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lunedì 1 novembre 2021

MASSIMO CHIACCHIARARELLI: "PADRONANZA DI GIOCHI DI LUCE" DI SILVIA COZZI

 

         PRESENTAZIONE DELLA SILLOGE “PADRONA DI GIOCHI DI LUCE” DI SILVIA COZZI

            (Edizione Enoteca Letteraria-Roma)

 

Negli anni scolastici, la mia professoressa d’italiano, quando ci assegnava un tema,  continuava a ripeterci: “ Mi raccomando… il preambolo, il cappello sono necessari per introdurre e discutere a fondo l’argomento che dobbiamo trattare”.

Bene! Noi questa sera il preambolo lo saltiamo e il cappello invece ce lo togliamo, per rendere omaggio alla pubblicazione dell’opera prima “PADRONA DI GIOCHI DI LUCE” di SILVIA COZZI.

Presentare un’opera prima non è mai semplice per il critico di turno, soprattutto quando si tratta di poesie, perché il poeta, in fondo, vive in un mondo tutto suo che gli altri non riescono a vedere o immaginare, in quanto i sogni sono sempre e solo personali. Non vi aspettate, quindi, un mio giudizio sulla pubblicazione, ma solo una raccolta di pensieri e sensazioni percepiti dalla lettura del tomo, perché penso che si possa giudicare solo conoscendo a fondo l’opera omnia dell’autore/autrice che sia.

Si tratta di una silloge poetica in cui l’autrice stimola l’attenzione del lettore predisponendolo alla fruizione estetica del testo utilizzando efficacemente (può sembrare anacronistico oggi) la metrica della rima prevalentemente alternata.

E’ una poesia molto variegata, allo stesso tempo semplice e sofisticata, quotidiana e surreale, stonata e musicale, che provoca un groviglio di dubbi ed emozioni, ma non lascia certo l’amaro in bocca, perché , come diceva un mio amico poeta :”La poesia è come la verità, dapprima fa male alle coscienze, poi rasserena e trascina la ragione al cuore”.

Quello che si respira tra i versi di Silvia è un perenne senso di inquietudine volta alla ricerca di una connessione tra il mondo apparente e quello interiore in cui si agitano i demoni della realtà contingente.

Le immagini rappresentate nelle liriche dell’autrice danno l'impressione di essere dei flashback autonomi che nulla hanno a che vedere con le poesie stesse.

Sono versi secchi, perentori, quasi messi insieme senza un'apparente logicità consequenziale, ma da più approfondita rilettura scopri che non sono altro che lo specchio di un'anima travagliata e in perenne conflitto con se stessa, perché il poeta, come diceva Herman Hesse è "un  parto  infelice  della natura che porta dentro di se il germe dell'infelicità'".

Nel flusso e riflusso della vita, infatti, ci troviamo a navigare in un oceano di sentimenti spesso in contrapposizione tra loro, tanto da farci sentire in balia di tempeste e uragani furiosi, che mettono a repentaglio la nostra stessa incolumità e stabilità sia fisica che morale. E in questo mare di inquietudini il poeta (non mi piace il termine poetessa) diviene l'alta marea che tutto rasserena e rende tranquillo quando dice: “ Se fossi un canto parlerei d’amore / dolce e struggente quella melodia / che sembra un valzer, scaccia via il dolore, / e ci travolge nella sua magia.”

Il suo cammino poetico è un perdersi nel tempo, avere mille occhi, scandagliare ove più possibile lo scibile, l’universo, il proprio alter ego e costruirsi addosso l’abito perfetto per vivere la vita nella realtà e non nel sogno, come si evince dai versi: “Mi sintonizzo e adesso, / (stordita dal fragore che rimbomba) ,/ cavalco il mio momento.”.

Una poesia dolorosa quella di Silvia Cozzi? Tutt’altro! E’ una poesia pregna di sentimento, di alcune folgorazioni e riflessioni magmatiche che si integrano nell’ascesi dello spirito verso la ricerca della rivelazione del mistero della vita, della morte, dell’amore, del sogno senza confini, del nulla e dell’essere, della sacralità del reale e della realtà del razionale. E se è vero che, da quando esiste la vita, l’Amore è gioia e tormento, pace e guerra, notte e giorno, paradiso e inferno, ma nonostante tutto irrimediabilmente ne restiamo vittime, l’Autrice ne è talmente ipnotizzata da diventarne parte integrante, molecola vitale per una poesia colma di amore cosmico, che diventa ammonimento per il lettore a voltare pagina, abbandonare la futilità edonistica di questa società e vivere questo soffio di vita immersi nella felicità e nella serenità che solo l’amore può darci.  

Concludo con una citazione di Octavio Paz: “La poesia non conosce confini, salva dalla solitudine, perpetua la speranza attraverso il canto dell’amore e fa della massa un popolo di individui”.

Massimo Chiacchiararelli


                                  SE FOSSI

In questa lirica Silvia Cozzi si rifà al sonetto più famoso del poeta  CECCO ANGIOLIERI (1260-1313) “S’i fossi foco””, peraltro ripreso in una famosa canzone da Fabrizio De Andrè, ribaltandone il filo conduttore, che in Cecco era costituito dalla rabbia e malessere verso la società della sua epoca, mentre in Silvia si tramuta in amore verso il suo “lui” e il mondo intero.

