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giovedì 9 aprile 2015

F. CAMPEGIANI SU "IL MISTERIOSO CASO..." DI C. FIORENTINI


Claudio Fiorentini collaboratore di Lèucade

Premio speciale romanzo giallo al Città di Pontremoli 2015, per il romanzo “Il misterioso caso di via Delia da Gilal-Gulta”, edizioni Città del Sole



Quarta di copertina

L'ispettore del fisco Cipriani viene coinvolto casualmente, per una strana omonimia con un poliziotto, in un misterioso caso che si svolge in un particolare palazzo di via Delia da Gilal-Gulta, in una qualsiasi cittadina dell'Italia di oggi, in cui tutti conoscono tutti, e ognuno nasconde un mistero. Un intreccio gaddiano per un classico poliziesco che costruisce sapientemente una trama fitta di vicende e personaggi e a cui non manca nulla del genere: misfatti, intrighi, depistaggi, e un delitto da risolvere in cui "ogni riferimento a luoghi e persone realmente esistiti è inconsapevolmente volontario". Ma come scrive Margherita Ganeri nella Prefazione, " Il giallo, si sa, è un genere di per sé metafisico, che richiama le questioni del bene e del male, del giudizio, dell'etica del vivere e del morire". Così anche Fiorentini, in modo assai originale, tesse un discorso che va al di là dei fatti reali, per trasformarsi in allegoria e metafora del nostro tempo.


