Pagine

giovedì 14 maggio 2015

CLAUDIO FIORENTINI: UNA POESIA DA "GRIDO"


Claudio Fiorentini collaboratore di Lèucadse


Da Grido, Rupe mutevole edizioni, 2015


Vorrei avere un tuo minuto
tuo, non mio
per viverlo come lo vivi tu
e capirti.
Un solo minuto per essere te, non me
per entrare nel tuo corpo, nella tua mente, nel tuo spirito
vedere la tua anima,
e poi spaventarmi e tornare in me
perché solo in me posso vivere.
So che un solo minuto della tua vita mi renderebbe folle
non potrei tornare ad essere me.
Lo so.
Ma in che altro modo posso amarti?
Io resto io, tu resti tu,
non conosco il tuo mondo,
lo immagino riflesso del mio
ma è altro.
E un tuo minuto val bene una vita di pazzia,
se vivendolo saprò cosa ho saputo darti.

Claudio Fiorentini




Dalla prefazione di Nazario Pardini

... Claudio si sdoppia per leggersi meglio; si vuol vedere come persona estranea, come immagine allo specchio per ritrarsi con ironia e curiosità, con ardore e intensità epigrammatica, raffrontandosi con la vita, il tempo, l’amore, la nullità dell’esistere, e il divenire implacabile dell’essere che non dà punti di riferimento a cui appigliarsi.
Una silloge forte e tormentata, dove il Nostro si agita con guizzi formali e scarti semantici per indagare sul percorso terreno; conoscerne il dubbioso profilo, i nascosti segreti con tutto ciò che comporta il fatto di esserci. Nostos e nostoi, latebre da scoprire, saudade da patire. D'altronde c’è in ognuno di noi mortali questa psicosi del ritorno, del riavvicinamento al luogo che ci vide nativi, inconsapevolmente; e forse da là arriva l’inquietudine che ci fa umani, con tutti gli interrogativi che tale vicenda comporta. Un ritorno che non significa solo casa, paese, città, donna, famiglia, ma piuttosto l’altra parte di un noi da cui forse siamo partiti e da cui ci siamo gradatamente allontanati. È una malinconia inspiegabile che ci attanaglia, e che ci spinge verso un oltre indefinito e indefinibile, a cui difficile è approdare. Un porto senza faro, che sembra dirci “Costruisciti la tua luce; delinea la tua rotta, se vuoi giungere a toccare le mie coste”. Ma il mare è immenso, le onde irrequiete e tormentate come il nostro animo che si sperde facilmente in quell’immensità. Sì, in quel piano azzurro che ci dà l’idea, anche, di una libertà totale, plurale; quella che sempre abbiamo sognata e mai trovata; ma, anche, simbolo del nostro andare come viandanti sperduti in una società liquida. Della nostra diatriba interiore fra l’essere terreni e il pensare di non esserlo, che non ha affatto il senso di un escatologico prurito, ma qualcosa che ha a che vedere con la nostra struttura mentale, con quella del nostro Autore che non accetta la sua mortalità, passivamente, biologicamente, come facente parte di un insieme di un processo naturale destinato a finire.... 

3 commenti:

  1. E' sempre un onore esser su Lèucade, e ringrazio il Prof. Pardini per questo approdo
    Claudio Fiorentini

    RispondiElimina
  2. Poesia intensa generata da una riflessione intimistico-analitica di estrema profondità. L'interferenza fra l'io e il lei; fino a che punto i due poli si fanno e si possono fare uno. Le parole scorrono veloci e istintive su un piano musicale di piacevole accoglienza. I miei complimenti all'Autore e alle sue capacità introspettive e sagaci che ho avuto occasione di scoprire in altri suoi scritti.

    Proff. Angelo Bozzi

    RispondiElimina
  3. Grazie Prof Bozzi, sono felice di leggere il suo commento
    CF

    RispondiElimina