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lunedì 16 settembre 2019

SONIA GIOVANNETTI LEGGE: "OPERA INCERTA" DI ANNA MARIA CURCI

Anna Maria Curci

Sonia Giovannetti,
collaboratrice di Lèucade



Sonia Giovannetti legge "Opera incerta”, raccolta inedita di Anna Maria Curci

L’“opera incerta” di Anna Maria Curci lascia trasparire già dal titolo un’ispirazione intensamente poetica, poiché proprio in quell’aggettivo – “incerta” – si palesa un tratto decisivo della poesia medesima come attività creativa: “L’incertezza di significato è poesia incipiente”, scrive infatti George Steiner. E se poi l’autrice concepisce l’incertezza generatrice e connotativa dei suoi versi come un “mettere insieme elementi diseguali”, non possiamo, come lettori, non essere indotti a chiederci – e a chiederle – quale sia il collante con cui la poesia procede ad assemblare materiali ideativi affatto eterogenei. Ma forse lo chiederemmo invano – e, va detto, inevitabilmente invano –  se è vero che “la poesia è qualcosa di oscuro che fa luminosa la vita (Pasolini)”, è “un viaggio nell’ignoto (Majakovskij)” e “non è poesia se non racchiude un segreto (Ungaretti)”.
Se, inoltre, coniugare tra loro le diversità appare all’autrice una sfida ai tempi che corrono e, insieme e perciò stesso, la prefigurazione di un destino “inattuale” per siffatta poesia, quale altro e più decisivo indizio potrebbe definitivamente convincerci della fibra veracemente poetica di questa silloge, atteso che la poesia è, al tempo stesso, “cosa del tempo” e fuori dal tempo, figlia e madre di Crono, presenza immanente e vitale, ancorché discreta ed eterea, della vicenda umana.
Colpisce, nella silloge, un elemento ricorrente che fa da trama unificante alla pur manifesta diversità dei suoi temi: la presenza ammaliante del mistero, come in “Avvistamenti” (“Della sciarada resta l’anelito, l’attesa”), in “Iris Indaco” (Tu rannicchiati dentro l’anagramma, cerca lo schermo, cerca il nascondiglio”) e, accanto e frammista ad esso, una fascinazione utopica per il futuro, per il tempo invisibile – dunque mistero anch’esso –  variamente declinata come attesa, anelito, speranza (v. “Barcaiola” e, ancora,  “Avvistamenti”).
Ma non solo: se la realtà appare, secondo certa tradizione filosofica, come l’opera di uno scultore vagabondo che raccoglie, “un filo qui, una latta là, un pezzo di legno più in là” (Leibniz), unendoli tra loro come in una deriva naturale che si dipana tra caso e necessità, ma in realtà assecondando inconsapevolmente un’imperscrutabile finalità divina, nella poesia di Anna Maria Curci c’è l’intuizione di un “che” oltre il visibile il cui disvelamento, ancorché problematico e incerto nell’esito, è tuttavia una sfida a cui la poesia non può sottrarsi. 
Sembra infatti che l’autrice si affidi al proprio poetare come ad una sonda, deputata a scandagliare la realtà visibile per ricercarne il senso – “il prodigio” – nelle sue “fenditure”, oltre “i sipari i tuoni le tribune”. Ma non è forse, giustappunto, compito dell’arte incaricarsi di portare alla luce “ciò che non si vede”? Senonché, questa poetessa pare davvero proporsi ai lettori come un moderno Odisseo, intenzionata anch’essa a varcare le Colonne d’Ercole, a sfidare l’ignoto (come nella migliore poesia) e tuttavia ella si dispone all’avventura del viaggio – e alle sue…“incertezze” – indotta non solo dalla curiosità, metafora dell’essenza umana e chiave di ogni progresso, ma anche da una segreta fiducia in quell’”oltre” in cui si racchiude il destino dell’uomo e verso cui la sua Barcaiola”  traghetta se stessa con l’animo aperto alla speranza.
Infine: l’“attesa”, la stessa “speranza”, insieme ai ricordi (“8 settembre 1943”) sono non solo soggetti potentemente operanti nei versi della silloge: sono anche modi di coniugare il tempo al futuro e al passato. Il tempo, dunque, come “motore” della macchina poetica in questa come in ogni poesia degna di tal nome. Dove, infatti, se non nel tempo, trovano il loro posto – e la loro plausibilità – il sogno, la speranza, l’utopia? E dove altrimenti acquista senso l’impegno civile, il ricordo fecondo e vitale, la fiducia in un “noi” possibile, ancorché oggi inattuale?
Il tempo appare così il sottofondo implicito e necessario di questo verseggiare assai suggestivo, un’intuizione felice. Fu proprio Benedetto Croce, del resto, a definire la poesia “un’intuizione cosmica”; e si parva licet…
Si deve esser grati, dunque, ad Anna Maria Curci per averci messo di nuovo in contatto, grazie alla sua silloge meravigliosamente “incerta”, con il senso più genuino e profondo della poesia.

