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martedì 1 ottobre 2019

NAZARIO P. LEGGE: "AA. VV. DUECENTO ANNI D'INFINITO" DI C. BALDAZZI E M. POCHESCI



AA. VV. DUECENTO ANNI D’INFINITO
1819-2019
Poesia e pittura nel bicentenario
dell’idillio leopardiano
a cura di Cinzia Baldazzi e Maurizio Pochesci


Duecento anni d’infinito il titolo del libro in oggetto: un  vero ensemble di poeti e pittori che con la loro creatività, prendendo ispirazione dal capolavoro leopardiano, hanno dato luogo a poesie e immagini di notevole inventiva. Un risultato veramente ragguardevole. Cinzia Baldazzi e Maurizio Pochesci  si sono presi l’onore e l’ònere di organizzare il tutto e di portare a termine un’impresa letteraria di grande rilievo; questo ci scrive Cinzia nella mail con cui mi comunica l’evento: “Gentile professore, pochi mesi fa è stato pubblicato il libro “Duecento anni d’Infinito”, antologia da me curata per Intermedia Edizioni. Il volume è frutto di un “innamoramento” leopardiano risalente alla gioventù e che adesso trova uno dei tanti possibili compimenti. Nel bicentenario della composizione de L’infinito (1819-2019) ho chiesto a 47 poeti contemporanei di ispirarsi, con i loro versi, al testo leopardiano. Si sono poi aggiunti 14 pittori, ognuno con la propria interpretazione.
Ho curato il libro insieme a Maurizio Pochesci, aggiungendo un mio saggio critico e una cronologia essenziale. Ma il volume è soprattutto delle autrici e degli autori che vi hanno preso parte, rielaborando, ciascuno a proprio modo, le suggestioni del testo originario, rendendo così omaggio al canto leopardiano sulla pagina e sulla tela. Spero innanzitutto che il libro risulti di gradevole lettura…” (Cinzia Baldazzi). Una crestomazia di cospicua valenza artistica, che tutti dovrebbero avere negli scaffali della propria biblioteca, innanzitutto  perché aggiorna sulla  vita estetico-culturale contemporanea, poi perché fa piacere, veramente piacere, venire a contatto con tanti approfondimenti su un autore di cui, forse, non riusciremo mai a sapere tutto; infine perché leggere tanti stili assieme convogliati verso la potenza emotivo-esistenziale  dell’eterno recanatese significa respirare il bello, cosa magistrale in un mondo dove domina un materialismo invadente e oppressivo. Un bel volume, ben fatto e editato con gusto e professionalità da Intermedia Edizioni. Esteticamente valido per copertina (Maurizio Pochesci, Il tempo infinito, litografia, 2018), impaginazione, caratteri, quarta con notizie biografiche di Cinzia  Baldazzi e Maurizio Pochesci. Il volume inizia con una nota introduttiva dei due curatori, a seguire l’elenco dei poeti, dei pittori o fotografi, e quindi la poesia L’Infinito. Indicativa la Prefazione di Cinzia Baldazzi, dal titolo L’Infinito, scrittura del vento e della vita, che, profonda ed esegeticamente stimolante, ci fa da prodromica apertura ad un argomento che rafforza  le nostre conoscenze e stimola al piacere dell’arte; ne riportiamo un lacerto: “… Ma in Leopardi sono concrete folate ventose, fonte dunque di un indizio – di un sèma, suggerirebbe piuttosto il semiologo Luis Prieto – del rapporto tra esperienza e riflessione in progress: l’una indicata dal “colle”, della vista della “siepe”, lo “stormir” del “vento” tra le “piante” (vicende comuni o quotidiane); l’altra aperta in un dialogo tra i dati oggettivi e la  reattività personale, in un sentiero di stampo empirico, immersi in una ricerca priva di barriere non identificabili… Dinanzi agli ostacoli riscontrati, allora sarebbe bene rammentare l’invito della poetessa Margherita Guidacci, quando consigliava:

Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
come due specchi, svuotati d’ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta…

