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sabato 16 marzo 2013

U. VICARETTI SU: "IL POESIARIO VIII" DI S. SINISCALCO


Recensione di Umberto Vicaretti su

"IL POESIARIO VIII", Genesi Editrice, di Serena Siniscalco

 
 Umberto Vicaretti
A leggere i “Poesiari” di Serena Siniscalco (quest’ultimo, ottavo della serie, ha visto la luce nel febbraio scorso) si resta inavvertitamente e, starei per dire, prodigiosamente estrapolati e affrancati dal grigiore delle ambasce e delle preoccupazioni quotidiane, per essere trasportati e immersi nel mondo palpitante e chiaro, piano e vero delle piccole cose della vita. Già, le piccole cose della vita; momenti ed esperienze che quasi sempre sfuggono alla nostra attenzione, si mimetizzano, anonimi e defilati elementi di un paesaggio che ai nostri occhi propone solo primi piani, orizzonti vasti e profondi, strade maestre e maestose montagne, mentre tutto il resto è contorno, complemento, estemporanea e superflua presenza. E strada facendo, accompagnati come per mano dalla parola gentile della poesia, il prodigio si manifesta in maniera sempre più evidente, perché le “piccole cose” hanno nel frattempo cambiato profilo e vanno assumendo contorni via via più netti, escono dall’anonimato e si fanno necessità e risposta alle domande che ci assillano e, infine, trasmutano in sostanza e vita, diventano sogno e canto. In questa sua tenace opera di “riqualificazione” delle cose dimenticate o trascurate, Serena Siniscalco variamente e generosamente “sdogana” piante e fiori, animali e ricordi, umanizza mostri, rinfocola passioni, canzona il pessimismo dei poeti, accarezza i vinti, serenamente metabolizza sconfitte e avversità, blandisce ed esorcizza il dolore e la morte. E tutti questi passaggi, opportunamente ritmati e impreziositi dalla prevalenza dell’endecasillabo, fluiscono armonicamente e senza soluzione di continuità. Non c’è scarto, non si consumano distacchi incolmabili tra un evento drammatico, come ad esempio in “Estremo appiglio”, e la  registrazione di una “primavera senza rondini” a causa di un “marzo tardivo” (e ciò non certamente per insensibilià sentimentale, ma come per istintiva e consolatrice terapia del dolore), o anche della fine dell’abete, riproposizione di “Scapitozzano gelsi” di Camillo Sbarbaro e della pascoliana “Quercia caduta”. E non si avvertono stacchi “strutturali” ed escursioni tra il meditativo “Ma nell’immenso che ci state a fare?” de  L’enigma delle stelle” (rivisitazione del leopardiano a che tante facelle?” di “Canto notturno”) e la leggera, sbarazzina autoironia de “Il prezzo del talento”, in cui, pur immaginando di vincere “in un poetico concorso a Cefalù”, la poetessa viene assalita dal dubbio, appunto, “ d’esser una poetessa, ma segreto /  di presunzione uno zinzino resta”.
          Nel suo viaggio Serena Siniscalco spazia per ogni dove e a tutto campo, alla ricerca di quelle “perle”, “monili iridati in fulgore modesto”, da riscoprire e riportare alla luce, e alle quali “io tutto perdono, persino / se sono fasulle” (“Perle”), testimonianza insieme di fede e di consapevolezza, di razionale realismo, ma anche dell’ottimismo del cuore, che per tutta la silloge impone il suo ritmo e detta chiusure e approdi, ritorni e partenze: una sorta di dittatura del sentimento del bello e del sublime, sempre e comunque protagonista positivo, inossidabile compagno di viaggio e di avventura.
         Un “Poesiario” (per inciso raro esempio di quella “poesia onesta” che Umberto Saba tanto auspicava) che si legge d’un fiato, una scoperta ininterrotta di buone e convincenti ragioni per sorridere alla vita; un elogio incondizionato dell’ombra, come nella rivelatrice “In ombra e luce”, una sorta di manifesto della poetica di Serena Siniscalco: “La presenza dell’ombre dà risalto / alla luce, ma ne acquieta gli abbagli, / e delle cose ne sfuma i profili, / allunga e rallenta i moti, li adombra, / stinge, addolcisce, annebbia ovver tramuta, / fa spettri arcani. Affascina e stupisce”. Ecco perciò definitivamente liberati e “illuminati” quegli elementi del contesto quotidiano che, da semplici elementi secondari, divengono protagonisti, tessere complementari, sì, ma essenziali del giorno. Ecco, “essenziali”, appunto.    
           Come ne “Il Piccolo Principe” di Antoine de Saint-Exupéry, Serena Siniscalco  “riabilita” tutto ciò che all’occhio distratto e superficiale sfugge, ma che rappresenta il magma segreto, la struttura portante e ineludibile del vivere: “Ecco il mio segreto. E' molto semplice: non si vede bene che col cuore. L'essenziale è invisibile agli occhi, ripete a sé stesso il piccolo principe.
            Sì, dunque: l’essenziale è invisibile agli occhi. Certo, ai nostri occhi, ma non agli occhi indagatori e al cuore fidente e visionario di Serena Siniscalco.
 
Umberto Vicaretti         14 marzo 2013

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