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venerdì 12 ottobre 2018

M.GRAZIA FERRARIS PRESENTA: "UNA SINGOLARE GENERAZIONE"


Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade




M. Grazia Ferraris: Una singolare generazione..., Convivio Editore, Castiglione di Sicilia (CT), 2018

Dalla cultura intorno alla figura del Maestro Antonio Banfi, alla rivista Corrente; dalla nuova poesia lontana dall’ermetismo toscano, alla linea lombarda nel saggio di Maria Grazia Ferraris


Un lavoro di certosina immersione, in cui la Ferraris dimostra l’attitudine allo studio, alla ricerca, alla puntualizzazione di fatti, sentimenti e tendenze che hanno caratterizzato la cultura della Milano poetica del primo Novecento. “A Milano, presso l’Università statale, nella prima metà del Novecento, il filosofo Antonio Banfi (1886-1957), insegnante di storia della filosofia ed estetica, fu il promotore di un pensiero che si affrancava sia dallo spiritualismo che dal neoidealismo imperanti  in quegli anni. Diffondeva  i principi di una cultura libera e antidogmatica, erede dell’illuminismo europeo.
Tra i giovani studenti delle sue lezioni: Vittorio  Sereni, Enzo Paci, Remo Cantoni, Giancarlo Vigorelli, Guido Morselli, Dino Formaggio, Daria Menicanti Giulio Preti, Ottavia e Clelia Abate, M.Adalgisa Denti, Antonia Pozzi… Una straordinaria generazione.”, scrive la scrittrice nell’incipit del primo capitolo. E lo fa con uno squisito tatto di femminile emotività, dacché più di una volta la Nostra ci ha fatto capire la sua passione per le donne scrittrici; per la ricerca di spiriti nuovi che, il più delle volte dimenticati, sono stati ripescati dal suo senso critico e dal suo immenso amore per la cultura poetica. Il tutto scorre con generosa fluidità, con scioltezza narrativa, con eleganza formale, portandosi dietro il sapido abbrivo di personaggi vòlti ai misteri del canto, alla storia umana dell’esistere, della vita e alla intenzione caenaculum facendi; di fare gruppo per issare una bandiera nuova e singolare nel retroterra speculativo e fattivo, plurimo e incandescente di un periodo basilare della  nostra storia, pur sottolineando la Nostra che “Non è esistita mai ufficialmente una scuola di Milano, negli anni Trenta del Novecento”. La penna che si accinge a tale compito è quella di una scrittrice proteiforme, polivalente, poliedrica e versatile adusa alla scrittura,  qualsiasi genere essa esiga: poetessa, narratrice, critico letterario, saggista, più volte ha dato segno della sua potenza creativa e giustezza interpretativa davanti a testi di intricante caratura. Dodici i capitoli che compongono questo interessante saggio: Milano e la cultura  fra la fine degli anni trenta del Novecento ed il dopoguerra, Vittorio Sereni: poeta lombardo, poeta di lago e poeta del mondo, Piero Chiara: la poesia di Incantavi, Antonia Pozzi:  la voce malinconica e leggera dell’anima, V.  Sereni- A. Pozzi:  storia di un’amicizia, Daria Menicanti:  “una dispari/ felice di bere alla brocca/della sua solitudine.”, Renzo Modesti e la Linea Lombarda, Giorgio Orelli: una lunga fedeltà, Nelo Risi: esigenza esasperata di realismo, di chiarezza, di "ragionamento" illuminato, Luciano Erba: il disincanto  metastorico, Luciana Guatelli. Le emozioni essenziali e controllate, Piera Badaloni. Un lavoro che presuppone una base culturale non indifferente, mezzi esplorativi di sagace analisi, e una visione personale dell’ontologia estetica, e della poetica che in lei sono ben saldi e pronti a intervenire nei momenti del bisogno. È qui la sua forza filologica, il suo bilancio costruttivo: la poesia  è lingua, è forma, è novità, è patema che scuote e sveglia con la richiesta di concretizzazioni verbali. Non c’è poesia senza musicalità, non c’è arte senza semplicità comunicativa. E lo dimostra col suo scritto il