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lunedì 8 giugno 2020

MARIA RIZZI LEGGE: "LA STANZA ALTA DELL'ATTESA" DI M. LUISA DANIELE TOFFANIN


LA STANZA ALTA DELL’ATTESA
Tra mito e storia

Maria Rizzi,
collaboratrice di Lèucade
Il romanzo in versi “La stanza alta dell’attesa” - Valentina Editrice -, di Maria Luisa Daniele Toffanin è un’elegia dei ricordi, intesi come storia
e come rappresentazione di una realtà, che ha coinvolto una famiglia, una comunità e un’epoca in forma quasi di incantesimo.
Lo definisco ‘romanzo in versi’, non solo perché l’Autrice inserisce brani di prosa, ma per il carattere del testo, che conserva sempre la liricità della poesia. Maria Luisa mi ha già stupito con la sua capacità di conservare ritmo e musicalità anche nella narrazione pura e non si smentisce certo in quest’Opera, che si potrebbe definire interamente avvolta da un’onda di armonia dolcissima.
L’ottimo prefatore Stefano Valentini afferma che la stanza alta che dà il titolo al libro diviene ‘trasfigurazione di un intero microcosmo, di un’epoca trascorsa in luoghi magici’ e dà la migliore spiegazione al sottotitolo, ovvero al riferimento al mito. L’Autrice, infatti, rende il suo cantico intriso di archetipica sacralità.
Leggendola ho avuto la certezza che considera il passato il pozzo dal quale attingere linfa vitale per il presente, che in ogni condizione, rappresenta un dono, e per il futuro, che inevitabilmente, ha carattere di mistero.
La stanza alta è il luogo in cui Maria Luisa è nata, ‘nel letto grande ove si compie il rito dell’amore, nasce la vita nuova e l’ultimo respiro si spegne’,
il grembo del grembo materno, della mamma Lia, che spira sullo stesso letto, chiudendo un cerchio dell’esistenza, in quella che l’Autrice definisce ‘una dimensione quasi estetica’, visto che è circondata dagli affetti più cari.
Altro ventre materno della nostra sublime Poetessa è la città di Padova,
radice e luogo dove la portano i sogni, i dolori, le grandi emozioni.
“Mia città dell’utopia
  mondo limpido di gente fida” - tratti da “Padova”
Nel suo viaggio a ritroso nei territori della memoria Maria Luisa dedica versi cesellati ai genitori, alle storie d’amore vissute con entrambi: intensa,
quasi simbiotica quella con la madre, densa di pathos, di attesa quella con il padre Gino, combattente nel secondo conflitto, internato nel campo di Benjaminov  e identificato con il numero 5437. Il ritorno del genitore  rappresenta per la famiglia e per la piccola Autrice un periodo di sofferenza intensa, di scoperta degli effetti post - traumatici della guerra e soprattutto della segregazione, che il padre supera grazie alla forza d’animo e al rapporto con gli amici che condividono la sua esperienza - cito tra i tanti Giovannino Guareschi con il suo “Diario clandestino”, indimenticabile nella determinazione di asserire quanto la libertà di pensiero possa superare le recinzioni di filo elettrificato e la violenza continua alla dignità -.
Gli affetti in questo sublime romanzo in versi hanno valore fondamentale.
E le tematica dell’assenza e dell’attesa si potrebbero definire il fulcro dell’intero testo. L’assenza del padre nel mondo onirico - fiabesco dell’infanzia di Maria Luisa si dilata, diviene concetto privo di confini.
Ella ci conduce a passo di valzer, tramite il suo verseggiare e le sue parole
calde e incredibilmente lievi, nei giorni del ritorno di Gino, dell’uomo che
la intimidisce e la affascina, ma riconosce altro da sé.
“Un cerchio rosso sulla mano infante
  della tua prima sigaretta a casa
  tremore delle tue dita per me
  ancora schiva della tua presenza” - tratti da “La grande attesa”
E l’Attesa diviene l’argomento - chiave della seconda parte dell’Opera.
L’Autrice asserisce che “è il ritmo che cadenza la vita e la natura dell’uomo” e lo dimostra con una serie di liriche dedicate allo stesso argomento: “Parva attesa”; “L’attesa innocente”; “L’attesa della vita e della morte”; “L’attesa”; “L’attesa del presepe”; La mia casa vibrante d’attesa” , che si configurano come una permanente ricerca nei meandri del passato, un picchiare, uno scavare incessante. Si tratta di un procedere lontano da effetti calcolati, da qualsiasi ‘trucco’, dettato esclusivamente dall’ispirazione. E quale voce può permettersi di viaggiare su un simile registro se non quella di una Poetessa dalla purezza incandescente?
Il viaggio nel tempo che Maria Luisa compie vede la saudade divenire cosa viva, pulsante. Si tratta di una nostalgica malinconia fatta di luce, i versi sembrano nodi intagliati nel corpo dell’Autrice e nei nostri; si tratta di posti nei quali il sangue non può fare a meno di correre all’indietro
“ Era un ritorno ai luoghi della guerra
   per me quasi felici, sempre in compagnia
   col cane lupo a scoprire insieme
   la campagna infinita magia” - tratti da “Le recite”
Sembra inevitabile che la terza parte del romanzo in versi si intitoli “Luoghi - persone”. L’Opera è la dimostrazione che le cose continuano a esistere fin quando qualcuno le ricorda. E che la famiglia, oltre a rappresentare un grappolo di affetti è il luogo dove si conservano tutte le memorie.
“Ci sono luoghi sempre
  che per un odore un suono un colore
  un’analogia ontologica
  richiamano altri luoghi” -  tratti da  “Luoghi”
Nella quarta parte del testo, intitolata “Giochi e stupori” il mito diviene protagonista. Si tratta della narrazione, condita degli aspetti fantastici tipici dell’infanzia e della fanciullezza, delle ‘giostre dei sogni’; del Prato della Valle - simbolo dell’identità patavina e secondo solo alla Piazza Rossa di
Mosca -; di ‘corde slanci corse / scaloni e moscacieca”; del fuoco ardente dell’amicizia ‘intrisa di proibito’ e di molti altri tòpoi  ricorrenti nel cielo
perfetto dell’alba della vita.
La voce dell’Autrice non si rompe mai sulle onde dei versi, fronteggia il
dolore delle storie perdute con cifra stilistica superba …talvolta siamo noi lettori a salire sulle montagne russe di un singhiozzo.
Il Professor Nazario Pardini, che accoglie Maria Luisa e la sottoscritta nel
prestigioso blog “Alla volta di Leucade”, nelle sue note critiche  precisa che l’Opera rappresenta un prosimetro, ovvero un genere letterario consistente in un ‘equilibrato connubio di prosa e poesia’, che fu caro ai grandi della letteratura come Dante, Boccaccio, Dino Campana e altri.
Conosco questo genere, ma sin dalle prime letture ho pensato a un romanzo in versi, a un continuum di lirismo in poesia e parole, che conduce in una straordinaria avventura attraverso le stanze dei ricordi di Maria Luisa. Da lettrice testarda e ammirata, che non ha potenziale di critico letterario, mi sono inchinata di fronte alla consueta capacità esegetica del maestro Nazario, ma ho perseverato, certa che sia lui che l’Autrice avrebbero saputo perdonarmi.
Esco da quest’avventura memorabile con la certezza che alcuni Artisti custodiscono un dono del quale forse sono inconsapevoli: offrono la chiave di lettura delle vite di tanti attraverso il coraggio della propria
storia.