 

Se fossi il vento ti accarezzerei

piano sul viso con delicatezza,

i tuoi capelli un po’ scompiglierei

come se fossi tenera carezza.

 

Se fossi il mare in me ti accoglierei, 

nel silenzioso e sconosciuto mondo,

nel mio mistero ti travolgerei,

ne coglieresti il senso più profondo.

 

Se fossi sole accenderei il tuo giorno,

disciolto il gelo che ferisce il cuore,

coi miei splendenti raggi tutt’intorno

ti scalderei col dolce mio tepore.

 

Se fossi luna invertirei le rotte,

disperderei la tua malinconia

rendendo luminosa quella notte

in cui l’insonnia fa da compagnia.

 

Se fossi fuoco lambirei vivace,

con la mia fiamma poi t’avvolgerei,

riaccenderei l’incandescente brace,

ti brucerei nei desideri miei.

 

Se fossi un canto parlerei d’amore,

dolce e struggente quella melodia,

che sembra un valzer, scaccia via il dolore,

e ci travolge nella sua magia.

 

                           QUEL GIORNO

In questi versi ci sono azzurri frammenti di gioie e dolori colti al volo, scavando nel fondo dei ricordi e del proprio io, che a poco a poco mutano in note musicali, suonate con tocco lieve e magistrale, da assaporare lentamente e ad occhi chiusi.

 

Quel giorno sembrava ideale

per viverlo dentro un sorriso,

ma adesso il ricordo fa male

e offusca il tuo viso.

 

Ti ho amato tra gioia e dolore

sfidando il più ostile destino

e in questa stagione che muore

sei solo un puntino

lontano, disperso nel vento,

frammento di un lieve ricordo

che piano lenisce il violento

dolore un po’ sordo.

 

E resta soltanto nel cuore

Il senso di un sogno rubato;

il gusto davvero insapore

di un bacio mai dato.


                           LA CAREZZA DEL SILENZIO

Troppo spesso l’uomo fugge da sé stesso per recuperare parte del proprio vissuto ed in questa fuga il silenzio diviene il miglior compagno della solitudine, che a sua volta tramuta in malinconia, per la consapevolezza che “ di fronte c’è il tempo”, che nuovamente lo riporterà, un po’ alla volta, a ricongiungersi alla propria memoria.

 

Non fare più rumore,

perché questo fragore mi sovrasta

e spegne l’entusiasmo,

annienta la carezza del silenzio.

Come un’eco la voce,

che assordante rimbomba e squarcia il cielo.

Non so che cosa siamo,

non so cosa eravamo in un passato

che distorce le forme

e deforma certezze nel presente.

Adesso fai silenzio

che invitante ci culli un altro sogno

in cui non ci saremo

e ci saluterà solo il ricordo

di quel tempo che fugge

che con le tue parole fai di sale,

ma la realtà non mente,

sa già che ci faremmo solo male.


                    VORREI CHE FOSSI QUI

E’ questa una poesia fresca ma inquieta, viva ma nostalgica, sognante ma reale, idilliaca ma razionale: poesia che, comunque, vibra di musicalità, sensibilità, amore, passione, desiderio e… tanta speranza.

 

Vorrei che fossi qui,

per colorare un poco la mia vita,

sulla tua spalla poserei la testa

ed accarezzeresti i miei capelli

facendomi tornare ragazzina.

 

Ti parlerei di me,

e mi daresti ancora dei consigli

sdrammatizzando con la tua ironia,

dipingeresti il buio di allegria.

 

Noi canteremmo insieme,

le solite canzoni un po’ stonate,

che ancora io non ho dimenticate,

ma ho chiuso in un cassetto in fondo al cuore.

 

Ridendo e commentando di ogni cosa,

renderesti la vita meno uggiosa,

 il sole tornerebbe nel mio cielo.

 

 

Ma solo nei bei sogni ora mi appari,

i nostri pochi incontri sono rari,

avvolti d’impalpabile tristezza.

 

Ed io vorrei fermare quel momento,

in cui ti vedo, volto senza tempo,

inconsistente, fragile figura.

 

Un giorno, chi lo sa tra quanto ancora,

noi due, vicini, voleremo insieme,

e ci confonderemo con l’aurora.

 

 

3 commenti:

  1. Poesie d'amore molto belle, delicate, suggestive. Molto gradevole anche la forma che serve a rendere meno banali le frasi che gli innamorati si ripetono da millenni credendo che siano le uniche al mondo. Brava, continua così.

    Carla Baroni

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  2. Ringrazio di cuore Nazario per aver dato voce al nostro Massimo Chiacchiararelli, un pilastro del Circolo e della Cultura in genere, di rara umiltà. Da quarant'anni scrive poesie, romanzi e calca le tavole dei palcoscenici teatrali da attore e da regista. Prima delle lunghe chiusure doveva presentare la Silloge di Silvia Cozzi, che è un'artista a noi vicinissima,in qualità di Segretaria Iplac, di autentico valore, in quotidiana crescita. Abbraccio forte entrambi insieme al Condottiero, di generosità inesauribile.

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  3. Ringrazio il Professore Nazario Pardini per l'ospitalità nel suo Blog, onorata davvero. Massimo Chiacchiararelli ha saputo cogliere a pieno l'essenza della mia poetica con grande sensibilità, la sua recensione è stato un dono inaspettato e di gran valore che mi ha resa felice. Grazie a chi è intervenuto e interverrà con un suo commento❤️

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