cui primo intento non è quello di educare ma quello di trasmettere. Farsi capire è l’esigenza della Ferraris, e la poesia stessa non deve perdersi nei manierismi avulsi che ne intralciano il cammino, né nei meandri spersonalizzanti e estremamente oggettivati tipo Corrente Lombarda, o correlativo oggettivo di stampo eliotiano. Da qui l’importanza che dà alla parola, al verbo, alle iuncturae iperbolico sensoriali; a quella grammatica figurativa che permette al vero poeta di elevarsi al di sopra del fatto, pur partendo da esso con concretezza riflessiva, se si vuole che si faccia simbologia di un divenire ontologico; insomma un volo, sì, un azzardo verso mondi di difficile approdo; una navigazione senza bussola, in cui spesso ci si smarrisce, o si cozza contro scogli, per, poi, riprendere il percorso con i resti della vita. Questi i criteri della sua poetica, criteri che la guidano nella ricerca, nello studio e nella scelta della materia. “... Gli oggetti, enumerati come casi particolari di «strumenti umani», sono in primo luogo oggetti emblematici di una civiltà (quella arcaico-rurale), ma in secondo luogo sono anche correlativi oggettivi di una condizione interiore, di un male di vivere che nel poeta non è mutato, mutando ambiente, e si è aggravato per accumulo di consapevolezza storico-sociale (es. Una visita in fabbrica). Comunque, pur in questa forma dimessa e poco vistosa la sua poesia segna l'irruzione consapevole e consistente del mondo storico nelle trame dell'inquietudine esistenziale del vivere quotidiano, tanto che il poeta  talora  rinuncia all'auscultazione del proprio io per affrontare direttamente la rievocazione - sempre schiva, mai retoricamente sostenuta ed eloquente - di catastrofi reali, che hanno segnato il destino dell'uomo e del mondo contemporaneo. Nella poesia come nella vita di V. Sereni l’amicizia ha avuto un ruolo fondamentale...”, questo scrive a proposito di Sereni, e da vera filologa pilotata da una convinzione storico-sociale, esistenziale, non fa mai a meno di convalidare le sue tesi con riferimenti di grande pertinenza letteraria. Si legga a proposito il vasto apparato bibliografico che impreziosisce l’opera. Tutto coinvolge nelle sue analisi: vita, amori, depressioni, ambienti, realtà, immaginazione, concretezza ispirativa, inquietudini..., e tutto è convogliato verso un’unica direzione: lo stile e l’autonomia.
Ma mi piace soffermarmi su una parte del suo scritto dedicato ad una poetessa (Daria Menicanti) che l’Autrice ama e alla  quale ha sempre rivolto una particolare attenzione, per la sua poesia nuova, fresca, umanamente emblematica, frutto di un vivere complesso e complicato: “... Una poetessa, credo, ingiustamente dimenticata. E di questa dimenticanza la prima artefice era stata lei stessa. Perché faceva parte di quella schiera di donne che, senza vivere all’ombra di nessuno, tuttavia vivono nell’ombra, come violette discrete, e forse scelgono proprio di farlo, perché sanno molto bene, più di tanti altri, che la vita è più grande di quella che ognuno di noi rappresenta.
Hanno detto che la poesia di Daria è insieme vitale e tragica, tenue e profonda.
A me piace citare e ricordare la felicità di un attimo: «Ogni tuo arrivo inaspettato è un chiuso guizzo,/ una fitta/ di felicità».
E anche come Daria descriveva la vita: «Si pensi di avere in mano un nastro di seta: me lo stanno tirando via. Io me lo sento che mi sfugge, però e di seta». Però è di seta: magnifico.”
... La sua  poesia è misurata e diretta, punto d’arrivo di un complesso lavoro di cesello linguistico-concettuale, nitido nelle scelte che  fanno percepire la drammaticità dell’inarrestabile fluire della vita. Porta con sé la lama tagliente della razionalità illuministica, che passa dall’ironia alla “meditazione sapienziale”, come diceva l’amica Lalla Romano.

