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lunedì 4 settembre 2017

SANDRO ANGELUCCI LEGGE: "VERSODOVE" DI ANNALISA RODEGHIERO


Testo e foto della presentazione di Versodove ad Asiago l'8 agosto 2017 nella Sala consiliare del Comune



Annalisa Rodeghiero: Versodove. Blu di Prussia editrice. 
Monte Castello di Vibio. (PG). Pgg. 84. € 11,00

Annalisa Rodeghiero,
collaboratrice di Lèucade

VERSODOVE
LA POETICA DELL’INTERO
IN ANNALISA RODEGHIERO

Sandro Angelucci,
collaboratore di Lèucade

Ringrazio l’Amministrazione Civica nella persona del Sindaco, Avv. Roberto Rigoni, qui rappresentato dall’Assessore alla cultura, Arch. Chiara Stefani, per l’ospitalità concessami in questa splendida sala del Consiglio comunale di Asiago.
Per introdurvi – a mio parere, con lo spirito giusto – alla fruizione dei versi di Versodove, voglio provarmi a tentare, per così dire, un immaginario scambio d’identità.
La domanda che più frequentemente i giornalisti rivolgono ai cultori di questo genere letterario è la seguente: “Cosa è la poesia per lei?”; domanda alla quale, anche Annalisa, è stata chiamata a rispondere nel corso di una recente intervista sul plurisettimanale on line “Fattitaliani”. Così ebbe ad esprimersi in quell’occasione: “Non credo che la poesia si possa definire. La poesia per me è un modo di vivere, di essere, di porsi. Si può vivere in poesia senza necessariamente scrivere ma non si può essere poeta autentico senza fare della propria vita, poesia, senza essere già nel pensiero, poesia…”.
Tornando all’ipotetico traslato, cui poc’anzi ho fatto riferimento, vi sembrerà – non dico adulatorio (è fuori dal mio stile) – ma, quanto meno, prevedibile ciò che mi appresto a sostenere. Ebbene si: avrei risposto in modo analogo, fermamente convinto – come sono – che l’arte tutta è una scelta di vita; di più: una vocazione prenatale, mi spingo a dire,  che (non si sa come, non si sa quando) deve alfine manifestarsi.
Ecco perché – incipitariamente – ho parlato di corretto approccio all’opera. In effetti, scorrendo le pagine della raccolta della poetessa asiaghese (fin dalle prime) si ha, inequivocabile, la percezione che la chiamata c’è stata, e poco importa se, all’atto pratico, (come so) lei scriva relativamente da poco: l’ha detto nell’intervista – ed io lo sottoscrivo –: è nel pensiero che si è o non si è poeti.
Visto che ho parlato di sfogliare, iniziamo a sfogliarle queste liriche (non tutte ovviamente ma quelle che, credo e spero, contribuiranno al forgiarsi di un’idea sufficientemente esaustiva). Prendo abbrivio dalla prima, tutt’altro che per motivi di sequenzialità: Saremo altrove costituisce senza dubbio un esempio indicativo; non soltanto per quanto concerne l’opinione stessa del poetare ma – più ancora – perché in essa è possibile rinvenire il nucleo, il centro di un sistema solare intorno al quale orbitano i pianeti dell’universo poetico della Rodeghiero.
Oltre alla fitta serie di domande, che si susseguono quasi a togliere il tempo ad ogni tentativo di risposta – dalle stesse volutamente evitato, accuratamente evitato – proprio perché sia il lettore, al termine, dopo aver profondamente inspirato, a darsi l’unica risposta plausibile. Al di là di questo aspetto, dicevo, (sul quale mi riprometto di tornare), sono qui presenti almeno un altro paio di tematiche molto care all’autrice: intendo riferirmi all’attenta riflessione sui contrari ed alla, non meno puntuale, ponderazione sul ruolo che in noi deve svolgere la ragione.
Il bene e il male, il brutto e il bello, la vita e la morte si osteggiano solo apparentemente; in realtà cooperano, in nome di un’armonia superiore e indefettibile che “sembra incrinarsi” – scrive Annalisa – nel preciso momento in cui la “parola vera” inizia a “fruttificare”. Ma il regalo più grande ci viene offerto dalla chiusa: “-Sai- saremo altrove / dove vince e perde la ragione / ma intero vive il canto”: come dire che quel luogo esiste, non è un parto della fantasia; è qui, davanti agli occhi nostri, anche se la maggior parte degli uomini non se ne avvede. Poi si ode il canto, arriva la poesia. E ci dona la vista.
Prima di prendere in esame altri componimenti salienti per l’analisi esegetica, desidero soffermarmi ancora un po’ sulla lirica d’esordio, in merito alle interrogazioni sulle quali – come detto – avrei scavato. Estraggo (per ovvi motivi) dalle altre, le domande che aprono e chiudono la successione: “Esiste forse una mezza poesia per il poeta?” – si (e ci) chiede la poetessa – e, ancora: “Solo una parte del cielo da toccare?”.
