Pagine

mercoledì 11 dicembre 2019

PATRIZIA STEFANELLI LEGGE: "I DINTORNI DELLA SOLITUDINE" DI NAZARIO P.


 Epistola d’inverno II

Patrizia Stefanelli,
collaboratrice di Lèucade

Ora ti scrivo. Di nuovo è quasi inverno e qui, dal ponte della mia finestra sulla valle, intuisco dintorni di solitudine. Il noce ha perso le foglie… vorrei fermare questi pensieri decadenti, come le foglie. Con tutto quello che accade nel mondo ben altre sono le solitudini, lo so, ma la natura è una grande insegnante e ci dice che è così che va, che tutto va, oltre la morte, nel rinnovamento. Forse, anche il fare crudele degli uomini, fatti a Sua immagine e somiglianza, forse anche quello è giusto? La legge del più forte non cede a compromessi? Resterà ciò che vale? È il tardo autunno ma in queste terre dell’Agro Pontino esso è una bolla d’aria che resta sospesa, in attesa… Non voglio cercare parole giuste, non credo siano necessarie affinché tu mi comprenda dacché già lo fai.
Il giallo caldo della copertina del tuo libro, a me daccanto, ha lo stesso colore di quelle foglie del noce cadute sul terrazzo. Sì, ci ritorno. Tu sei albero e in caduta dai tuoi rami sta la parola del sentimento. Ma non il sentimento nell’accezione vaga che ormai gli si attribuisce, ma in quella di “senso” così com’era nelle antiche dizioni poetiche. In questo modo la tua poesia mi trapassa; la sorseggio con un caffè alle sei del mattino; nel fondo della tazzina i residui hanno disegnato un cuore
Qualcosa vorrà dire? Resto alla Domanda, la lascio a decantare fino alla trasparenza.