Maria Rizzi
 

NOTE CRITICHE
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IN DIRETTA DALLA RAI: REINVENTIAMO L’ORA, INSIEME NELLE CAMICIE!




Inventiva, creatività, fantasia, realtà sono gli ingredienti della versatilità eclettica di una autrice che fa delle sue doti scritturali la via della narrazione; di quella sana, buona, fluente, personale che dal particolare riesce ad elevarsi alle soglie dello spirito universale. Le parole corrono snelle e significanti in una stesura che risente della vocazione al verso; alla musicalità, al ritmo, alla melodia, tanto che non noterete grande differenza tra queste stesure prosodiche e la euritmia grammaticale che caratterizza la poetica di Maria Luisa.  Un vero susseguirsi di messaggi personali che con il loro fresco dire ci avvincono e ci convincono. A voi la lettura... Nazario Pardini


Carissimo Nazario, quando leggo le tue note critiche mi commuovo sempre perché sento nelle tue parole essenziali, fluide e agili la cultura e la competenza di una vita, insieme a tutta la tua umanità che le rende autentiche. Proprio di chi conosce l’anima dell’autore, in questo caso la mia. Affermo che la tua presenza nella mia poesia è preziosa e mi dà conforto, rassicurazione, invito a procedere: è la voce di un grande amico.

