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sabato 4 novembre 2017

N. PARDINI SU "DESIDERIO" DI RITA FAZIO. RACCONTO

Un racconto di pensiero e riflessione, di ontologiche risonanze esistenziali, dove i quadri di panica intrusione umana si fondono con le meditazioni dell’autrice. Il linguismo si distende con armonica distribuzione sintattica, e le varie citazioni, incastrate ad hoc, danno segno di un’ampia e puntuale preparazione umanistico-culturale. L’implicit e la chiusa in poesia, quasi prosimetro ad arrotondare un animo vocato al lirismo, completano, o cercano di farlo, un percorso troppo umano, ricorrendo alla sintesi che tale strumento permette. Racconto filosofico? Narrazione concettuale? Epigrammatico excursus attorno al mistero di vivere? Il fatto sta che l’autrice ci trascina nelle profondità del suo esistere con mano delicata e gentile, accompagnandoci e facendoci da guida in un viaggio che da personale si fa collettivo.

Neanche la retorica
ci salverà
ma io, mondo, ostinata e fiera
ti consegno una preghiera saggia,
libero germoglio circolare
che non conosce rimpianto.

Pace!

Nazario Pardini




Karl Jaspers, testimonianza
di consapevolezza


Attenta!,
partorisci germi di
cattiveria
ma io non li accudirò
né li deporrò.

Naufraga,
festeggio, anzi,
segni di luminosa assenza
poiché
nel mio vuoto non c’è il nulla.


DESIDERIO

Era l’estate prestata alla gioia avviluppata su se stessa, lasciata giù al mare, lì a pochi metri di altitudine, su quel pianoro dalla vista distesa sul porto nuovo di Imperia, ed era festa.
Era festa, mentre il pensiero aleggiava precario e incerto sul capo stanco, sul volto che era tutto un sorriso,  cercando di fermarlo su qualcosa di stabile, rappresentativo del proprio spirito, in quel momento dilatato, così represso ed improbo, ingrato.
Sì, attorno a quel suo corpo in costume, perfetto e sensuale, avvolto semplicemente da un pareo con effigi egizie di color cammello, portato da lontano, in un viaggio senza tempo: non vi era il tempo dei nostri avi, rifletteva, nel vivere  attuale, ma solo idee a traghettarci nell’infinito indistinto.
Prima o poi.
Ora, vi era il pensiero primigenio da afferrare – “L’idea che fugge non si realizza quando non s’accompagni con l’azione”, da Macbeth di William Shakespeare -,  trattenerlo oltre quelle anomalie nuove e sfacciate, giù giù, disperderle fino a confonderle col terreno polveroso e rossastro, frantumarle, plasmarle e amalgamarle della loro stessa aridità.
Serviva. Difenderlo, proteggerlo così come quegli scarponcini  antivipera, indossati per l’occasione soccorrevano precauzionalmente noi tre vacanzieri. Mentre gli altri due interlocutori erano sereni e pacatamente discorsivi a raccogliere il tempo fermo e immobile di quel pomeriggio terribilmente assolato, il mio pensiero invece cercava il proprio spazio,  ma neanche  la  fantasia  più  fervida   e   solitamente amica pareva scuoterlo dal torpore in cui era sceso, circoscritto e pregno com’era dell’alone velenoso che lo aveva penetrato. Straniero e indifendibile. Quel veleno, così finemente architettato e perpetrato dai benpensanti,  aveva messo radici senza tanti preamboli.
Sanguigno, il dolore si era insinuato e sanguinava tanto e, sebbene riconosciuto come corpo estraneo, perfida scheggia ferrosa in limpida pupilla, ronzio, fischio ininterrotto giorno e notte, si era imposto, ma lo sapeva, l’avrebbe combattuto, come battaglia fine a se stessa, fino a che l’avrebbe annientato e sconfitto. Al momento, non il passato gli veniva in aiuto né il presente che, discorrendo, citava viaggi legati ad un’altra epoca, quella di memorie bambine che avevano ancora nettamente distinto nelle orecchie il rombo festoso di moto rosse, teneramente indimenticato assieme a quegli sguardi così sorridenti e familiari. Vagava intorno a quella realtà che il caso aveva, quel giorno, portato l’anziano ospite di passaggio sulla nostra proprietà in sella alla bella moto d’epoca, orgoglio della sua età avanzata. Si specchiava nell’eloquio del più e del meno che soddisfaceva palesemente il mio giovane e amabile compagno di sempre. Acuto e gentile, specchiante un futuro certo e dignitoso, ispirava simpatia e assoluta fedeltà. Ed io, io vivevo la desolazione del mio animo poetico ribelle all’inerzia, imploso in pochi attimi dalla fruibilità dell’estetica impermanente alla permanente avvilente    infelicità.     Ed     era   festa,  ma   in    quel  caldo insopportabile di ferragosto, senza un filo d’aria percettibile, anche le palpebre risultavano appiccicaticce come quel corpo senza speranza appiccicava a se stesso, sudando, tutta la propria rabbia,  quella rabbia che non sapeva di vivere, né sapeva farsi da parte. Trasudava tutto ciò che non voleva, spasmodico e tacito. Era solo e diviso e, come nella genialità descrittiva di  “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez, ineluttabilmente permeato di quella solitudine. Si sentiva senza sbocco. Nell’afosa giornata estiva, viveva purtuttavia, quell’unità oppressa e necessaria di sopravvivenza, intima fino all’eccesso, fino a contrarre un debito con la speranza, pur conscio di non potersi chiedere se mai quel peso -nexum-, potrà tornare libero magicamente, come ai tempi di C. Poetelio Libo Visulo, quando, anche sotto la sua dittatura, quasi 2000 anni fa, si poteva giurare in nome della dea Bona Abbondanza per tornare uomini liberi.
No, non poteva domandarselo. Lo sapeva e sapeva accettarlo.
Il buon Immanuel Kant, che ben lo esemplificava ne “La critica della ragion pratica”, gli ricordava quanto il noumeno soffriva la propria libera entità.
Sapeva. Ma invocava: speranza ardita della buona intelligenza, tu esisti e ami!
E domandi: quale fortuna conoscerà il dolore. Potrà non avere nostalgia per quel pizzico di dolcezza a sciogliere l’eccesso, quale grano di sale formulerà l’ingegno a lasciarsi andare al piacere poiché nell’animo – come già espresso in “Casina” -, non vi è nulla di torbido.
Ed essa, con la fedeltà riposta nella intelligenza buona, rispondeva: basterà …
Basterà riannodare il filo della speranza al vivere d’Amore.