Sonia Giovannetti

Barcaiola
Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.
Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.
Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.
Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.
 Avvistamenti
In bilico su toni e fenditure,
cerca il prodigio il varco quotidiano
senza i sipari i tuoni e le tribune.
Tu prova a decifrare
linee forme colori.
Della sciarada resta
l’anelito, l’attesa.
 Jeanne, Johanna, Giovanna
“Par mon Martin!” soffiava
– era fuoco o bivacco? –
sugli altri copricapo la pulzella.
Dal pascolo al patibolo è un salto,
dietro le tende cifra la menzogna
e batte i denti.
“Ne avessimo da noi!”»
mormorava il nemico.
Di sante folli,
di candide sgobbone da incendiare?
C’è via di scampo dal fumo perenne
o resta il bivio di falso autorizzato
e prosa da scudieri?
8 settembre 1943
Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.
Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.
Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero
e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.
 2 agosto 2015
E oggi e sempre ero lì, nello spazio abolito
di fronte all’orologio, all’ora fissa,
domenica d’agosto, ma era sabato
allora, nel millenovecentottanta.
La sera, gola polvere macerie,
non ho detto a mio zio, sì, il ferroviere:
ricordo la paura e gli anni, trentacinque.
Viaggiavi al tempo lungo quel percorso
e mi portavi i rotocalchi sparsi
dai turisti tedeschi sui sedili.
Non gli ho detto: l’angoscia
per te, per gli altri, mi è compagna
(“tu non conosci il sud” mi nutrì
e il dannato ritegno all’espansione).
Traducendo Rose Ausländer
Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto
Keine Delikatessen
si diceva in poesia
E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto
 Iris indaco
Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.
Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.
Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.
Il canto di Ischitella
Nella sera che lenta
scendeva i gradini
netta di note
carica di sorte
modulò la voce.
E fu canto
e fu romanza.
Prodigio capovolta tatto udito.
Pareti bianche incavate di grigio.
Liscio di luce si inchinò agli scuri.
Riso d’amore non è mai peccato.
Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.
                                                         
Dell’Angelo

Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.                          
A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”

«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.                                             
Stendo al sole

Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.                                     
Di nuovo a casa

Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.
Non ho fretta                                 
EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.                                         
Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.
Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.
                                                     

Anna Maria Curci
(Poeta, giornalista e critico letterario. Docente di tedesco)
Opera incerta è il titolo della mia raccolta inedita che raccoglie testi scritti nell’arco di diversi anni, fino a quello in corso, il 2019. Il nome, come già accadde per la prima raccolta da me pubblicata, Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), coincide con un termine usato nell’architettura. Qui si fa riferimento all’opus incertum, di cui Vitruvio scrisse: «Le pietre dell’opus incertum, invece, poggiano l’una sopra l’altra ad embrice, formano muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum» (Vitruvio, De architectura, Trad. di G. Florian, 1978). L’opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio. Mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune: una sfida quanto mai attuale e mai come oggi condannata all’inattualità, messa nell’angolo e sfiancata dalla brutalità, dall’oblio e dalla menzogna, triade elevata a esercizio del potere. Sull’oggi brutale e dimentico si affaccia l’aggettivo “incerto” con l’interrogazione permanente posta dalla poesia. Esemplare guida è in tal senso il componimento di Marie Luise Kaschnitz È ancora incerto: «Se, in più, non ci toccherà imparare il linguaggio di chi bussa da cella a cella,/ spiare il prossimo, essere spiati dal prossimo, e dover piangere alla parola/ libertà. Se ce ne andremo di soppiatto in tempo su un letto bianco o/ periremo per l’attacco nucleare centuplicato, se ce la faremo a/ morire con una speranza, è ancora incerto, è ancora incerto.» Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum(Anna Maria Curci, 30 maggio 2019)

Soia Giovannetti



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