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domenica 1 novembre 2020

LILIANA PORRO ANDRIUOLI: "LE PAROLE DELLA QUARANTENA"


LE PAROLE DELLA QUARANTENA

(Kanaga Edizioni, Arcore, 2020, € 15,00)


Una poesia che nasce da un diretto contatto con la vita è quella che Rosa Elisa Giangoia ha raccolta nell’antologia Le parole della quarantena (Edizioni Kanaga, Arcore, 2020) della quale è curatrice. Si tratta di una poesia che s’ispira all’epidemia del Coronavirus che ormai da parecchi mesi dilaga in Italia e nel mondo, recando sofferenza e morte.

Opportunamente la Giangoia nella sua prefazione al libro richiama altre epidemie che hanno colpito nei secoli l’umanità, funestandola, come la peste di Atene, descritta da Tucidide nella sua Guerra del Peloponneso, la peste di cui parla il Boccaccio nel Decamerone, scoppiata a Firenze nel 1348, o quella che tanta parte ha ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni, per non citare che i casi più noti. Il male che colpisce l’uomo può però derivare anche dalle sue colpe, com’è del flagello che decima gli Achei nell’Iliade omerica a causa dell’ira di Apollo contro di loro per aver Agamennone offeso il sacerdote Crise. E anche qui gli esempi potrebbero continuare.

Per venire ora all’antologia in esame, è subito da dirsi che in essa troviamo poesie nate non solo dalla minaccia del male che si aggira insidioso tra gli uomini, ma anche dal mutamento delle abitudini che il tentativo di sconfiggere il male ha comportato. Il mondo assume così un diverso aspetto, che alcuni dei poeti qui raccolti mettono in luce con particolare evidenza, come accade ad esempio a Bruno Bartoletti, il quale inizia una delle sue poesie in questo modo: “Se ne vanno in silenzio, senza nomi e senza volti, / senza rumore, / … / Se ne vanno i nonni, gli ultimi, coi loro pensieri, / le parole raccolte e hanno mani grandi, quelle mani / che nessuno ha stretto perché l’addio fosse più dolce, / quelle mani che hanno accarezzato donne e nipoti” (Se ne vanno in silenzio). C’è qui un sentimento di profonda pietà per quei vecchi che hanno lasciato il mondo in solitudine, senza un addio, senza che nessuno stringesse loro le mani.

E c’è il rammarico per tutto ciò che si è perso di autentica vita, cui accenna Maria Cristina Castellani la quale, in un suo testo qui antologizzato, rappresenta la condizione della sua città al tempo del Coronavirus: “Guardo dall’alto la mia bella città / e vuote sono lungo le antiche Mura / le strade e poche le auto e rari i passanti” (Dalle belle città). Qui il titolo della poesia richiama quello di una canzone partigiana del tempo della seconda guerra mondiale; e suggestivo è il raffronto tra la città deserta perché invasa dal nemico armato da fucili e cannoni e quello della città odierna della quale si è impossessato un nemico forse ancora più subdolo, il Coronavirus, che si aggira in mezzo a noi, rendendo ugualmente deserte le strade.

Ma un po’ dovunque in questo libro s’incontrano testi che colpiscono per la verità della parola che sgorga dal profondo, come è quella di Angela De Togni, la quale, mossa dalla sua fede in Dio ci confessa: “Forse la vita è ritornata / a dirmi che potrò godere / della bellezza del creato, / perché nulla vada perduto / del dono di Dio” (Un capolavoro). Lo stesso può dirsi per Francesco Macciò, il quale, con un efficace movimento visivo, annota: “Centinaia di lumini sui davanzali. / Si accendono fuochi per purificare / e incensi per scacciare il male” (Centinaia di lumini sui davanzali).

Si legga poi la poesia Primavera 2020 di Rosanna Marcenaro, la quale, con un moto di autentica commozione, scrive: “Quante bare abbiamo visto per le strade d’Italia, / in questa primavera dell’anno 2020, sfilare / in silenziosi cortei…”; e si ascolti la voce assorta di Marina Martinelli, la quale esclama: “Qualcosa è cambiato / mentre eravamo chiusi / tra queste mura” (Là fuori). Modulata su pacati ritmi è poi la voce armoniosa di Isa Morando, la quale così scrive: “Scorrono i giorni uguali nell’attesa / della voce sperata, la parola / che scioglie l’ansia, il tarlo del pensiero, / il vuoto delle ore interminabili” (Voci).

Un’efficace espressione del momento di sofferenza e di diffusa tristezza che stiamo attraversando la troviamo in Nazario Pardini, il quale così sintetizza gli eventi: “Morti adagiati soli e abbandonati / nelle fosse comuni, noi chiusi in quattro mura / privati dell’ultimo saluto…” (La superbia a cuccia). Più assorta e calda è la voce di Alessandro Ramberti, il quale così si esprime, rivolgendosi alla persona amata: “In te nel tuo volto che mi guarda / ritrovo la traccia di emozioni / i simboli senza le parole” (In te nel tuo volto).

Suadente si fa pure la voce di Bruno Rombi, che da poco ci ha lasciati, il quale ci ricorda che “Il gioco delle immagini / è crudele. / Traccia percorsi / ogni giorno diversi” (Il gioco delle immagini). E particolarmente significativa è, tra questi testi, per la particolare suggestione che contiene nel suo breve giro, La piccola canzone del bambino di Adriano Sansa, nella quale, rivolgendosi al nipotino, il poeta così conclude: “… la nonna moriva / e tu stavi al tuo gioco, eppure a un tratto / come cantando per me o per te stesso / parlasti di una scala e di una stella / dove andare a trovarla. Tu sapevi”.

Non è possibile nel breve cerchio di una recensione citare tutti i poeti di questa antologia, che sono molti e sicuramente validi. Ci sia concesso però di ricordare ancora Guido Zavanone, che è certo tra i più noti, del quale figura in questo libro la poesia Incontri, dove si legge: “Ed ecco i morti, i miei morti / mi vengono a visitare. / Sono loro a confortarmi, / a chiedermi di non abdicare: / alla vita, a questa occasione” e con lui di ricordare Lucio Zinna, il quale nella sua poesia Il pipistrello di Wuan, risale all’origine del flagello.

Molte altre osservazioni si potrebbero fare (che qui la tirannia dello spazio ci preclude) su questa interessante raccolta Le parole della quarantena, che è certo tra quelle che hanno saputo meglio cogliere il clima di questi giorni bui, così tormentati della vita dell’uomo sulla Terra.


Liliana Porro Andriuoli

 

1 commento:

  1. E' un vero piacere ritrovare qui, sullo scoglio di Lèucade, Liliana e la sua vibrante scrittura...certo avrei preferito che avvenisse in un'altra occasione ma questi sono i tempi che viviamo. Approfitto per salutarla cordialmente,

    Sandro Angelucci

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