Franco Campegiani collaboratore di Lèucade

Recensione di Franco Campegiani

“Il misterioso caso di via Delia da Gilal-Gulta”, 
di Claudio Fiorentini

Questo romanzo ha una trama complessa che si avvolge a spirale su se stessa, tornando di continuo sulle vicende narrate, esaminandole ogni volta da nuove prospettive. Ci sono, direi, due storie principali, con due protagonisti distinti (l’agente del fisco Cipriani ed il giornalista Mario Voigtlander), che si intrecciano in modo enigmatico, ma che gradatamente si unificano in tessitura unitaria. Scolpita a tutto tondo, con pennellate incisive, compare una grande varietà di personaggi, in una scrittura assai dialogata. La pagina è particolarmente brillante, fluida e ricca diverve. La comicità, la satira appartengono alla penna dell’autore, che giocando e divertendo il lettore, propone in realtà una propria visione della vita, con dilemmi molto seri e profondi: filosofici, metafisici, teologici addirittura. Basti pensare al nome della via in cui avvengono le vicende narrate, via Delia da Gilal-Gulta, che alla fine si scopre essere l’anagramma di Agguati dell’aldilà.
Questa considerazione consente di fare una prima riflessione importante: che cos’è il gioco per Fiorentini? Un’evasione della mente, una fuga dalla realtà? Niente di tutto ciò, a dispetto di quanto lui stesso affermi e a dispetto di quanto normalmente si ritiene quando si parla di arte ludica. Il nostro autore gioca non per fuggire dal mondo, ma per potervi aderire maggiormente. A ben guardare, infatti, non c’è nulla di più serio del giuoco; anche se, viceversa, non c’è nulla di più giocoso della serietà. Osserviamo un bambino (colui che gioca per eccellenza): attraverso il giuoco, egli non fa che mettersi alla prova, calarsi nella realtà, sviluppando in tal modo la propria spina dorsale, la propria personalità. Giocando, egli non tenta di emarginarsi dal mondo, ma, al contrario, cerca di mettersi in gioco, di rischiare in prima persona. Non gioca per nascondersi (neppure se gioca a nascondino), bensì per ritrovarsi, per andare incontro a se stesso, alla propria verità.
Fiorentini si pone, giocando, il problema della verità. “Ai nostri giorni, mi creda, la verità è solo un’opinione”, fa dire all’omone, proprietario di un locale equivoco, che serve da copertura per altre, più losche e segrete attività. Naturalmente l’omone è un poco di buono, un uomo senza scrupoli che forse (il forse è d’obbligo) non avrà alcuna evoluzione morale nel corso della sua vita. Tuttavia, da questo negativo punto fermo gli altri personaggi partono per un loro cammino interiore, per una loro propria ricerca della verità. Accade così per i citati Cipriani e Voigtlander, ma un discorso analogo vale per Adelfranz e per Cattleya, per Nadine-Bijou e per Fausta Lamorte (notate l’ironia di questo nome e cognome). E allora, ben vengano l’involuzione, la menzogna, la negatività, se attraverso di esse, per contrasto, può essere aperto il grande sipario evolutivo della coscienza.
“Alla luce dei fatti – riflette in un determinato punto lo scrittore – è fondamentale riconoscere che nei posti più terribili sbocciano amori e succedono miracoli”. E’ in fondo la legge dell’armonia dei contrari. Hipokrités è il termine con cui i greci indicavano l’attore, il teatrante, l’istrione, termine che non aveva in origine il senso patologico del travisamento radicale, dell’ipocrisia assoluta, bensì quello del far emergere per contrasto, dalla falsificazione, la verità. Ciò, d’altronde, è contenuto splendidamente nel detto popolare, secondo cui Pulcinella, scherzando scherzando, dice la verità. L’apparire e l’essere, la superficie e la profondità, non si escludono, ma si richiamano reciprocamente. Sono dimensioni parallele, che ovviamente non possono essere trasferite l’una nell’altra (per non fare confusione), ma è pur vero che sono consanguinee e che dovrebbero essere allineate tra di loro.
Per tornare al romanzo, strane coincidenze inducono Cipriani a tornare nella via Delia da Gilal-Gulta, dove era vissuto trent’anni prima e dove aveva conosciuto un’intensa vicenda amorosa con Nadine, poi divenuta la prostituta Bijou. Una vicenda purtroppo finita male per causa di un comportamento ipocrita, di una vigliaccata di cui lui si sentiva e si sapeva responsabile. Fatale pertanto il ritorno in quella via, con tutte le vicende che ne conseguono, le quali assumono il sapore di un vero e proprio riscatto morale. C’è dunque il lieto fine:quel lieto fine che si dice appartenere ad un certo tipo di letteratura ingenua, cui il giallo in fondo non si sottrae, con la risoluzione ottimistica dei casi polizieschi e con la vittoria finale del bene sul male. Solo che qui illieto fine non ha alcunché di ingenuo o scontato; non consiste nella cattura dei malfattori, che in realtà continuano indisturbati a delinquere, ma è imperniato su una conquista interiore, su un riequilibrio sudato e pianto, su un’evoluzione coscienziale che riguarda solo alcuni dei personaggi. In pratica, un superamento delle illusioni, una maturazione della personalità dai risvolti psicologici, che poco o nulla incide sulla realtà esteriore.
Ma veniamo, succintamente, alla trama. Un divertente caso di omonimia, scoperto al Commissariato di Polizia, con l’involontaria complicità di una perbenista e pettegola vecchina di quartiere, trascina il protagonista Cipriani sulle tracce di una banda di criminali. In quelle losche trame cade un certo Mario Voigtlander, giornalista dilettante, intimamente agnostico, con la sua equipe di amici creduloni, pronti a cadere nelle trappole di un esoterismo settario e a buon mercato, nella risibile presunzione degli eletti, dei prescelti, dei puri, degli iniziati. “Quella donna – scrive Fiorentini (il riferimento è a Cattleya, da cui Voigtlander è affascinato) – quella donna parlava di questioni alte, e quando ci si mette lo spirito, le smanie del corpo vengono spesso accantonate”. Osservazione ironica, ovviamente, che consente di riflettere sul contrario, perché la spiritualità è tutt’altra cosa, sembra volerci dire Fiorentini. Spiritualità è equilibrio, è buon senso, è pulizia mentale e non esaltazione. Nulla ha a che vedere con l’inconscio che si lascia facilmente ghermire dall’illusione, dal fanatismo, dalle sovrastrutture e dagli squilibri del genere più vario.