….  Quel che conta
è sempre la parola:
la vita dello scriba è una manciata
di sillabe e vocali e consonanti
e di allitterazioni:
fra tutto quel sussurro ad ora ad ora
serpeggia appena udibile o sfinisce
una buia canzone, il decanto
del vissuto, lo specchio e la culla. [1] 
Daria rifletteva   sulla sua vita e scrive, ironica:

 Dio era distratto quando nacqui. Pose/ nel nido delle mie costole asciutte
 un cuoricino di zitella inglese./ Sbagliò, certo. Così il mio illuminismo
si scontra spesso con le irrazionali/ pretese dell’involontario muscolo….[2]

Il fatto che la Ferraris prenda in esame la pluralità esistenziale di un autore prima di giungere alla poesia, o meglio il fatto che Ella riporti un brano come risultante di una macerazione interiore, di una vicissitudine a cui la produzione è legata, dimostra la validità di un metodo induttivo proprio dei grandi storici. E concludere con una poesia di Piera Badaloni, zeppa di umana sagacia e di sana ironia esistenziale, significa mettere in luce ancora una volta i risultati di un grande  lavoro critico che presto avremo la fortuna e l’opportunità di leggere come pubblicazione di un premio letterario:

Piera Badoni, pur nella sua insoddisfazione esistenziale e malinconia, nel 1948 scrive:

Mettete sulla mia tomba
una corona
di anemoni e pervinche,
avevo gli occhi di quel colore
e un abito azzurro così
quand’ero bambina.
Avevo molte speranze
nella mia
lirica giovinezza.
Amavo un giovane baldo
dagli occhi chiari
un giovane alto e sdegnoso.
Ma l’unica cosa che resta
è l’azzurro della pervinca,
ma l’unica cosa che torna
è la primavera.
                                                 


[1] D.MENICANTI, Notizie biografiche, Ultimo quarto, Scheiwller, 1990
[2] DARIA MENICANTI, Un nero d’ombra,1969 Mondadori,  Di zitella, gennaio 1966.



                                             Nazario Pardini





3 commenti:

  1. Accolgo con grande gioia questo ultimo lavoro di Maria Grazia Ferraris, complimentandomi per la scelta del tema, decisamente affascinante e di non facile sviluppo. Dice bene Nazario Pardini nella sua bella recensione "Un lavoro che presuppone una base culturale non indifferente, mezzi esplorativi di sagace analisi, e una visione personale dell’ontologia estetica, e della poetica che in lei sono ben saldi e pronti a intervenire nei momenti del bisogno. È qui la sua forza filologica, il suo bilancio costruttivo: la poesia è lingua, è forma, è novità, è patema che scuote e sveglia con la richiesta di concretizzazioni verbali".
    Un saggio, che mi appare già come "nastro di seta" prezioso a cui auguro lunga vita e che leggerò con grande piacere.
    Sonia Giovannetti

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  2. Superba esegesi, questa di Nazario Pardini, su di un superbo lavoro critico della Ferraris. La nota studiosa, in questo coltissimo scritto riguardante la generazione poetica del primo Novecento lombardo, mostra ancora una volta le sue notevoli facoltà e la sua formidabile attitudine alla ricerca e alla configurazione storica di movimenti e personalità. La cosiddetta "linea lombarda" non fu propriamente una scuola, quanto piuttosto una visione del mondo, un gusto condiviso da voci molto disparate che amavano uno stile sobrio e sommesso, privo di slanci sentimentali o idealistici. Una poesia disincantata, fatta di voli bassi e radenti, con quell'attenzione costante agli oggetti, alla realtà, che se storicamente anticipa il minimalismo spersonalizzante in voga oggigiorno, a mio parere non lo giustifica e ne va distinta nettamente, come Pardini fa. Egli riporta infatti dal testo frasi come questa: "Gli oggetti... sono correlativi oggettivi di una condizione interiore, di un male di vivere". O anche, citando il passo in cui la studiosa parla di Vittorio Sereni: "Questa forma dimessa e poco vistosa... segna l'irruzione consapevole del mondo storico nelle trame dell'inquietudine esistenziale del vivere quotidiano, tanto che il poeta rinuncia all'auscultazione del proprio io". Aggiungo che la "rinuncia" non è l'"eliminazione", bensì ancora una delle tante possibili manifestazioni dell'io. Per l'esattezza quella che evidenzia l'insorgere di una "crisi" salutare nei territori dell'ego, che spinge a cercare più profondamente negli sconfinati oceani dell'interiorità. Una "poesia della crisi", a parer mio, è poesia a tutti gli effetti. La "crisi della poesia" non lo è, perché finisce per smarrire i sentieri di ogni poesia e di ogni umanità.
    Franco Campegiani

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  3. un grazie sentito e commosso a Sonia che sa gioire con empatia dei miei lavori condividendoli, un ringraziamento profondo per l'analisi di Franco che con la sua preparazione filosofica e la sua sensibilità poetica riesce a far parlare dialetticamente anche quello che io do per conosciuto

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