi hanno reso maggiormente responsabile e non oso più dare alle stampe qualcosa che non abbia meditato a lungo. Quando si tiene qualche cosa per troppo tempo nel cassetto viene naturale il tentativo di renderla migliore, limando, modificando, aggiungendo: tuttavia lasciare decantare l'opera aiuta a individuare gli errori e le ripetizione di cui, di primo acchito, non ci si era accorti.


N. P.: Cosa pensa della nostra Letteratura Contemporanea? raffrontata magari con quelle straniere? e dei grandi Premi Letterari tipo il Campiello, il Rèpaci…?
e del rapporto fra poesia e società? fino a che punto l’interesse per la poesia può incidere su questo disorientamento morale (ammesso che lei veda questo disorientamento)? o pensa che ci voglia ben altro di fronte ad una carente cultura politica per questi problemi?

C. B.:   Non so che cosa avvenga negli altri Stati, se un manoscritto sia veramente letto e non respinto subito al mittente con la consueta formula: Spiacenti ma la nostra Casa editrice ha già impegni di pubblicazione per oltre due anni.
Non sono esperta dei grandi premi letterari ma ritengo che i piccoli editori abbiano poca vela di fronte a quelli più paludati e dotati di mezzi. Non vorrei essere maligna e parlo assolutamente senza alcuna cognizione di causa ma la massima antichissima del do ut des che viene applicata in tanti campi della vita di tutti giorni perché non dovrebbe valere anche in qualche altra occasione più futile?
La generale scarsa cultura umanistica del nostro Paese favorisce qualsiasi abuso specialmente nel settore della poesia: ma tutto questo andrebbe inserito in un discorso molto più ampio tale da coinvolgere scuola, insegnanti ed Università.




Grazie per la sua disponibilità.
                                                                                26/06/2012


Nazario Pardini

1 commento:

  1. Una parola ferma e schietta, anche quando si tratta di dire che, oggi nessuno fa niente per niente. Giusto quindi pensare che le case editrici facciano il loro lavoro...spiegato dalla dott.a Baroni in questa intervista di Pardini? Penso di si. Per il momento.

    RispondiElimina