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mercoledì 25 novembre 2015

M. GRAZIA FERRARIS: "LA POESIA DI FLAVIO VACCHETTA"


Maria Grazia Ferraris, collaboratrice di Lèucade

La poesia di Flavio Vacchetta

Che è mai la bellezza? e perché, pur “con la bocca cucita”, danza? Domande che richiedono risposte complesse, difficili, quelle che l’Autore si pone. L’interrogativo cerca la sostanza sottesa all’infinito apparire delle molteplici variazioni del bello, necessarie e nello stesso tempo labili, effimere, e luminose, ricercate  come consolante, materno calore e colore, con tono austero e affettuoso, eppur condiscendente, tra ignoranza e consapevolezza silenziosa eppur onnipresente.  Ha aspetti di confidente  e quotidiano, trepidante ed  ironico mostrarsi e nascondersi, la bellezza.
L’architettura versificatoria disegna un sentire di grande intensità emotivo-esistenziale, ed arriva con facilità  a  farsi plurale nel suo messaggio umano. Tocca tutti gli ambiti del vivere e dell’esserci (“piaci a tutti,…se nevica, ami il colore, …generi vita, sorvoli il cielo, …profumi di mistero, non vieni mai a mani vuote,… generi commenti roboanti…”)  con figure stilistiche che creano immagini di personalissima scelta simbolica e realistica: un viaggio poetico che non pone limiti e confini.
È somma di contraddizioni che si disfano e si riannodano: spiegazioni che non spiegano, vivono di vita propria, esistono.
Il ritmo, musicale, con un felice senso della pausa, si fa via via più incalzante e accompagna fluente gli interrogativi, che rimangono tali. Nessun intento narrativo accompagna questa poesia, sovrabbondante, eppure essenziale, minimalista, dai ritmi scanditi, in versi brevi a sottolineare momenti, visioni, sensazioni. Accompagnati da abili assonanze e consonanze e rime interne l’Autore  ci invita a seguirlo nella ricerca di senso, nelle emozioni che si sfaldano, nelle  delusioni inevitabili, nel dolore delle cose: “lo stesso reale assurdo/ in là verso le sponde del mare amore soltanto cemento/ chiare già chiare illusioni”
Versi lirici che sottintendono un’adesione alla realtà fortemente impoetica, allo stesso tempo epici,  volti a narrare un passato che s’intreccia continuamente con il presente, amaro senza sembrare tale.
( sul tavolo/ calze a rete/ vestiti succinti…),  apparentemente dissacrante, anche quando si parla di grandi personaggi della storia e della scienza, come il suo Galileo: “la tua figura/ la tua sedia di lavoro/si sbrina ciondolante dio oh dio/ quando infuria/nel fango/la tua furia..”. L’intuizione, la ricerca intellettuale  e l’amore per la scienza lo portano a cogliere la grandezza disperata del grande scienziato che (“siamo miopi/ a non averti capito”) sospira le proprie passioni e la propria volontà in una consonanza di  passioni e di  scelte calate in  un’armonia in cui nulla stona, ma tutto si equilibra: “la tua vera vena/ soffiata di limpido cielo/ nell'anfratto cosmico/ del tuo cannocchiale/ il tuo sogno/ nel segno di giovani scienziati
è la tua canzone”. Il linguaggio resta spesso come sospeso, differito, e questa “sospensione” presente e sospesa si trasforma in versi lirici  in cui vengono evocati gli stati d’animo, i più complessi, modulati sul lento malinconico universale svanire dei sogni o l’ improvviso riapparire della realtà: (“fotogramma tassello/ di cose belle/la tua scienza/la tua graziosa vecchiaia/ la bellezza tua nostra vecchia/ fredda ombra sognatrice”). Sono cedimenti emotivi e coinvolgenti che immediatamente si  riallacciano anche provocatoriamente alla cruda realtà: “mi duole la vescica/ se penso ai tuoi numeri…. elaboro ecografia/ del tuo estremo sapere…”) Eppure grandi slanci intellettuali ed emotivi danno nuova linfa, rianimano anche la stanca ricerca personale:  “…febbre senza temperatura: oso dove posso/ ti stringo a me/ come moneta d'oro/ e fingo e spingo/  verso macchie solari la tua moschea/ di spine ed intelligenza” per concludere in un auspicio, una speranza che animi il nostro nebuloso futuro: “mi rovescio/ nel tuo finalmente/ “ i cieli sopra di noi”/  tuo messaggio linguaggio/ ci rovesciamo tutti/ sulla tua pazzia…
e ti vogliamo bene.

