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mercoledì 1 febbraio 2017

N. PARDINI: LETTURA DI "PERCORSI EFFIMERI" DI GIUSY FRISINA

Giusy Frisina,
collaboratrice di Lèucade

Giusy Frisina. Percorsi effimeri. Gioacchino Onorati Editore. Canterano (Roma). 2016. Pg. 104




Smarrimento

Io, Principessa
Rinchiusa in sterminate prigioni di stelle
Scivolata su oscuri pavimenti di vuoto
Immersa in vasche traboccanti di pensieri
Ho sperato di ritrovarti
-Principe che ora calpesti, severo,
la mia Ombra-
Nel tuo mantello di sole puro
Perché ti amo
Soltanto per la tua luce

Sta in questa poesia testuale il succo dolce-amaro di questa plaquette. Proprio nella andatura semantico-allusiva, nel procedere sinestetico-visivo, nel gioco affabulante della parola di Giusy Frisina: Principessa, prigioni di stelle, vuoto, vasche di pensieri, ritrovarti, Ombra, sole, luce. Tante indicazioni per aprire un discorso ontologico, umano, onirico; per avviarci alla percezione del vuoto, all’aspirazione alla luce, alle vasche traboccanti di pensieri; per incontrare il bisogno di sole e di mare; di aperture, di immense aperture, nell’attesa di vagheggiati ritorni di questa plurale poetessa.
Leggere la sua poesia significa scavare nelle viscere più profonde dell’umano; nei più segreti intenti; nella più contrastata e misterica questione dell’essesr-ci. Il percorso è costituito da un climax ascensionale, da un volo che prendendo il via dalla terrenità, dai più problematici dilemmi; dai cromatici profumi più invadenti riesce ad elevarsi a sprazzi di azzurità senza confini; ad amori che sanno tanto di verticalità, di spiritualità, di ricerca di tutto ciò che può essere valido per l’approdo ad un’isola che forse non c’è; non esiste: tanti interrogativi a cui difficile è dare risposte. Questo è il travaglio: una navigazione verso orizzonti infiniti, desiderati, agognati, di difficile ancoraggio;  questo è il nostos tanto umano quanto dubbioso; tanto terreno quanto plurimo; il mare, schiarito appena da un faro limitato quanto lo sguardo dei mortali, rappresenta meditazione, indagine, azzardo; slancio verso mète di improbabile conquista. E’ dalla coscienza della effimera vicenda che deriva il malum vitae, l’inquietudine, o lo spleen dell’esistere. Sentirsi soli di fronte a tanta immensità non è poi tanto difficile; sentirsi spersi in così tanta luce, in così tanto cielo, è fortemente umano, o disumano. Ma la Poetessa sa trovare nella Poesia la scala per accedere al mistero delle cose; non diciamo la soluzione che non esiste ma il metodo con cui possiamo avvicinarsi il più possibile alla verità; al Bello; a quella intima quietudine che proviamo a ri-leggere noi stessi trasferiti in oggettivazioni verbali tanto calzanti e equivalenti. E si sa quanto sia difficile trovare un verbo adatto a cristallizzare pensieri  profondi, esistenziali e sentiti (lei filosofo) come quelli della Nostra. Forse nemmeno lei se ne accorge ma sta nella sua Poesia densa di epigrammatica intrusione il nocciolo della ricerca; sta in quella verbalità che condensa tutto il  suo malessere; sta nel ritorno, dopo una lunga fuga in cieli e isole stranianti, in se stessa; è lì che l’anima trova l’alcova del suo riposo.  D’altronde i Percorsi effimeri sono quelli di un essere che scava dentro sé per trovare il ruolo dell’esistere in questa realtà tanto labile e passeggera; in questa permanenza fra terra e cielo; fra mare e terra; fra sole e ombra; fra  solitudine e odissaico ardire; fra abbracci di amori  epifanici e delusioni per fughe imprevedibili. E’ il mare che la Poetessa  vagheggia, è l’onda pellegrina che più rappresenta la sua humanitas, la sua clessidra, il suo vagare; ed è di fronte all’immensità di cotanto piano che lei immerge il suo essere  per dare riposo alle sue inquietudini. Qui la complessità della sua storia; qui  il riverbero tanto nuovo quanto umanamente ancestrale di un patema che da soggettivo si fa universale per il suo oggettivo e trasversale messaggio. Squarci, La ricerca interminabile, Rinascite, Canzoni per Leonard Cohen, sono le sezioni in cui si divide l’opera: Percorsi effimeri.  Un fluire epifanico accompagnato dalla musica di Cohen; da quella poetica musicalità che da sempre è stata la dea accompagnatrice dello spirito della Frisina che, vòlto verso mete di memorie sconosciute, verso altre vite di carta, attimi eterni, o  Angeli misteriosi, chiude il suo poema in cerca di volti da sfiorare:

Dimmi dove
(…)
Verso le colline
Di una memoria sconosciuta
Verso la luce
Di una ricerca sconfinata
Dove l’amore incontra ancora
Il dolore e la bellezza
Dove il futuro può lasciare
Una fessura di speranza
A una canzone che non sa finire
E’ quella la direzione
Senza una meta precisa
Per non continuare a sbagliare.

Nazario Pardini, 02/01/2017




  Una breve poesia di speranza scritta in questi giorni di disastri: 

ANIME PERSE

Sepolti sotto la neve
Il mio  cuore ed  un guanto
Aspettano di rinascere
Ad una vita più lieve
Per ritrovare il gemello
Perduto distrattamente…
Non  so se accadrà  domani
Ma è stato il sogno più bello




1 commento:

  1. Grazie a Nazario Pardini del meraviglioso affresco con cui ancora una volta mi commenta. Lui ha il dono di saper cogliere in modo unico il senso e l'essenza di questo mio inquieto pellegrinaggio verso l'Indicibile , Così mi incoraggia a proseguire nella "ricerca interminabile"senza sentirmi sola. Grazie alla sua grande parola.
    Giusy Frisina

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