E così mi preme raccontare a Nazario, che ospita i racconti nel suo blog “Alla volta di Leucade”, e alle amiche del ferro da stiro e magari anche della scrittura, come sono nati. È quando improvvisamente ti trovi di fronte ad una realtà che non ti aspettavi di vivere, con un mutamento radicale del tuo ritmo del tempo in una dimensione misteriosa della vita in cui tutte le tue certezze svaniscono e si sovrappone la forza opprimente della fragilità del presente e del futuro. E di questo non senti protagonista solo te stessa ma in te stessa tutta la tua famiglia e soprattutto i tuoi nipoti a cui viene rubata la bella musica che ha la quotidianità. Avverti allora la tua e la loro dimensione simile a quella di esili foglie al vento, un vento inquietante, virale, fatto di numeri scanditi, ribaditi con un ritmo ossessionante. È l’ora di perlustrare dentro di te per cercare altre risorse e sollevarti in attimi di volo ritrovando la gloria della fantasia e della memoria. La memoria per rivivere momenti del passato, il tuo vissuto che l’usurpatore non può toglierti; la fantasia per realizzare nuovi prodigi.
E così apri la finestra al prima remoto e ti arrivano lontani la voce del mare, il fischio del trenino sospeso tra terra e cielo e d’incanto ti ritrovi nel parco delle Cinque Terre, su al castello di Riomaggiore. Ecco Graziella Corsinovi, Sirio Guerrieri, protagonisti della presentazione di Iter Ligure, presenti l’autrice ma anche Giulia, Massimo, Marco, Stefania, Cristiana e tanti tanti altri insieme nella bellezza del paesaggio, dell’amicizia e della poesia. Che giorni o vita mia!



Si può utilizzare però anche la risorsa della fantasia, grande carica esplosiva, che ti incita a inventare cose nuove, ad aprirti verso nuovi orizzonti. E per questo non devo andare tanto lontano. Mi soccorre un libro dei miei sette anni (ahahah): il mio amico Robinson che eternamente cito, soprattutto la pagina del suo bilancio, quando è l’unico naufrago sull’isola deserta, di cui trattengo una sola parola: reinventare. Soluzione valida da proporre a se stessi e magari anche ai propri alunni per superare momenti difficili. E ripenso pure al poeta coreano Ko Un con La Strada, che ci sprona a procedere nella vita ricreando giorno per giorno la nostra strada.  
La strada non c’è. // Da qui in poi, speranza. / Mi manca il respiro, / da qui in poi, speranza. / Se la strada non c’è, / la costruisco mentre procedo. / Da qui in poi, storia. / Storia non come passato, / ma come tutto ciò che è. / Dal futuro, / dai suoi pericoli, / alla mia vita presente, / fino all’ignoto che segue, / all’oscurità che segue. / Oscurità / è solo assenza di luce. / Da qui in poi, speranza. / La strada non c’è. / Perciò / la costruisco mentre procedo. / Ecco la strada. / Ecco la strada, e porta con sé, impeccabili, / innumerevoli domani.
Comincio allora col reinventare le azioni quotidiane: oggi tocca stirare, caricando i gesti più umili e semplici di un significato particolare  grazie alla forza creativa della fantasia. Così scrivere e stirare insieme sarà il motivo conduttore dei miei quattro racconti brevi settimanali purtroppo interrotti da un piede canaglia che mi ha tolto questo appuntamento col ferro da stiro, ma ringraziando il cielo, non mi ha sottratto il conforto di scrivere, di fissare anche questo tempo che non avrei mai immaginato di vivere. Mi sembra di essere, in questa specie di limbo, come la suonatrice di mandolino che attende la nota giusta, ovvero l’ispirazione, per dar vita ad una musica inedita.


Essere non essere, stirare non stirare: questo è il dilemma. Non so cosa serva poi questa citazione dotta, forse per non perdere nel quotidiano, la mobilità della mente culturale. Il pensiero scantona, la volontà freme. Allora attacco la sonata e comincio con la camicia a righe, poi a quadretti, seguendo le linee così dritte, le trame ben inserite, il tutto così diverso da questo tessuto umano segnato da improvvisi obliqui spazi disorientanti. La vita non è quindi uniforme ma ugualmente occorre avere sempre dignità: una camicia ben stirata. E fra il vapore penso a mio padre che in quanto a dignità la sapeva lunga e cuciva cuciva le mostrine militari sulle divise consumate, aggiustava bottoni, perfino le scarpe, là a Benjaminow, per non perdere la propria dignità e quella dei compagni ufficiali. E scivolando veloce sul tessuto, ormai ho preso la carica dei 101, penso a Levi che si lavava al mattino con l’acqua mista a sabbia e terra per ripetere i riti del giorno. Allora rincuorata onoro l’ora pensando a mia madre che diceva che non occorre stirare tanto: bastavano collo e polsi, non perché credesse nell’immagine, piuttosto nella sostanza. Lei credeva nelle cose essenziali perché si era fatta una guerra con lo sposo internato, la madre e la zia anziane sulle sue spalle e per mano una bimba piccina. Precedentemente aveva conosciuto di striscio la Spagnola e più tardi aveva profondamente sofferto la perdita del padre ancora giovane. Quindi una volta reduci da questa guerra, dovremo tendere all’essenziale per riscoprire il senso vero della vita che è racchiuso in altre piccole cose. E sono già arrivata alle lenzuola e mi chiedo allora a che serva stirarle? Ma poi ripenso che così il sonno sarà orlato di bei fiori ben riassettati e il riposo più sereno. Stiro però sinteticamente, ormai alla fine del mio lavoro. Ci sono ora i pigiami: potrei piegarli e nulla più. Diceva però mia madre che, quando si va a letto, bisogna essere in ordine perché qualsiasi cosa di inatteso possa succedere, noi dobbiamo avere sempre la nostra dignità. E così stirando e ripassando altri pensieri, ho ridato al momento faticoso una forma d’arte creativa come omaggio alla vita. E Robinson ha sempre ragione: ogni ora del giorno è da reinventare, scoprendone il senso più profondo, soprattutto in questo nostro internamento.