Distinguo i dintorni della solitudine

L’ultimo autunno che vivremo assieme/sarà per impolparci dei colori/della nostra stagione. Verrà il mare (…)
Il mare radice materna e suo simbolo per eccellenza è anche archetipo della coscienza, pertanto immagine positiva e negativa al tempo stesso. Con questi straordinari versi sembra chiudersi un ciclo stagionale mentre il Poeta si apre alla consapevolezza di un nuovo evento: Sarà bello abbracciarsi; sarà di nuovo bello/confondersi coi lampi di una fine, /come lo era, /coi fremiti nascenti delle fronde. (L’ultimo autunno).
L’uomo-albero conosce il valore della vita e del fremito che ne anima il compiersi; usa il modo verbale non finito del participio presente per suggerirne il movimento, la qualità della sua evoluzione nel gesto espressivo del correlativo oggettivo.  Se, come diceva Paul Valery, il primo verso lo dà Iddio, in questa poesia Egli ha versato l’ultimo.
E diventa uomo-mare Nazario Pardini, con la sua voce d’acqua, nell’opera che ha per titolo La solitudine del mare, a bramare la riva e le luci di Natale quando nessuno, a parte qualche innamorato, lo cerca nel suo inverno. È chiaro quanto e come le trasposizioni d’immagini interiori, sostanzino la sfera lirica annullando ogni distanza tra l’uomo e il mondo. Che altro dovrebbe fare una poesia per Essere? Nulla, credo, oltre il dasein.
Bianchi, bigi, rossi, sopra il tetto/si assiepano, la testa fra le piume, /a tu per tu col vento. Sono liberi./Appena il sole sbuca da levante/scuotono il manto e volano decisi/sui campi a becchicchiare qualche seme.
In questi versi, di sintassi chiara e pulita, c’è la forza di una profonda riflessione ontologica: il piccione è quel che è, non si chiede cosa fare, non ricerca fama o fortuna, vive, si nutre e muore così come deve essere, libero dallo gnommero gaddiano proprio dell’esistenza umana. E ancora, si evince bene dalla poesia, quanto il Pardini dia rilievo al concetto di “libertà” insito anche nell’idea della morte ordinatrice di tutte le cose: (…) E poi la morte. Dove andranno a morire/ quando la sorte tocca?/Non ce n’è traccia. Sarà forse il destino/a riservare loro un angolino?( Piccioni). Un angolino come quello che occorre riservare a un Poeta quando l’ombra indicherà la sua sorgente di luce. Gli uomini passano ma la loro arte e il pensiero filosofico che la permea non passeranno; saranno faro che tanto ci dice /dell’umana portata degli umani, nella continua ricerca di una verità. Una portata che termina sul confine delle consuetudini e delle certezze per aprirsi al desiderio di un ultimo infinito intuìto laddove nessuno vede.
Ogni cosa parla al Nostro Poeta di cui in corsivo riporto i versi, e diventa il Poeta e i suoi ricordi: Il Falcione che aveva avuto mani amate per sostegno; il brandello della giacca in velluto profumata di paterna e fraterna memoria. (…) Era l’unico a farmi ritornare/col profumo intenso di velluto/a tutto il mio vissuto. Mi parlava. (La giacca).
In questa silloge, più che in altre, gli oggetti parlano al poeta, sono vivi e pregni di un passato da raccontare, antropomorfi e con intenti allegorici. Essi sembrano avere una propria vita. Come non ripensare a Marcel Proust nella sua ricerca della felicità perduta quando ci dice: “Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati nel tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata…” Ecco, questa è la meraviglia del risveglio di sensazioni tanto vive da essere reali in versi di alta significazione che tanto dicono dell’Uomo venuto dalla sua memoria.
La poesia di Nazario Pardini, senza dubbio una poesia molto ispirata e di mestiere, chiede all’endecasillabo (spesso declinato nella sua solennità in “a maiore” non disgiunto da anisosillabismo quando occorre) di alludere senza svelare, evocare senza scoprire, incantare senza stravolgere, portandoci nel suo mondo passando per il nostro, facendoci cogliere le corrispondenze e la Bellezza comune donando i suoi occhi e la sua voce a ogni oggetto di cui traccia la storia: Sono un aratro stanco/ malandato, /ma più delle ferite corporali/mi dolgono i risvolti della vita:/questa fine tra aggeggi logorati, /fra attrezzi arrugginiti dall’età.
La sensazione straniante che chiamo “deserto del sublime” mi arriva fortemente leggendo In una immensità che ti rapina (stesso titolo di un’altra poesia). È una lirica magnifica. Ecco, sono fuori da ogni ingranaggio di pensiero. Quel fiume, di cui il Poeta ci parla con alta condensazione emotiva, è madre e padre, desiderio di ritorno, genesi: (…) Verserai / il tuo letto nei campi per disperdere/ memorie ormai sfuocate; per concederti/ a quella terra a cui donasti il sangue (…). I versi sdruccioli portano all’estremo il significato del corpo poetico incarnando un ritmo fatto di “crescendo”, cuore pulsante della lirica. Armonia e prosodia sono parte del contenuto così come le figure di pensiero sempre molto incisive riposte quasi per caso tra le strofe come la camelia di fine verso: (…) Corri, corri, /vento selvaggio, corri a perdifiato/fino a incontrare il volto di colei/che chiese al tempo di volgersi in camelia (…). (Scoprimmo).