Cosa si evince? Che non esistono mezze misure per chi continuamente scopre una ragione di vita nel canto. Si dirà: ecco, i soliti sognatori questi poeti; e mi ci metto anch’io, essendo uno di loro. Eppure, se me lo concedete (non vi appaia autoreferenziale) scrissi in Verticalità, la mia penultima raccolta in versi, in un testo inerente all’argomento: “Credete davvero / che la vita vi stia aspettando? /. . . . / Voi vi fermereste ad aspettare / chi passandovi accanto si volta / fingendo di non riconoscervi? /. . . . / Non siete voi quelli che dicono / che è proprio dei poeti / avere sempre la testa fra le nuvole? / Sapeste quante nuvole / ho visto / trasformarsi in terra e viceversa.”. In altri termini: è vero, saremo anche portati a fantasticare, non avremo abbastanza senso pratico ma ci sono modi e modi di sognare: c’è chi fa castelli in aria costruendo grattacieli e chi non ha bisogno di spingersi così in alto perché ha già posto le fondamenta della sua umile ma sicura dimora qui, sulla nostra Madre Terra.
Poetica dell’intero – dunque – così mi piace definire il pensiero poetante di Annalisa, avvalendomi anche di una parola-chiave, a me nota fin dalla prima lettura di Di spalle al tempo (opera antecedente  quella di cui ci stiamo occupando). Della raccolta, mi colpì in particolare un titolo: Delirio, che si concludeva con un distico che, indelebilmente, restò scolpito nella mia memoria; eccolo: “Non l’avevi capito! / l’intera gioia voglio…e il pianto intero.”.
A parte la creazione formale dell’ultimo verso – comunque da segnalare per un chiasmo di rara, esemplare bellezza – rapisce la sua circolarità da giro armonico (per usare una terminologia musicale). D’altro canto l’armonia è un tratto distintivo di questa poesia ma sarà bene ed indispensabile comprendere da cosa si origina, qual è l’interiore bisogno che spinge a cercarla.
Andando avanti con la lettura, c’imbattiamo nei versi che seguono: “Qui è quasi terra, / qui è quasi mare / ma mai abbastanza terra / né completamente mare”. Versi nati in sospensione; mi spiego: la poetessa (chi ha già il libro potrà desumerlo da p.22) è realmente a mezz’aria, a “mezza altezza” nel suo sostenersi ad una briccola, ed è da quella posizione che si rende conto di non essere né terra né mare, è da quella precarietà che sorge il sogno.
Ma allora – scusatemi – come si fa a parlare di vagheggiamento? Niente affatto: si tratta di vero e proprio anelito, concreto anelito alla libertà, come “l’intero volo bianco (si noti la bellezza della sinestesia) di un gabbiano” che sfuma in lontananza verso e oltre l’orizzonte. Oltrepassare il limite, quindi, si può ma ad una sola condizione: prima bisogna accettarlo e, se non basta, amarlo; è così che “il mese dei voli d’oltrealtezza” non è più soltanto maggio con il gelsomino in fiore, con i veli di magnolia, con il profumo dei tigli ma tempo altro di una primavera altra, cui persino la parola non riesce ad adeguarsi.
Ho appena nominato la più identificativa delle componenti che caratterizzano la scrittura ed il pensiero di Annalisa: parlo dell’amore; l’amore in tutte le sue forme e manifestazioni ma, anche, nella sua unicità, nella sua universalità di dantesca memoria.
È fin troppo facile constatarlo per il fruitore dell’opera; più difficile è seguire un percorso per nulla scontato o, troppo spesso, praticato, da gran parte degli scrittori, con superficialità. Qui no, non si cade nella trappola – e si badi, non lo dico per piaggeria – qui, per gioirne davvero, si è disposti a farsi male, a piangere se occorre, tenendo fede al celeberrimo canto, dedicato a Paolo e Francesca, dal sommo poeta, nel quale si legge: “Amor che a nullo amato amar perdona”, giustappunto a sottolineare che lambire – questo ci è dato – il mistero dei misteri comporta una grande macerazione, un tormento interiore che prelude all’estasi.
È questo il ponteggio che sostiene quella che ho definito e –  ora più che mai – continuo a ritenere la poetica dell’intero: se non ci si affida all’amore il discorso, e con esso la comunicazione, saranno sempre parziali, manchevoli della tessera più importante di tutto il mosaico. È il tassello che palesa il disegno, il tessuto che lascia intravedere il suo ordito.
Ditemi: come si fa a non leggere tutto questo nei versi conclusivi di Anna (p.50): “essere figlia del figlio che ti è nato / essere madre che se lo stringe al petto”; il parto, la vita sono il nucleo dell’atomo (d’amore) da cui ogni cosa si forma.
Spiegatemi: quale migliore metafora (mi si perdoni se ne replico la lettura) rende l’assenza, attesa, più convincentemente di quella che descrive la chiusa de Il dondolio dell’onda: “E’ in quest’assenza piena / che mi manchi / come alle alghe a riva / il dondolio dell’onda” (p.54).
Fatemi capire se non è plenitudine di vita questa: “Sembra vuoto intorno / sembra perdere importanza il resto / dopo che hai toccato per intero / con un dito il cielo /. . . . / rivivo / ogni gesto improvvisato /. . . . /. . .e sento / che pieni di tutto questo / erano dunque / quell’apparente vuoto e il resto” (p.74).
Mi rendo conto di essermi eccessivamente dilungato – e ve ne chiedo venia – ma arduo è fermarsi quando s’intuisce che i passi sono orientati versodove ci si riconosce eternità, sillabe, poesia.

