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martedì 14 giugno 2022

VALERIA SEROFILLI: "AUTORI ALLO SPECCHIO"

 

Caro Nazario,

Con l'iniziativa del 15 p.v.siamo giunti all'ultimo incontro della rassegna "Autori allo specchio".

Se vorrai ospitare l'articolo te ne sarò grata!

Con un abbraccio

Valeria

Prosegue mercoledì 15 p.v. alle 18 presso il caffè storico letterario dell'Ussero di Pisa la rassegna "Autori allo specchio" ideata e condotta dalla professoressa Valeria Serofilli, presidente fondatrice di AstrolabioCultura.

Lo specchio letterario ospiterà gli autori Peter Genito, poeta, scrittore e promoter di Firenze, e la poetessa Annalisa Ciampalini con cui Serofilli dialogherà con domande inerenti le loro pubblicazioni rispettivamente il romanzo "Agguato al lago Rosso" Ed.Porto Seguro)e "Tutte le cose che chiudono gli occhi"(Italic peQuod poesia), quest'ultimo con prefazione di Serofilli.

Letture degli autori e di Rodolfo Baglioni.

Per prenotazioni: Simonetta Romani 3387272237

Nota a lettura di Valeria Serofilli al romanzo  "Agguato al lago rosso" di Peter Genito

 

Un giallo di ben 286 pagine "Agguato al lago rosso" edito per i tipi di PortoSeguro nel 2021, che fa parte di una trilogia scritta da Peter Genito, narratore, poeta e performer. L'opera si inserisce nel solco del romanzo del genere che riscuote interesse e attenzione tra i lettori di ogni parte del mondo. Ci sono tuttavia diversi tratti distintivi nel libro di Peter Genito: in primo luogo una caratterizzazione attenta dei personaggi, da cui emergono sia le caratteristiche psicologiche sia quello che potremmo definire un mondo sotterraneo, in ombra, il lato oscuro della luna che ciascun essere umano racchiude e cela dentro di sé. È interessante, quindi, e di notevole presa, sia narrativa che emotiva, la possibilità di proiettare la vicenda specifica narrata nel libro, sul quadro più ampio delle psicosi moderne, del senso di perdita, di smarrimento. Nel caso in questione, lo stravolgimento della vita ordinaria e a suo modo rassicurante della protagonista, diventa specchio di smarrimenti di più ampio respiro, la perdita di punti di riferimento essenziale su cui fa perno la nostra esistenza cosiddetta reale. Il commissario Oronzo Mazzotta, torna in scena in questo libro di Genito, non solo per indagare su un mistero specifico ma anche per aiutare il lettore ad esplorare, tra gesti e fatti concreti, il magma sfuggente ed impalpabile della psiche umana.  Il romanzo diventa anche, forse suo malgrado, uno specchio di questi tempi che stiamo vivendo, di questo senso di minaccia e di pericolo che incombe su di noi. Tocca al lettore scegliere, caso per caso ,se identificarsi con Cristina e con i suoi traumi, con il marito che cerca di salvarla dal suo passato, oppure con il commissario alla ricerca del bandolo della matassa. Di sicuro sarà divertente e interessante seguire passo dopo passo l’indagine e la soluzione di un mistero a lungo irrisolto. Per scoprire se davvero tutti i nodi sono venuti al pettine o se il finale, come spesso accade, è più che mai aperto.

Valeria Serofilli, per la rassegna

 Autori allo specchio dell'Ussero di Pisa del 15.6. 2022

 

Prefazione di Valeria Serofilli al volume "Tutte le cose che chiudono gli occhi" di Annalisa CiampaIini hi

È coerente il percorso di Annalisa Ciampalini, la strada espressiva intrapresa e condotta con costanza. Si muove tra visione e riflessione, buio e ricerca di luce, corporeità e nitidezza. E non è casuale il titolo di questa sua raccolta: "Tutte le cose che chiudono gli occhi". È adeguato allo specifico dei testi che compongono la silloge e anche al percorso più ampio a cui si è fatto cenno in precedenza; la chiusura degli occhi è un gesto in apparenza minimo, quasi impercettibile, eppure in grado di contenere vasti orizzonti di significati e di simboli. In primo luogo il punto che separa ed unisce la veglia dal sonno (e quindi dal sogno) e la morte dalla vita. In quel gesto minimo è racchiuso il tutto. È anche un gesto di estrema dolcezza e delicatezza, che tuttavia esprime anche la forza di una necessita che è altresì, potenzialmente, una scelta. Chiudere gli occhi vuole poter dire anche schierarsi altrove, scegliere di non vedere, non guardare, rifugiarsi in un mondo altro, differente.