IN DIRETTA DALLA RAI: REINVENTIAMO L’ORA! INSIEME NELLE CAMICIE – 14 aprile 2020
Quale dilemma scegliere ora? Nessuno, basta riportare la voce di Robinson che insegna a reinventare il giorno nell’isola deserta. E così senza ascoltare i bravi che dicono che non s’ha da fare, io procedo con le camicie da stirare. E, tacca banda, non solo pensando al collo e ai polsi, cara mamma, ma anche alle maniche. In questi giorni è più caldo e si può stare più liberi senza pullover e, sempre per la dignità, ben stirati. Per farmi coraggio nell’ardua impresa, oggi sono proprio tante, siamo proprio masochisti, col pensier mi fingo fra voi cenacoline, con il ferro in mano tutte insieme con movimenti eleganti e con lo stesso ritmo. Una visione dell’insieme che mi ricorda altre: sul campo davanti a casa, donne, tante, a gruppi piegate a raccogliere tarassaco, con ritmi larghi della mano, con uguali piegamenti, come un quadro d’altri tempi. L’insieme è tutto da scoprire: è l’armonia umana tradotta in gesti e il mio dottore, caro amico Ermanno, diceva che andare a pissacani coi capelli al vento faceva molto bene e toglieva ogni irritazione. E stirando più veloce, aumentato il vapore, altre visioni d’insieme sorgono, come rituali incontrati in una stanza prospiciente all’aia in una casa della campagna veneta: qui tante donne facevano merletti a fusello con il tombolo come a Burano, sempre con armonia di movimenti e intenti. Lì acquistai delle opere d’arte,


incastro della mia tovaglia di bisso più bella, usata nei battesimi, nelle comunioni, nelle solennità della famiglia. Ancora una volta la vita si fa arte e io di pensiero in pensiero, di quadro in quadro, son quasi giunta alla fine ma mi rimane quel centrotavola a stelle tutte all’uncinetto di cotone bianco e mille trafori in mezzo, opera della nonna Pina, che devo onorare. Qui l’amore per noi tre nipoti femmine ancora vince la morte e lei rimane accanto a noi prona sul letto a cucire le stelle maggiori e minori come in un cielo splendente agostano. L’insieme è manufatto di una sola persona mai sola, sempre accompagnata dal rosario doloroso, anche allora nella Settimana Santa. E candido splende il copriletto che rimane insieme memoria d’operosità, grazia, affetto, bellezza.
Ecco, non trovo le lenzuola. Ah bene, sono fuori al vento. Sarà lui a stirarle, a riassettare i fiori per un prato fiorito nella notte. Anche qui è un insieme che crea un tutto armonioso. E penso a mia madre che, anche se stirava l’essenziale, era l’armonia della casa e proprio della Settimana Santa ne era la vestale. Ormai senza accorgermi ho ingentilito con un colpo di ferro anche i ruvidi asciugamani di spugna rileggendo col pensiero le pagine del nostro tempo pasquale. E così concludo in gloria perché ripassare i ricordi buoni in questo vento virale, lo dicono anche per tutti i quattro cantoni telematici gli stregoni della psiche, infonde pace dentro e ridona pure vigore. Così sia per me, per tutte voi, amiche care.

