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lunedì 22 ottobre 2012

M. Righetti su "Gli anni delle donne" di P. Polvani




                                   GLI ANNI DELLE DONNE
                                    Opera prima classificata
                             Premio Letterario Nazionale di Poesia
                                   “Il Retroverso”
                                  2012
                                  Edizioni del Calatino




MOTIVAZIONE


La silloge “Gli anni delle donne” si connota per freschezza e pervasività di immagini e visioni, per immediatezza e vivezza comunicativa. Il sapiente e onesto uso dello strumento linguistico/retorico, l’acutezza d’indagine e un certo effetto straniante permettono al poeta di comunicare al lettore emozioni profonde ma, quasi pudicamente, composte e rattenute, anche se in alcuni testi non manca una “pointe” finale che produce una soluzione “non attesa”, e quindi rivelatrice e deragliante.
La poesia di Paolo Polvani, ricca e varia, affonda sempre nel quotidiano, “luogo” e occasione per tentare nuove soluzioni e prospettive inedite attraverso processi analogici e scarti linguistici di grande efficacia; difende, anche nelle scelte verbali, il lettore da emozioni troppo accese; ha una sua gentilezza tonale e un sicuro effetto fascinatorio.
Barano d’Ischia, 17 giugno 2012
Pasquale Balestriere

        
        Gli anni delle donne: lettura             di Marco Righetti


Attraverso sentieri di una geografia concreta, produttrice di luoghi ed esistenze precise, che versano sulle righe la loro storia, “Tu conservi il perimetro di vento/di certe bambine deliziose che hanno pianto”, Polvani dipana la sua versione “sottotraccia” e irruente, nuda e “pronta a ghermire lo sbilenco sibilare del sole”. Già da quest’assaggio si intuisce la cifra: l’occhio apre immagini ma si affida alla parola, ne accetta paziente il velo, aspetta che le frasi si sciolgano. E così scorrono territori, colori, stagioni e ombre, spiragli e silenzi, è tutto nelle regole di un gioco fine per palati attenti, capaci di apprezzare la precisa codifica dello spazio e la genesi della poesia: ”ci sono battute che ricordano lo spalancarsi / di finestre e la mela che stai sbucciando assiste /al tuo improvviso ridere. È da qui/ che l’arrampicata degli anni assorbe le vitamine.” È da versi come questi che parte il senso nuovo, l’elaborazione della memoria, di un cammino che costeggia figure di donna, e le offre con pudore e garbo. È la costruzione di una verità. Polvani  ha assorbito voci di un’umanità varia, e ora le narra, le indaga nelle loro “promesse di fertilità” poetica, quella che nasce per esempio da metafore, accostamenti, innamoramenti quali: “le precede il fiume di una musica rotonda,/che si sgrana in forma d’acini d’uva, /polpa d’anguria, si dissipa nel segreto dei chicchi/di una melagrana, si allarga nel respiro/ di un’erba invaghita della luce.” Fino a giungere alle luminazioni  piane e folgoranti, “il tuo passo spalanca meravigliose finestre”, o altrove: “quegli occhi di mia madre hanno incrociato/la polvere delle soffitte negli spiragli di luce”, o ancora: “fa di aprile un’arma che inaugura/campi di girasole.” Ci muoviamo sul terreno di un’aderenza schietta alle tracce raccontate, perché è questo, ci dice Polvani, il miglior modo per farcene vedere altre. La sua poesia si incarica di questa visuale, che non è mai visione: non ne ha bisogno.
E proprio in virtù di quell’aderenza raggiunge subito l’effetto, facendoci partecipi del suo perimetro di vite incontrate e qui finalmente vissute. Quando terminiamo la pagina il poeta ci sta già portando verso l’altro: come se lui, conoscendolo, fosse lì lì per dirlo a sé e a noi.
Da questo dubbio fecondo nasce l’empatia con il suo pianismo di luci e squarci, con la matematica di un disegno nitido, in cui è già apparentemente tutto risolto, tutto assunto in riflessione compiuta: ma è solo un inizio, se è vero che poesia è l’avvicinamento massimo alle cose e il tempo immediatamente seguente, così nostro, così estraneo.
La definizione del percorso, anche ove è drammatica, non concede altro che se stessa, le sigle di una perdita irrevocabile: “conosco il colore/delle caramelle, per me non è contemplata/l’ipotesi di avere voce ma solo/una sconfinata timidezza”. Oppure: “la bellezza non è un lasciapassare. Volevi essere accolta/hai scelto il vuoto di un cortile, lo spazio/bianco di un lenzuolo”: qui il volo delle immagini appartiene a chi legge, l’autore ce lo offre intatto.
E diventa nostra responsabilità. Polvani non ricorre alla sottrazione, preferisce rifinire la definizione, eppure resta sempre in un seminato felicemente germinativo: “è lì che abita / in forma di zucchero l’orto di tua madre/ e si gonfiano di rosso i pomodori nel cerchio/ delle alpi e l’insalata/ha il suono familiare di una porta che sbatte.” La limpidezza sorprendente del colloquio sgorga già pronta da segnali ben esposti, è un fluire che pasce se stesso e ferve del seguito: “i segni del tempo si depositano/ sulla tua pelle come una polvere dorata./Specchiano l’adesione dei miei autunni.” La carrellata di pennellate sode, calzate su misura delle donne che racconta, inquadra un humus pullulante, che già ci sentiamo addosso: anche noi fatti di terra e “di quelle dolorose vertigini che la bellezza possiede come corollario”. La felicità del poeta non è che lo specchio di quella che ha osservato: “Il margine della collina conosce la felicità dei corvi./La violoncellista conserva il sapore di una festa d’aria.” La parola di Polvani diventa vicissitudine e incide lo sguardo, slargando le periferie necessarie; impressiona la lastra del cuore, prima ancora di quella oculare, e ci costringe a una resa, a un consenso, a un entusiasmo.


2 settembre 2012

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