Tra gli effluvi malinconici delle anafore, nell’accorato imperativo-preghiera rivolto al vento, s’intravedono possibilità di senso. Una camelia è simbolo d’amore, del grande sacrificio fatto per amore, di carattere forte e solido. Essa si stacca dal ramo conservando fino alla fine la sua Bellezza fino a fermare il tempo nella vivezza del colore. È un amore di terra e grano col rosso dei papaveri a far sangue. Visioni drammatiche perché alla dolcezza di immagini come i candidi piedi nudi, segue la crudezza di un fiore strappato, di uno stretto piano sul quale brancoliamo nella nebbia col desiderio di conoscere quella fine del mondo alla quale anela chi cura fino in fondo un grande sentimento.
Il desiderio del limite e l’intuizione del Mistero intessono la poetica equorea di Nazario Pardini. La realtà della sua Isola è uno degli aspetti fondamentali così come l’al-di-là da questa; ogni al-di-là che ne dispiega i dintorni fino ai confini che destano dubbi umanamente irrisolvibili e domande senza risposte:
(…) Tutto è deserto. Solo le criniere/che svolazzano al vento come i panni/stesi ad asciugare da mia madre./Come farò a dirglielo al mio babbo/se mi tornasse in sogno questa notte. (Disatteso). Nazario Pardini parla spesso di suo padre e di sua madre, e ci commuove. Loro sono in lui, nella sua malinconia, a dare corpo al sogno di un campo disatteso e di una vigna in cui da bambino succhiava acini d’uva bianca mentre la mamma stendeva panni al sole. Suo padre sorrideva sornione, lo abbracciava. Ora in quel campo ci sono cavalli. Tutto si confonde, sogno e realtà si portano ai ricordi svegliando nostalgie necessarie, siamo grandi e siamo bambini: è il gioco della vita/ che se ti lascia tu ti trovi solo/senza saper perché ti sia sfuggita/quella spiaggia su cui/ti sei giocato il mare. (Giocarsi il mare). Torna il mare col suo ritmo, a slargargli sempre il cuore là dove con Delia si cullava nell’amore, in una sensuale poesia dai toni caldi in cui il paesaggio danza insieme ai sensi che vanno Verso la foce.
  Tutta un’esistenza passa dai versi di questa bellissima e corposa silloge. Non può sfuggire a me, teatrante, la certezza che la finzione non falsa la recita. Sul palcoscenico della vita siamo la nostra maschera, la persona che rivive nel personaggio, attenta al movimento, allo sguardo, al sangue che batte sulle tempie l’istante. (…) vivi l’attimo/non ti chiedere altro; non pensare/alla miseria umana, al suo degrado,/ fingi che il momento sia per sempre. /È l’unico sistema per fregare/lo scettro imperituro della sorte. (La Poesia si scrive).
È tardi, caro professore del treno (della poesia Il treno corre), sì, dico proprio a lei. Il sole è ormai alto e il tempo per la lettura è finito. Lei per me è reale, le sue parole la inverano al mio sentire perché il nostro ruolo ci impersona; lei, che ha da spiegare all’università la rivoluzione,/Quella francese, la grande;/ quella che ha cambiato il mondo intero, guarda teneramente la figliola di fronte cogli occhi lucidi e generosi di una lirica del Pardini. Sa, siamo tutti spettatori e attori al tempo stesso e quando si chiude il nostro sipario, ci apriamo al paradosso del sentimento reale.
 E anche tu, Storia, anche tu sei un personaggio, un’invenzione e come Poesia tenterai l’approccio all’eternità. Taci, non chiedere a Leonida se ha pentimento per quei 300 sacrifici. Non sarà sempre uguale il tuo pensiero che si declina sempre al presente. Lo cambierai secondo il punto di vista e le tue scoperte. Scire nefas.
Poesia, non sapevo del muro della tenebra più nera; tra i versi del Nostro Poeta la Luce mi era apparsa subito come un’epifania. Tu l’hai condotto là da dove io già lo credevo, e seguirò la mappa che ha tracciato, per il mio cammino. Tenterò. Non vedrò la casa stretta delle mie memorie, e mia madre non mi attendeva/ con in mano le vesti fresche e nuove/da porgermi al ritorno dalla scuola. Cammino guardando avanti e cerco tra i rovi dolci sembianze e le trovo nella sincera amicizia, in questo istante in cui una voce di bimba mi chiama. E vado. Verso la luce.
Grazie, Nazario, per il magnifico dono del tuo libro che mi ha dato tanto di te e di me. Come sempre.

Con affetto e stima. 
Patrizia


Nessun commento:

Posta un commento