IN DIRETTA DALLA RAI: REINVENTIAMO L’ORA! CAMICIE MUSICANTI – 21 aprile 2020
Mattina di camicie musicanti al suono di un’antica filastrocca ripescata da un album segreto di ricordi e compagna delle ore d’oggi: la vispa Teresa avea fra l’erbetta al volo sorpresa gentil farfalletta e tutta giuliva… Al ritmo come a un refrain si muove il ferro sulle camicie, punizione questa per noi nati come le uova, in camicia, non però con la camicia. Così vestiti infatti, pur con cravatta e abito da ufficio direttivo, mio marito e il padre prima, ritornati a casa vangavano, zappavano la terra dell’orto sempre come antichi cincinnati. Quando il DNA è sbagliato non c’è niente da fare ed io, come un’oca giuliva, poi li seguivo nel ruolo docente così bardata tanto che ero soprannominata “la prof. in camicia”. Seguendo il pensiero e la mano e il ritmo interiore, individuo il motivo di questa sortita musicale: una farfalla gialla riflessa sulla vetrata aperta sul giardino pure con fiori di contorno, rosate azalee, un’aquilegia blu e gentili veroniche nel sottobosco… Che fortuna, mi dico, che questo pezzo di verde mi entri anche in casa fino all’asse da stiro e mi dia un senso di libertà, purezza, respiro come se il vampiro usurpatore non avesse messo mani e piedi nelle nostre vite! E nel canto interiore, nell’immagine della vispa Teresa s’insinua il sibilo del vapore del ferro-amico che mi ricorda di non perdere la testa: «Le stoffe, mi dice sbuffando, hanno suoni diversi, più ruvidi, più teneri, quindi bisognosi di calore e mano adeguata». In effetti è sapienza antica questa: i tessuti più faticosi, suono di carta stropicciata, si rivelano malleabili, morbidi. Quelli rosei invece, teneri come il suono di una piuma, si mostrano pieni di anfratti, di pieghe infinite da decifrare come l’animo umano sempre da rileggere per i misteri che può svelare. E così ricuperata la storia dei tessuti, altro suono s’insinua in questa strana mattina, nel vento che si leva più forte fra le fronde: è il suono del treno lontano che pure nella notte, in un’areata congiunzione, si posa sul davanzale vivo presente: è il treno della vita che passa ignaro del dove e del quando fermarsi per sempre. Ma a questa metafora dolorosa risponde un altro fischio
rimbalzante nell’anima: il fischio del treno alle Giarre, annunciato da molto lontano, atteso da noi, Valeria, io ed i bambini. Quando passava era tutto un saluto di mani bandierine, uno spettacolo di vita unico, emozionante, ora quasi una nostalgia. Ma ci sta anche quella, ammorbidisce il cuore. Lo diciamo sempre che è ristoro il ricordo dell’avuto, conquistato con fatica ma non assaporato fino in fondo, negato come nostalgia da quei quattro stregoni della psiche che propongono nuove proposte per cambiare il tutto salvandosi. Ma A ciascuno il suo, Sciascia, è vissuto da ricuperare come linfa per il futuro. E l’ampiezza della campagna veneta, quel suono insieme magico per noi allora giovani, mi richiama altro paesaggio, altra Voce che sublime si leva: a Milano, nell’anfiteatro di guglie eterne, Bocelli solo nella pienezza immensa delle
nostre anime strette dal suo spiritual, dilata spazio e tempo ai campi di cotone neniati dai negri, fino all’universo intero. Canto che univa, unisce come una preghiera in una distesa illimitata di speranza, conforto, attesa. Quale emozione nuova Dio ci doni in questa ora magra! E dando gli ultimi colpi di ferro più leggeri, penso a quando Giulia suona Chopin e sento allora le note del suo pianoforte che si espandono fino a casa nostra: un modo altro di stare insieme e di parlarci. E nella musica armoniosa e gentile c’è tutto il suo mondo di attese tradite che vorrebbe vivere, riavere. Ma poi le nostre parole al telefono colmano, a mo’ degli stregoni della psiche, i vuoti con ponti di fede, di progetti, come nell’attesa dell’Evento quando ci cantavamo, sempre al telefono, i canti di Natale: era uno stare insieme nella gioia del momento. Beata attesa, beata nostalgia che donano vita a nuovi virgulti e speranza, così ora si abitano le terrazze piene di canto, del suono dei violini, delle campane tutte distese per sentirci più umani, più vicini. Ma io vado via di testa con questo ferro ancora in mano mentre il vento sale e alza rumori di bufera. Basta, stacco… che gioia! Posso raccontare dei suoni che mi hanno occupato l’anima e ripassare come al solito pagine di vita, con il motto però che abbiamo davanti una strada da costruire ogni giorno in modo diverso, secondo l’aria che tira. E coltivare sempre la vita con un suono nel cuore perché, quando ci si sveglia al mattino con una musica dentro o il ritmo di una filastrocca, compagne per lungo tempo, è da ringraziare Dio. Questo angolo di fuga, di note, di musica, di poesia, è un’altra risorsa interiore per salvarsi. Pure l’imminenza del suono del campanello diviene vitale: è attesa-annuncio di un incontro umano, pur breve, a distanze sociali, è un ritrovarsi nella nostra comune appartenenza. Ma se un giorno di primavera un viaggiatore suona tre volte il campanello, si leva per me la musica della famiglia ricomposta a distanza in giardino, nella cornice fiorita esplosa di fiori di speranza: rose gialle senza spine illuminate da una peonia rossa immensa. Ora si è abbassata la quota della felicità a noi concessa, basta questo suono amico per ridonarci la beata quotidianità.