L’esergo, tratto dai versi dell'amica Silvia Bre, contribuisce anch’esso a determinare l’atmosfera, l’approccio, il punto di vista: “Come quando in una qualche stagione / spicca l’istante che la farà nostra”. Il libro della Ciampalini parla della ricerca di quell’attimo, di quella stagione, di quel tempo che si distingue perché rivela ciò che veramente siamo, l’essenza. A tutto ciò si collega anche l’inizio del libro, la lirica iniziale: “I nostri corpi complementari / il tuo chiarore / la mia esile oscurità. / Tua è la pietra dell’inverno / il seme dormiente nel giaciglio scuro / le mani che sanno dove premere. / A me resta l’albero lontano / il bianco che si accumula piano / il fiore pallido / esitante tra le dita”. La cito nella sua totalità perché contiene in sé molte parole chiave, molti spunti utili ed illuminanti. Prima di tutto una diversità che però risulta essere “complementare”. Tutto ciò ci riporta ai contrasti fondamentali a cui si è fatto cenno all’inizio di questa disanima. Dicotomie che costituiscono il filo rosso dell’intera raccolta. Chiarore e oscurità, innanzitutto, che fa pensare anche a quegli occhi, a quelle palpebre aperte e chiuse evocate nel titolo. La poetessa si descrive di riflesso, per contrasto, appunto. Nei confronti di un destinatario reale, un “tu” a cui si rivolge, un compagno di viaggio, o forse di vita. Ma quell’essere in carne e ossa potrebbe essere anche a sua volta un simbolo, una metafora: potrebbe essere la vita stessa, o forse la poesia, o forse il doppio che ciascuno di noi ospita dentro di sé, la controparte della propria luce e del proprio buio. La complementarietà che è necessaria per definire noi stessi in rapporto al mondo. Non sono mai puramente descrittivi i riferimenti della Ciampalini. Il giaciglio scuro, l’albero lontano il fiore pallido, non sono richiami estetici o un contorno. Si tratta dell’essenza, del punto di confine che allo stesso punto separa ed unisce due modi di essere e di vedere.

La silloge si muove tra gli estremi del tempo, inteso come sequenza cronologica ma anche come susseguirsi di calore e gelo, buio e oscurità. Ancora una volta questo contrasto è essenziale: il buio si distingue dalla luce e ognuno concede all’altro senso e significato. Ci sono varie poesie in questo libro dedicate all’inverno, alla stagione che attende inesorabile. Sappiamo che arriverà, ma non è un caso che la poetessa sottolinei più volte l’impossibilità di farsi trovare pronti, preparati. L’inverno non è solo la controparte dell’estate. È una condizione più ampia, una stagione interiore. Interessante, è giusto confermarlo, è l’intreccio che si crea nelle liriche di questa raccolta tra il clima meteorologico e lo scorrere del tempo umano. Tra i colori del cielo e gli stati d’animo.

“La fragilità sta nel verso che non dura / scriverlo su carta / voltarsi per leggerlo di nuovo / e il segno muore. / Il verso frontale volitivo e pieno / la parola stretta sotto la palpebra che duole / e poi il vuoto”.

Questi versi riassumono bene l’intento, l’approccio a cui si è fatto riferimento: la caducità di ogni cosa umana, ribadita, confermata. Ma, accanto ad essa, la volontà e di necessità di scrivere su carta quella fragilità che è punto di partenza e di arrivo allo stesso tempo. Così come la stessa palpebra che muore ma conferma di essere stata viva con l’atto stesso di provare dolore.

Per trovare nelle liriche della Ciampalini un chiarore di speranza, bisogna attendere una lunga, adeguata riflessione sul contrasto fondamentale. “La luce sulla soglia / è promessa di futuro / un sogno bisbigliato all’orecchio. / Un’alba che vince / la sua stessa agonia”.

La luce non è certezza, è promessa. Non è una realtà conseguita e assoluta. È un sogno. Ma è un sogno essenziale alla vita stessa. Proprio perché nasce dalla certezza reale del dolore ma sa andare oltre. Nonostante tutto. A dispetto di tutto.

Una silloge matura, consapevole, questa di Annalisa Ciampalini. Percorsa con attenzione al dettaglio, alla sfumatura. Mai distratta da frasi roboanti ma vuote. L’autrice si muove all’interno di simboli costanti e fondamentali esplorando un'ampia gamma di richiami e di rimandi. Il dolore è alimento di tutti i versi, e la conquista di una stagione di luce, anzi di un istante di luce, passa attraverso una lunga serie di immagini di fragilità e di oscurità, il processo necessario per acquisire una visione nitida, accurata: “Le parole -poche, solo d’annuncio / si dispongono a contorno della scena. / Luce condivisa, forma circolare di un’idea. / Perfetta, mai pronunciata aderenza”. Alla fine della silloge e della strada espressiva da essa percorsa, resta una ferita che non si cuce. Ma il libro della Ciampalini è una interessante e sincera testimonianza in versi della volontà della poesia di aprire le palpebre sul dolore individuale e sul buio del mondo, trattenendo, nel riflesso, la scommessa della luce. 

 

 

 

 

 

 

 

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