Maria Grazia Ferraris


  
BELLEZZA

 sei di cuore
fai sparire
ogni inciucio
piaci a tutti
sei necessaria

se nevica
sei confidente
non temi
il dolore
ami il colore
luminoso
di una madre

sei perla
priva di sassi
cancelli ombra
e solitudine
possiedi comunque
svariate possibilità

non provochi incubi
bensì generi vita
ti ci s'annusa
volentieri
cammini, austera
tra ignoranza e
sensazioni calde
ti occupi della
sofferenza altrui
stai accanto al
tuo Signore
effondi estasi
in silenzio
ed in silenzio
ringrazi

sorvoli il cielo
evitando che le rondini
si sbattano contro
fremi e profumi
di mistero

sui giornali
riportano
che sei speciale
insegnando che i panni sporchi
si lavano in casa
sei ornata di
biancheria reale
hai sangue blu
e fai le fusa

eviti di fare
ombra al mondo
usi bene il cervello
non vieni mai a mani vuote
di notte mostri
la tua istintiva arte
nascondi i rumori
alle spalle
generi commenti
roboanti
hai la bocca cucita
e danzi senza sapere il perché

già
perché danzi?



 IL CAFFE' E IL SILENZIO

sul tavolo
le calze a rete
i vestiti succinti

in taverna il cuore
le scarpe piu i desideri
la bianca moneta
è salvadanaio di piacere

pure i chiodi
conficcati in mano
ed asciutti

lo stesso reale assurdo
in là verso le sponte del mare
amore soltanto cemento
chiare già chiare illusioni



GALILEO GALILEI

ottenebrante
lancinante
la tua somma idea cosmica
ci esorta
da facili appendici
di almanacchi e riviste
la voce dei tuoi pasti
di cioccolata e arazzi
la tua figura
la tua sedia di lavoro
si sbrina ciondolante
dio oh dio
quando infuria
nel fango
la tua furia..

la tua vera vena
soffiata di limpido cielo
nell'anfratto cosmico
del tuo cannocchiale
il tuo sogno
nel segno di giovani scienziati
è la tua canzone
letta male
la scomunica papale
sono miope
molto miope
siamo miopi
a non averti capito
ora scelto
ti intravedo nello specchio
riflesso dal tempo
e mi rovescio nel
tuo niente

finalmente il tuo inchiostro
come sabbia sull'addome
che sbava in bolla
il mare non basta
non guasta
la trave assassina
spergiura l'estremo
sangue che cola
in biasimo brutale

il tuo mosaico ascolto
o maestro
la natura un furto
d'istante
distante il suono
osato è musica
punto contro punto
punto sceneggiatura
fotogramma tassello
di cose belle
la tua scienza

la tua graziosa vecchiaia
la bellezza tua nostra vecchia
fredda ombra sognatrice
mi duole la vescica
se penso ai tuoi numeri
incroci equivoci
d'immagini obsolete
allora escogito
per te parola estrema
ed elaboro ecografia
del tuo estremo sapere
coniugo i tuoi occhi
sui miei pianeti
smussando scena morta
accendo i miei occhi
il mio esempio per te
come febbre senza temperatura:
oso dove posso
ti stringo a me
come moneta d'oro
e fingo e spingo
verso macchie solari
la tua moschea
di spine ed intelligenza

hai spillato la pelle umana
per la tua idea
ora si dice che anche qui
c’è la tua parte
anche l'altra
quasi identica
alla faccia della luna
ovvero esistente
mi rovescio
nel tuo finalmente
“ i cieli sopra di noi”
tuo messaggio linguaggio
ci rovesciamo tutti
sulla tua pazzia
e ti vogliamo bene





1 commento:

  1. La nota di Maria Grazia Ferraris su Flavio Vacchetta traghetta sapientemente nel poiein tipico dell'autore, del suo registro espressivo che si snoda su punti nevralgici a "riscattare" l'uomo da una finitudine che, pur rimanendone la cifra essenziale, la travalica fuor d'ogni dubbio. Il rapporto di Flavio con la parola è frutto di un amore fisico e intellettuale ad un tempo, in cui queste due voci si ossigenano a vicenda ristabilendo di volta in volta, verso dopo verso, la pace interiore nonché quella del cosmo illuminato di cui Vacchetta è un devoto appassionato.

    Maria Grazia Ferraris coglie l'essenza poetica dell'autore che sosta in maniera perfetta dentro le imperfezioni della vita e a questa dà respiro nell'incedere ricco di allitterazioni, aforismi, versi scheggiati: balbettio lirico autentico. Balbettio perché per Flavio la poesia è tentativo, autentico perché consegnato alle vibrazioni umanissime come a dire che il miglior modo di essere per l'uomo resta Essere e semmai si intraveda un compito o una missione del poeta, questa non è tanto quella di rendere docile il Senso, piuttosto di transitargli accanto "gridandone" nell'intreccio lirico, gli infiniti "alleluia" piuttosto che le inesauribili esecrazioni della vita.

    Cristina Raddavero

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