IN DIRETTA DALLA RAI: PERSONE IN STIRATURA – 28 aprile 2020
Il vento fra le rose, il grigiore della pioggia, ristoro magro per la terra, la voce della radio ossessionante il numero dei morti, stiro ormai pacata con il mestiere nobilitato dal pensiero che libero si muove secondo sua vocazione. Ed ora insegue il carro con le bare dentro, illacrimato, senza alcuna pietà. L’ho scritto anch’io, vorrei gridare in assonanza con la radio: «pietà di quei morti orfani dell’ultima sillaba, del non detto, di quel fiore non dato» o virgiliana pietas! Vorrei gridarlo anch’io, non per protagonismo di stiratrice ma per manifestare l’appartenenza. E con sospiro penso: per fortuna che i nostri genitori sono morti da tempo, illibati da questo orrore, anche se la fine di mio padre, in un nuovo internamento è una storia da decodificare. E mi congratulo per la camicia a righe rosa fucsia: bel colore adatto all’ora, buona stoffa, puro cotone dal Giappone, al seguito di Nico mio cognato, assiduo ai congressi in oriente, donata da mia sorella perché allora la Bice mi tagliava, mi cuciva, cuciva perfino le gonnelline per la Giulia con gli scampoli delle mie camicie. Bella questa appartenenza: siamo singoli in un insieme, una famiglia allargata che appartiene
al mondo intero, anche se questa, a dire il vero, si paga ora a esorbitante prezzo. E guardo, sulla parete a lato, Alex in foto: costume da rugbista in piena meta. Come deve soffrire ora di questa sua vita rubata che lo fa sentire stretto anche nel suo giardino, ed è già fortunato, con disagi esistenziali. Allora bisogna dilatare lo spazio fino all’albicocco dei nonni, arrivarci, arrampicarsi fra i rami, poi sedersi sull’erba, a distanza sociale, e parlare col papi, coi nonni compagni di giorni interi: «che bello star qui in pace all’ombra dei rosai» sussurra Alex come un adulto. Ascoltando il suono della sua voce così tenera ho già stirato altre due camicie anche se uno spirito negativo dentro si chiede a che vale darsi tanto daffare se c’è intorno questo vampiro usurpatore che ci assedia, ci assilla: tutto in un attimo si stropiccia come la rosa raccolta ieri in giardino. Ma il senso della vita da portare avanti è proprio nelle piccole cose da riscoprire e amare. E dai! E mi risuona il dolce verso francese Mignonne, allons voir si la rose
Mignonne, allons voir si la rose / Qui ce matin avait déclose / Sa robe de pourpre au soleil, / A point perdu cette vesprée, / Les plis de sa robe pourprée... // …Ô vraiment marâtre Nature, / Puis qu’une telle fleur ne dure / Que du matin jusques au soir!...
E il pensiero che si fa musica e non si ferma mai è compagnia, evasione e si accorda magicamente con quello che stiro. Sono col ferro sopra i colori di una tovaglia intima per due: lino bianco, dono della zia Pina, più passamaneria alta a mele rosse intere, aperte, a spicchi di cromatico effetto. È dal mercato di Rubano, altro luogo del cuore che col poco sa creare. È tutta una trama la vita, infinita ed ecco zia Pina che ritorna a me sposa, maestra di stiro per vestiti e camicie da uomo, lei ne aveva un’intera tribù. Così si cresceva allora insieme in ogni avventura, umili e grati alla mano che si offriva. E lei è come se mi fosse accanto: guarda ora, zia Pina, che splendente è la tovaglia intima: la stendo quando provo malinconia perché dona luce e colore. Guarda, faccio concorrenza alla Valentina che ha nel cuore la sua terra ucraina rivissuta con me in musica e poesia. E così ho completato il lavoro anticipato al lunedì piovoso, affollato di pensieri perché di domenica li mando tutti in vacanza, come quelli del mio libro, edito a dicembre, ora come perso nel vento virale, che mi sta nello stomaco come un macigno. E così ho compiuto la quarta stiratura con il piacere di pensare in libertà e scrivere. Mi perdonino quelli che non hanno tempo per i malati di fantasia!