Nell’Infinito, il poeta allontana da sé hic et nunc di orientamento intimo, abbandona l’approccio diaristico e la confessione privata. “Un moto dell’anima allo stato puro”, precisa Fubini, privo di richiami alla dolorosa esistenza, reso oggettivo e potente dalla téchne  di una impegnativa prova  stilistica: nelle righe scandite dall’endecasillabo sciolto – ovvero non rimato– risaltano una varietà di figure retoriche e un’ampia gamma sintattica, aprendo così la strada, ricorda ancora Fubini, a un discorso significativo, a un andamento  ritmico asimmetrico, specifico e alternativo, di certo non inferiore a quello affermato nelle cosiddette “canzoni della maturità””… e conclude: “… nell’Infinito leopardiano, superiamo la nostra solitudine, e il rumore delle fronde diffuso un po’ ovunque – suono riconoscibile, voce umana è all’altezza di condurre tutti noi a pochi passi dallo spazio-tempo sterminato.”. Un saggio di portata epistemologica, da consultare per approfondimenti contenutistico-formali negli studi leopardiani; per riferimenti retorici figurativi afferenti allo stile del recanatese. Tante sarebbero le poesie da citare, i versi da riportare per una obiettiva ricostruzione filologica; “C’è ovviamente – scrive ancora la Baldazzi – un vasto assortimento: brani rimati, endecasillabi sciolti, verso libero, rinvii alla figura del Poeta e alla sua vita, accenni ad altre poesie, a volte anche ironia…”. Sì, tanti sarebbero i versi da citare, e non me ne vogliano coloro che non rientrano in questa narrazione, pur abili tutti nel proporre, con affiancamento di ispirazione emotiva, brani attinenti alla immersione esistenziale di Leopardi, nei quali allunghi sinestetico-allusivi o scarti di personale metaforicità potenziano il tessuto versificatorio. Mi limiterò  a riportare quelli di Tabor di Antonio Damiano,  psicologicamente emblematici, rivolti a “quel placido mare,/ove un giorno ti arrise l’eterno”, molto vicini, nello spirito, a “E il naufragar m’è dolce in questo mare.”:

(…)
E sgorgava dall’anima il canto di chi mesto
lasciava la riva tra inganni e lento morire,
per svanire in quel placido mare,
ove un giorno ti arrise l’eterno.

O a quelli di Lorenzo Spurio in L’àncora dei miei pensieri
a Giacomo Leopardi:

(…)
cerco senza tregua: è il vento
che rincresce l’oltre che si staglia
mentre, scorato a perlustrare,
indosso foglie della campagna
che stringe l’àncora dei miei pensieri.

Forse in queste poesie, come nell’empito meditativo di Io come un naufrago di Sandro Angelucci, più che negli altri componimenti, risalta con nettezza lo scavo psicologico che tanto sa di travaglio eistenziale. Angelucci, col suo stile ben identificabile per articolazione euritmica e intensità riflessiva, riesce a trasferire il suo patema di germogli e radici in un campo semantico-significante di stampo splenetico; in una oggettivazione di estrema pluralivocità umana in bilico tra realtà e occhio dell’eterno:

La vita è un’altra cosa,
mi sono detto,
altro il suo ritmo
altro dell’iride il pulsare
nell’occhio dell’eterno
(…)
Perché c’è un’altra terra
per le mie radici
e un altro cielo
per i miei germogli.
   
Centoquattro le composizioni dei poeti prescelti, e quattordici le realizzazioni pittorico-fotografiche, qui riportate. Credo sia opportuno, a questo punto, citare queste ultime contraddistinte da: simbolismo cromatico,  concretizzazione e originalità interpretativo-rielaborativa: Tramonto sull’ermo colle, di Mariarosaria Abbate; Il mare che avanza, di  Rossana Bartolozzi; Infinito, di Giampaolo Berto; Interminati spazi, di Donatella Calì; Aperti al vento… notturno, di Mauro Camponeschi; Amore infinito, di Alessandra De Michele; L’infinito dell’arte, di Cesare Esposito; Itinerari dell’animo, di Luciano Fabbrizio; Il dentro dal di fuori, di Patrik Passini; Osservando l’ermo colle, di Simona Picone; Riposa sul fondo (Il naufragar m’è dolce in questo mare), di Flavia Polverini; Ninfee, di Marisa Tafi; e Arabeschi infiniti, di Luciana Zaccarini.
Il libro si chiude con l’ultima voce poetica, quella di Daniela Vigliano, che, con il verso conclusivo, tocca uno dei dilemmi  più vicini al vivere dell’uomo contemporaneo:

(…)
Così, ogni giorno
c’è chi combatte
una battaglia già persa
e cede il passo
alla notte del suo domani.

A  voi la lettura, dacché il compito del critico è quello di introdurre, di avviare e non di rivelare.  

Nazario Pardini

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