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martedì 8 ottobre 2019

I POETI DEL CENTRO ITALIA

I POETI DEL CENTRO ITALIA


DAL TESTO, pp. 185-192

Nazario Pardini
Toscana


Nazario Pardini è nato nel 1937 ad Arena Metato in provincia di Pisa, città dove vive alternandola a Torre del Lago Puccini; laureato in Letterature Comparate e in Storia e Filosofia è ordinario di Letteratura Italiana, Blogger, critico, collabora con riviste specializzate e con Guido Miano Editore. Ha pubblicato molti libri di poesia, racconti, e saggi, tra cui: Foglie di campo. Aghi di pino. Scaglie di mare (1993), Le voci della sera (1995), Il fatto di esistere (1996), La vita scampata (1996), L’ultimo respiro dei gerani (1997), La cenere calda dei falò (1997), Suoni di luci ed ombre (1998), Gli spazi ristretti del soggiorno (1998), Paesi da sempre (1999), Alla volta di Lèucade (1999), Radici (2000), Si aggirava nei boschi una fanciulla (2000), D’Autunno (2001), Le simulazioni dell’azzurro (2002), Poesie di un anno (2002), Dal lago al fiume (2005), Canti d’amore (2010), Racconti brevi (2010), L’azzardo dei confini (2011), Scampoli serali di un venditore di arazzi (2012), Dicotomie (2013), A colloquio con il mare e con la vita (2012), I simboli del mito (2013), Lettura di testi di autori contemporanei 1 (2014), I canti dell’assenza (2015), Letture critiche dei miei testi 2 (2016), Cantici (2017), Di mare e di vita (2017), Cronaca di un soggiorno (2018), Lettura di testi di autori contemporanei 3 (2019), I dintorni della solitudine (2019), I dintorni dell’amore ricordando Catullo 2019.
È inserito in numerose antologie e storie della letteratura e hanno scritto di lui numerosi critici. Ricapitolativo il saggio critico di Floriano Romboli L’azzardo e l’amore. La ricerca poetica di Nazario Pardini (2018). È fondatore, curatore, e animatore di “Alla volta di Lèucade”, blog culturale.

La curiosità intellettuale di Nazario Pardini
di Floriano Romboli

Nell’opera poetica di Nazario Pardini fin dall’inizio appare cen-trale il tema della natura che viene svolto, precisato, valorizzato nei suoi aspetti oggettivi e soggettivi.
Riguardo ai primi, oltre alla spiccata inclinazione paesistico-de-scrittiva, è da porre in risalto la tendenza frequente alla obiettiva-zione naturalistica degli stati d’animo, all’espressione delle situa-zioni sentimentali per il tramite dell’attenzione assidua e partecipe accordata alla vitalità delle piante, degli animali, degli elementi. Però i tanti volti della natura agiscono altresì sull’animo del poeta, ne stimolano e interrogano la soggettività pensosa. (…)
La consapevolezza dell’essenzialità della competenza tecnico-linguistica, della padronanza stilistico-metrica e della coerenza ideale traspare chiaramente da questa riflessione occasionata dalla let-tura delle liriche di Carla Baroni: “La poesia non è mai rovesciare sul foglio “beceramente” sentimenti debordanti; ma è piuttosto la grande capacità di saper fasciare quegli impulsi con un dire che ne costituisca uno scheletro solido, frutto di ricerca stilistica e tecnico-verbale”.
Eppure nello scrittore toscano – e proprio in vista di un risul-tato esteticamente pregevole – è altrettanto viva l’esigenza della schiettezza, della spontaneità e della sincerità sentimentali, dell’autenticità intellettuale-morale unite al rifiuto di soffocanti e spurie sovrastrutture ideologistiche (la letteratura impegnata…), di fiacche costruzioni erudite.
Lo stesso richiamo alla natura vale una considerazione meta-poetica (“Resta poeta/non andare via,/assieme filtreremo la cam-pagna,/ tesseremo le trame/ di una storia/ anche se breve,/ ricca di memoria (…) Resta con me/ in compagnia di un seno/ che alla fine del giorno tra la bruma/ con te vuole partire per il mare/ove scompare l’onda/ oltre i confini” (Resta poeta, ne L’ultimo respiro dei gerani, vv.1-8 e 21-26), che sa farsi altresì ragionamento critico. Se il discorso lirico è animato innanzitutto dall’aspirazione alla libertà espressiva, Pardini ne valorizza lo scatto irrazionale (“Non ti mi-schiare né in filosofia/ né troppo nel sociale, è il raziocinio/ che è il primo impedimento all’espressione./ Che il sentimento vinca”, Il manifesto semiserio di una ninfa, in S’aggirava nei boschi una fanciulla, vv.68-71), ma, si è osservato prima, altrove è disposto a riconoscere l’importante ruolo disciplinatore e regolativo della cultura e di una ricerca instancabilmente migliora-tiva.
Il “miracolo” dell’arte soddisfa d’altra parte un bisogno radicato nell’animo umano. Nata in un contesto storico determinato, nella concretezza di una serie di esperienze ben definite e destinate a dissolversi con il trascorrere del tempo, la scrittura poetica ambisce a sfidare quest’ultimo, ad andare “oltre”, ad affermare il proprio diritto a una vita transtorica.
In conclusione mi piace soffermarmi su alcune tesi critiche so-stenute dal nostro autore, spesso recensore attento e penetrante. Egli in più di un’occasione ha chiamato gli elementi della memoria poetica “nuova e reale irrealtà”. Questa definizione, oltre a signifi-care un’auto-descrizione estetico-culturale, diventa altresì acquisi-zione di un criterio periodizzante, di un canone di caratterizzazione storica per artisti degli ultimi anni del Novecento, distanti dagli sperimentalismi e dalle provocazioni delle avanguardie.
La curiosità intellettuale restituisce a Nazario Pardini in forme distaccate, criticamente ragionate, quell’affascinante ambiguità della vita per amore della quale si è accinto negli anni a un lavoro in versi appassionato, ricco di contributi e di una rara coerenza.