Si è rotto l’incantesimo proprio per questo piede canaglia e, come ho detto, si è concluso così l’appuntamento, anzi l’avventura, col mio ferro da stiro pensante, il cui ricordo rimane vivo in tante voci amiche di stiratrici, artiste o semplicemente amiche che vi hanno dedicato alcune loro riflessioni in un dialogo virtuale che ugualmente ci ha tenute strette insieme partecipi a questa operazione camicie creando una rete di salvataggio dal pozzo di paura e di panico, dai silenzi virali.
Ed ora a voi ragazze…

a Eva Zandonà, spirito critico acuto:
Leggendo quest’altro pensiero mi sembra di ritrovarsi dentro ai suoi stessi ricordi, tanto sono ben dipinti. Immagini vivide che ricreano atmosfere evanescenti, bucoliche, quasi idilliache. A quanto pare, stirare le fa molto bene, stimolando la sua creatività: che l’avrebbe mai detto?
… persino finché stira riesce a trovare significati umanissimi e colti! Questa è la capacità del poeta che decifra la realtà e capta nella quotidianità una bellezza rara e non visibile a chiunque.

a Maria Elisabetta Zaroli, che si diverte seguendo le mie uscite, addirittura con citazioni poetiche:
Mi hai fatta ridere un sacco con i tuoi pensieri mentre stiravi… ne va della nostra dignità e del nostro benessere… Non è la stessa cosa dormire tra le lenzuola stirate bene e di bucato e lenzuola stropicciate e non profumate. Almeno il sonno che sia tranquillo e confortevole sotto la protezione della Madonna che sa tutto del come, del dove, del quando, di quel che ci succederà e ci starà accanto. Anche io ero accanto a mia madre quando se ne è andata per sempre e le tenevo la mano… “Che la mia morte sia dolce come un bel tramonto di sole” si augurava e così è stato! Ma lo sai che i nostri desideri sono sentiti lassù e se ci pensi bene forse sono stati anche esauditi… o lo saranno. Dobbiamo avere fiducia perché non siamo soli. Mai.
E quando il pericolo finì / e la gente si ritrovò / si addolorarono per i morti / e fecero nuove scelte / e sognarono nuove visioni / e crearono nuovi modi di vivere / e guarirono completamente la terra / così come erano guariti loro.
Ma quante camicie hai da sitare… con due fratelli quante ne ho stirate anch’io! Ero bravissima perché anche inamidavo il colletto. È un bel lavoro perché intanto la mente vaga coi suoi pensieri… E non ti accorgi che il tempo passa e intanto magari hai in mente la trama di un racconto o di una poesia… che subito dopo sei pronta a buttar giù. Mio marito diceva che scriveva poesie, rigorosamente in sonetti per esercitare, diceva lui, la memoria.
Se Tu ritorni a Gerusalemme / non troverai pescatori di sogni / che tingono le reti dei colori dell’alba / o pastori che aspettano canti di comete. / I fiori appassiscono sui campi minati / dove il fuoco brucia antiche antiche primavere / e i fucili uccidono i silenzi / nel sogno di pace che muore tra gli ulivi.

a Milvia Romano che ritorna bambina:
E stira e stira, mi hai fatto venire in mente quando, da piccole, facevamo il girotondo cantando la bella lavandaia. Ora canteremo le belle stiratrici perché anch’io l’ho fatto ieri. Cerchiamo di tenerci in salute…

ad Anna Chiodin che unisce ricordi materni ed altro:
Sono considerazioni che mi ricordano tanto mia mamma, diceva le stesse cose, naturalmente non con termini poetici, grazie, veramente bello e un po’ ironico, che in questo periodo si apprezza ancora di più… per te il tempo del ritiro obbligato diventa creativo.
Carissima, se tu stirando crei racconti con vena poetica e nostalgica, fallo spesso. Il centrotavola è meraviglioso e penso che altrettanto belle siano le opere uscite dalle mani della nonna, simpatici poi tutti i vari riferimenti fatti, incontri con le donne che raccolgono tarassaco, il tuo medico… grazie e sempre complimenti per il tuo lavoro intellettuale.

a Elvira Daniele con le sue battute scherzose:
Mi inchino davanti alla poetessa che sa trasformare in poesia anche un gesto così umile. La poesia mi è piaciuta davvero e capisco che con Marisa d’ora in poi bisogna parlare solo in versi no versacci in versi poetici.

a Luisa Segato con la sua saggia valutazione:
Emozionante, Marisa, questo tuo andare nel tempo perduto tra ricordi e attualità per rimanere serenamente in equilibrio. Grazie.

a Luciana Filippi con i suoi sogni:
Appisolata nel mio piccolo angolo di mondo ti ascolto e sogno. Grazie di questa gioia immensa, dolce e malinconica visione di un mondo passato ma viva e tenace nel presente…
Sei unica Marisa…

a Mario Richter con la sua puntuale sintesi:
Cara Marisa, con piacere ho letto queste tue emozionate ed emozionanti rievocazioni, queste tue vive impressioni. Grazie.

a Daniela Babolin, mia scolara, che affettuosamente mi dice:
Non ho parole, per questo racconto, per gli esiti degli stiraggi, per tutto ciò che esce da quella penna e da quell'animo.
Posso dire solamente: Brava, Prof!
E grazie per tutto ciò che mi ha donato in questo lungo tempo insieme.