Lo scrittore mostra di avere grande rispetto per il mistero, per il disegno provvidenziale e incomprensibile che segretamente governa il succedersi degli eventi e delle cose. In un punto preciso egli afferma che il mistero è tale e tale deve restare. Affermazione che mi trova concorde, purché non serva per eludere il mistero, o peggio per ostacolarne il cammino, come si è facilmente tentati di fare. Ci si deve affidare, invece, al mistero, lasciarlo fluire fiduciosamente, rinunciando all’idea di poterlo avere in pugno, quasi come un oggetto da comprare. Di fronte alla vetrina dell’orefice, un uomo anziano con il cappello, l’enigmatica figura che alla fine si scopre essere addirittura un angelo, confessa al protagonista Cipriani: “Non capisco perché la gente impegni decine di stipendi per qualche misero riflesso, quando la luce vera non costa nulla”.
Parlavo prima degli orizzonti religiosi e teologici di questo romanzo. Emblematica, al riguardo, è la figura del prete con la faccia da assassino (che tuttavia è un sant’uomo, a detta della vecchina), convinto che gli atei siano vicini a Dio molto più dei credenti. Egli confessa a Cipriani: “Spesso gli atei sono più credenti dei praticanti, solo che non lo sanno. Lo sa qual è la verità? La verità è che gli atei sanno che Dio non può essere rappresentato da nessuna forma mentale e non perdono tempo a farsene un’idea, che comunque sarebbe distorta. Loro sanno che Dio è molto di più. I credenti, invece, troppo spesso lo assimilano a noi, e Dio ai loro occhi diventa un replicante”. Ovviamente non si può fare d’ogni erba un fascio e non si può dividere il mondo in buoni e cattivi. Così, in un altro punto del libro, l’autore fa dire, non ricordo a quale personaggio, che fra i credenti esiste tanta brava gente. E ci mancherebbe altro! Le etichette non contano, le bandiere neppure. Ciò che conta è l’uomo, con i suoi comportamenti.
Dio c’è e non c’è nello stesso tempo. Egli è tutto e niente. Esiste, ma è come non esistesse, in quanto si eclissa dietro la sua creazione e nessuno può vederlo. Così ogni tentativo di chiamarlo in causa naufraga nella blasfemia, nel biblico divieto di non nominarlo invano. C’è però da aggiungere che se Egli non esiste è come se esistesse, in quanto, eclissandosi dietro le creature, dà ad ognuna le coordinate che le occorrono. Non è dunque con Lui che dobbiamo fare i conti, ma con noi stessi, con la nostra coscienza profonda, che per i credenti è allineata con Lui (ma si tratta di sfumature, a questo punto). Dice Voigtlander a Cipriani: “Vede, caro signore, per me la fede non è credere in qualcosa di esterno che ci risolve tutto, no. La fede è solo una voce interiore che ci guida. Dio non c’entra”. Beninteso, si può anche credere in Dio, purché si abbia a mente, e non si dimentichi, la splendido detto popolare: “Aiutati che Dio t’aiuta”.
Questo romanzo si presenta con le vesti tipiche del giallo. C’è un mistero poliziesco da indagare che rimane tuttavia irrisolto. Dell’organizzazione criminale non si sa nulla e di essa si avverte solo una rarefatta presenza. Ad essere acciuffata è in definitiva l’ultima ruota del carro, l’insignificante pedina del Dottor Nodini, che è in pratica il ruba-galline della situazione, mentre gli altri non si conoscono, sono occulti, fatta eccezione dell’omone di cui abbiamo parlato, che tuttavia non viene scalfito dalle indagini, grazie alle protezioni di cui gode. C’è dunque la consapevolezza che il mondo non cambia, né può cambiare, ma nello stesso tempo la certezza dell’intimo e salvifico percorso che all’uomo singolo è concesso di fare, riscattandosi dalla comune dannazione. Ecco che il bene ed il male occorrono l’uno all’altro. Sono fratelli, come fratelli sono Caino e Abele, fin quando non decidono di separare il proprio cammino irresponsabilmente.
Cipriani, che alla fine riesce nell’intento di riscattare il suo antico amore, si trova a riflettere sulla meschinità della vita umana, sulle debolezze di cui è costellata, sul ciarpame morale che in fin dei conti diviene un fertilizzante indispensabile per ogni evoluzione dello spirito. “Ed è questa – riflette – la realtà da raccontare, quella degli uomini che hanno una vita normale che a un certo punto si trasforma, quella della gente minima che per un attimo tocca la cima dell’Everest, già, perché a volte, non sempre, la vita cambia ritmo, accelera, quell’attimo, in cui tutto ti esplode in mano e ti trovi a vivere un sogno. E’ un attimo fuggente e se non lo cogli, tutto rimane piatto, ma se riesci ad afferrarlo, anche se dura poco, beh, allora potrai dire che ne è valsa la pena”.
Mi permetto di aggiungere che quelli sono i momenti della grazia creativa, i momenti del mito sorgivo che danno un senso nuovo alla vita, i momenti dell’arte e della poesia destinati purtroppo a rientrare nel  mare magnum della mitologia stanca e ripetitiva. Così mi spiego, in questo libro, i riferimenti frequenti al carattere rivoluzionario dell’arte contemporanea, con l’amara conclusione finale che “ci vuole poco a trasformare in fenomeno borghese tutti i tentativi di cambiare il mondo. L’arte contemporanea ci prova a cambiarlo, ma poi diviene ipnosi di massa, seduzione mediatica, prodotto facilmente commerciabile. È facile per i manovratori”. Eppure – dico io, nella certezza di trovare assenso nell’autore – senza questo pantano melmoso non potrebbe nascere la spinta necessaria a prendere il volo. L’armonia dei contrari è questo.  

Franco Campegiani


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