 BASTERA’ 

SOLO UNA PAROLA

A DOMANDARSI


E' un giorno?
Ma anche un giorno è troppo
per frasi di odio e di terrore,
per molecole umane
stagnanti nell'abisso
al porto antico
raggelato al tempo torbido
e inutile del dolore.

C'è speranza? Altre frasi?
Un altro giorno per un porto nuovo?

O un giorno che muore ...

Neanche la retorica
ci salverà
ma io, mondo, ostinata e fiera
ti consegno una preghiera saggia,
libero germoglio circolare
che non conosce rimpianto.

Pace!

Fazio Rita, imperiese di nascita, amante della poesia e del sentimento ispirato dal “mare nostrum”.
Non appartiene al mondo ufficiale delle lettere né della poesia ma ha sempre coltivato dentro di sé la passione e l’entusiasmo per ogni manifestazione letteraria, in particolare per la poesia, pur non avendo mai pubblicato nulla. Questa è la prima occasione con cui si rivela al pubblico di Imperia.



4 commenti:

  1. Irto è il linguaggio di questo racconto, misterioso il suo procedere, ma - da uomo nato sul mare - ricevo il senso del caldo e della luce invincibile di certe giornate d'agosto, che stimolano e allo stesso tempo fanno smarrire il pensiero.

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  2. Sì, vinto dalla luce nell'abbandono di sé...è pace.
    L'emozione traspare e prende il volo in un caldo abbraccio esistenziale, nel dono amicale che a me fa,V.N. Grazie, Rita

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  3. E' una favola hegeliana:il pensiero che riflette su se stesso,da "coscienza infelice" ( il pensiero..."precario e incerto...il torpore in cui era sceso......") si scopre parte di una universalità positiva (..."il riannodare il filo della speranza...").Ma l'elemento più interessante ed innovativo è il linguaggio narrativo:onirico,immaginifico,visionario.C'è un continuo cambio di soggetti:prima il pensiero, poi l'io narrante, poi ancora il pensiero, infine la speranza.E' un continuo alternarsi di astratto e concreto:le riflessioni sull'"infinito indistinto ...." si legano ad un corpo in costume ,"perfetto e sensuale avvolto da un pareo in stile egizio";la difesa dell'autonomia del pensiero è concretizzata da "scarponcini antivipera "indossati sulla spiaggia; al disorientamento si contrappone la "bella moto d'epoca" di ospiti di passaggio.Ma questi sono solo alcuni esempi.Gli ambienti ,pur nella brevità del racconto, sono diversi , e a volte si sovrappongono:prima siamo su un altopiano, poi sulla spiaggia , poi in una propietà privata co ospiti di passaggio.Ma è propio questa articolazione fantastica ad animare e a dare un respiro narrativo al racconto.E' un dinamismo ritmico che si scioglie o meglio si risolve nella riga finale "Basterà riannodare il filo della speranza al vivere d'amore"(franco49)

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    1. Che dirvi! Grazie per l'attenzione rivoltami con le vostre affascinanti letture, professor Nazario e Franco 49, che tanto apprezzo.
      L'uno crociano, coglie l'intuizione del bello e premia il lirismo poetico per l'elemento del canto e della parola "...che imprigiona la scintilla del pensiero." com'è nella mia poesia

      AMPLESSO


      Nel giardino di rugiada
      il segreto è senza tempo
      ma i due volti e la metà,
      in uno specchio
      abbracciati nello spirito del vento
      per viaggiare lo zampillo
      del deserto.

      E la luce
      è al firmamento
      nell'amplesso col silenzio
      mentre vede
      quel che sente,
      mentre arpeggia e piroetta
      la bellezza,
      nell'impronta che imprigiona
      la scintilla del pensiero.

      Che a Lei dedico, professor Nazario, perchè è suo verbo di canto e sinfonia poetica.

      E Lei Franco 49, per l'altra, sincera e profonda, nella quale ogni parola sembra che "sussurri urlando" il suo personale punto di vista sulla mia verità per la realtà che vivo e descrivo.
      La favola hegeliana individua la stessa espressività nel divenire delle citazioni.
      La coscienza infelice vuole liberarsi dalle premesse conflittuali, cercare la luce e uscire dalla solitudine degli specchi della casa.

      Attraverso la formazione concettuale del pensiero e in forza della sua dinamicità per cui -di T. Eliot-: "la fede, l'amore, la speranza stanno tutti nell'attesa" ma vanno a costruire e a fondersi con la logica spirituale, liberano l'armonia dell'assoluto e pacificano il sé universale.
      Grazie Franco,
      Rita Fulvia Fazio

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