                                 Sandro Angelucci  



FOTO

Sandro Angelucci e Annalisa Rodeghiero


Annalisa Rodeghiero legge

Annalisa Rodeghiero legge

5 commenti:

  1. Ho letto e condiviso anch'io l'intervista a "Fattitaliani" rilasciata dalla Rodeghiero. Ci sono affermazioni rivoluzionarie che sottoscrivo in pieno. Non è sufficiente scrivere versi per essere poeti. Anzi, non è necessario. La poesia è indubbiamente un "fare" (poiein), ma è un fare che sgorga dall'intimo sentire, dai silenzi interiori, da quella visione del mondo che è - come dice Angelucci - "una vocazione prenatale". Si è poeti innanzitutto nel pensiero, nello spirito. Uno spirito che deve indubbiamente incarnarsi nel mondo, ma che può manifestarsi in qualsiasi azione creativa. Si può essere creativi e intrinsecamente poeti, infatti, in molteplici forme, ivi comprese, perché no?, quelle della casalinga e del facchino. Sto leggendo (molto lentamente, purtroppo) il testo della Rodeghiero e trovo particolarmente intriganti le osservazioni svolte da Angelucci. Lui parla giustamente di "poetica dell'intero", riferendosi all'unità di spirito e materia, alla comunione di sensi e d'anima, all'attrazione dei contrari, e di conseguenza alla filosofia dell'amore (che non è un ossimoro), in cui si espleta la poesia della Rodeghiero.
    Franco Campegiani

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    1. Caro Franco, ribadisco la soddisfazione nel sapere che la mia convinzione sulla necessità di essere poesia per poterla fare sia sostenuta da te e sia stata ripresa nella relazione di Sandro. Non è poi così scontata la questione.
      In riferimento alla definizione della mia poetica come “poetica dell’intero”, non avrò parole sufficienti a ringraziare Sandro ma sono certa che non potrà scordare la mia espressione d’incredulità e gratitudine dopo l’ascolto della lettura della sua splendida relazione nella Sala Consiliare del Comune di Asiago. Ora anche tu affermi di avere riscontrato nei miei versi la ricerca (che posso dirti naturale e spasmodica nel contempo) dell’interezza nell’indispensabile attrazione dei contrari. Ricerca dell’intero sì, soprattutto in relazione a quella che chiami la” filosofia dell’amore” racchiusa nei miei versi. Certo che non è un ossimoro, molto si può dire sull’amore. Rimane il fatto che esso sta, tra la parte razionale che appartiene all’uomo e la follia divina che ancora vive in lui e dai miei versi volutamente emerge il mio pensiero a riguardo.
      Ti sono davvero grata per le parole di condivisione.

      Annalisa Rodeghiero

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  2. Non conosco il libro di Annalisa Rodeghiero, ma la lettura che ne fa Angelucci è splendida. Denota una penetrazione critica ed empatica di notevole spessore, tale da presupporre un notevole studio dei testi con armi critiche ben attrezzate, ma soprattutto un'immersione nella poesia tale che solo un poeta poteva realizzare : il poeta Sandro Angelucci.
    Mariagrazia Carraroli

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  3. Sono grato a Mariagrazia Carraroli per il suo commento che si unisce a quello di Franco e Annalisa componendo una triade migliore della quale non potevo davvero sperare.
    Sono qui, dunque, ad esternare la mia riconoscenza a tutti, soprattutto per aver colto - ognuno a proprio modo - ciò che più m'interessa: la creatività del mio scrivere esegetico.

    Sandro Angelucci

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  4. Desidero ringraziare di cuore il nostro caro Nazario a cui rinnovo il mio affetto e la mia stima per l'infaticabile lavoro a favore della diffusione della poesia.
    Un sentito grazie anche alla poetessa Maria Grazia Carraroli per la lettura della presentazione di "Versodove" di Sandro Angelucci.

    Annalisa Rodeghiero

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