Mille vite

Come è pieno
quest’albero di suoni!
Mille vite
nascoste da foglie
gremite sui rami.
Sarà il freddo
a scoprire le penne,
a graffiare ricami
sul cielo
ormai innevato di candore.

(da L’ultimo respiro dei gerani, Lineacultura, 1997)

Il tempo

L’eternità dell’infinito azzanna
il mio pensiero di vivente. Attorno a me
la visione costante di cose fittizie
crea un ordine di tempo in cui s’incastra
il prima e il dopo della mia esistenza.
Non c’è via d’uscita da questa realtà
sempre mutevole verso una soglia
che vada oltre il presente. A volte
l’inganno dell’azzurro che tracima
o una qualunque bellezza che s’impenna
dovunque manifesti il suo potere
hanno la forza di darci l’oblio,
di azzerare quel senso dei limiti umani
fino a renderlo estraneo al contingente.
È allora che incoscienti confondiamo
la nostra vita in mezzo allo splendore
di un angolo che tanto rassomiglia
all’universo. Spersi, valicando i confini,
ci annulliamo, anche se solo un attimo,
in quella sfera che non tiene il tempo.
Diventiamo tasselli di un costrutto
che assorbe il tutto senza nessun limite.
È sufficiente il mare, il cui orizzonte
rapina; il cielo di una sera
quando dispone l’aria per la notte;
o uno squarcio di terra somigliante 
ad un mistero che ci fa nativi.
Ma poi ritorna il fiume, il maestrale,
l’onda rumorosa, lo stormire
di foglie che sanno d’autunno.
Allora l’anima quasi dimentica
di questo suo momento d’ebrietudine
ritorna alla coscienza del suo esistere.
Dopo la fuga si rifà tutt’uno
con quel corpo che sa tanto di mortale.

(da Di mare e di vita, Macabor Editore, 2017)

Non chiedermi

Non domandarmi cose a cui è impossibile
poter dare risposte; non ce n’è.
Che cade il sole oltre le colline,
che l’alba affaccia la sua veste chiara
di fanciulla novizia, o che la luna
gironzola nel cielo per gli amanti,
è cosa certa. Ne conosci le leggi.
Ma non chiedermi del mare e dei confini,
non chiedermi il perché noi siamo nati,
né perché questa morte ineluttabile
ci attenda fra le braccia. Io non so
che cosa vive in noi, quel mistero
che ci tiene nel pugno senza darci
motivo di speranza. Non chiedermi i perché
di questa vita tanto imperscrutabile,
di un cammino ridotto a brevi spazi,
di un sentimento che ci rende tristi,
di una solitudine che lega
il nostro magro essere all’esistere.
Non chiedermi perché davanti al mare
si soffre della nostra imperfezione,
di una indecifrata libertà
a cui invano aspiriamo, inappagati,
di non poter vedere fino in fondo
quell’isola lontana ed il suo approdo.
Ti posso dire solo delle cose
che mi sono vicine e che hanno un corpo,
ma non dei grandi spazi e dei tormenti
che provo innanzi a notti senza fine.
Nemmeno il gran segreto dell’amore
ti potrei svelare; all’improvviso
si impossessò di me; mi rese schiavo,  
mi tramutò l’immagine di un volto
in qualcosa di eccelso, sovrumano;
il reale non ebbe più la forza
di farmi ragionare. Tutto fu
esageratamente trasformato.
Ti posso solo dire dell’inquieto
mio essere. Del suo bramare invano;
del suo microscopico restare
davanti a un mondo che non ha ragione
di essere tanto immenso e così estraneo
al pensiero di un uomo troppo umano.

(da I dintorni della solitudine, Guido Miano editore, 2019)

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