Espressioni, come ho già detto, che hanno la forza di un incontro, impossibile dato il tempo di Coronavirus, con queste care persone, però ugualmente sono un modo per stare bene insieme nella parola. Ed ecco, inatteso, e per questo ancor più gradito, l’incontro nel blog di Nazario Pardini Alla volta di Leucade con Maria Rizzi che qui riporto nella bellezza delle note critiche esprimendole subito la mia gratitudine:

Cara Maria, non sai la gioia che ho provato nel leggerti ieri sera. Solo allora ho visto la tua bella recensione perché a dirti il vero non seguo con grande passione internet, anzi sono un’analfabeta, amo solo penna e calamaio. Ma ritorniamo alla gioia che nasce dall’essere insieme in quelle mie parole con un’altra anima che ti riconosce, ti capisce, ti scrive parlando la tua stessa lingua e sa leggerti dentro con spirito acuto e grande sensibilità. Davvero hai detto cose meravigliose espresse con la tua solita eleganza. E ancora ti sono grata. Ma è anche gioia di ricordare i momenti vissuti assieme ad Abano al premio Voci, momenti di grandi emozioni, di professionalità, di umanità che non dimenticherò mai, anzi ieri sera ho rivissuto le due cerimonie lì in alto nel buio illuminato solo da alcune luci sul palco, in un’atmosfera magica che solo i poeti e i bravi presentatori sanno realizzare. E i ricordi belli nutrono l’anima e la fanno volare oltre la bassa pressione virale. Se mi darai il tuo numero di telefono mi sarà grande motivo di altra gioia parlare con te a viva voce col cuore in mano.

… Carissima Maria Luisa,
sono io a ringraziare te per il meraviglioso 'quartetto d'archi' a suon di ferro da stiro. Un'Opera di rara originalità, scritto con nerbo narrativo, padronanza della penna e con un umorismo che nulla toglie alla tragedia che siamo chiamati a fronteggiare…


Cara Maria ti incito a chiudere, con le tue intuizioni felici e con le emozioni dei nostri incontri al premio ricordato, questo programma radiofonico “In diretta dalla Rai: reinventiamo l’ora, insieme nelle camicie!”: brevi racconti, come dice Nazario, nati dalla fantasia e dalla memoria ripassando la vita, come affermi tu.
                                                                                                                                                                                                                                                                 A dir poco avvincente la lettura di questi quattro racconti della cara Maria Luisa Daniele Toffanin, che ho avuto l'onore di conoscere e premiare. Ero consapevole delle sue capacità poetiche, non la conoscevo in prosa e devo dire che questo mese d'aprile scandito dal 'canto' del ferro sulle stoffe di varia fattura, ricorda per ritmo e armonia una ballata. Questo dolcissimo componimento musicale a carattere sentimentale, diviso in quattro tempi - settimane - ha la grande struttura dell'allegoria di un'intera vita attraverso l'atto dello stirare e la presa di coscienza di un fermo - vita e di orrori inimmaginabili. Tutte le componenti di questa metafora esistenziale hanno come filo conduttore il passo di danza della Scrittrice, che narra, seduce, avvolge, coinvolge. Gli eventi del passato riemergono dai territori della memoria e la saudade è palpabile... nei periodi tragici il potere dei ricordi può essere sfiancante e curante al tempo stesso... Le verità della vita lievitano nelle righe e tra di esse e spesso commuovono, in quanto le storie evocate nel giro di ballo sono condivisibili ed è risaputo che la Letteratura autentica crea uno stato di empatia tra chi scrive e coloro che leggono. Posso dire di essere uscita arricchita in ogni senso da questo valzer con il ferro da stiro, anche se non ho stirato meravigliose tovaglie o lenzuola cucite da parenti. Le camicie sì... e da oggi in poi le vivrò con levità e con la fantasia in libertà. Grazie Maria Luisa, possiedi un talento straordinario! Ti abbraccio, insieme al caro Nazario che con il suo incipit ha dato voce alle prime note. Maria Rizzi, 21 maggio













1 commento:

  1. Quanto onore, Amici miei! Su quest'Isola avvengono magie impensabili. Il meraviglioso 'romanzo in versi' che ha arricchito il mio mando interiore per vari giorni e il 'Quartetto d'archi' che lessi su Leucade ricevono una valorizzazione impensata. Sono grata agli incontri, che rendono questo periodo particolare vento di nuovi germogli, e a voi due, ormai Amici di sempre, per queste gratificazioni. Maria Luisa, le stanze di via Gabelli sono davvero altissime per la sottoscritta: è stato un grande Onore! Vi abbraccio entrambi.

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