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lunedì 28 novembre 2022

MARIA RIZZI: "ARTICOLO DI SISSI SU OCCHIO DELL'ARTE" DI GIAN PIERO STEFANONI

 Ciao cara Maria,

buona serata,

 Per sabato siamo impegnati e non ci saremo...ma ecco l'articolo per la splendida poetessa Patrizia.....pubblicato su Occhio dell'Arte

di seguito il  link

https://occhiodellarte.org/a-roma-per-la-rassegna-iplac-viene-presentata-la-silloge-malacarne-di-patrizia-stefanelli-affermata-poetessa/

un abbraccio Sissi

GIAN PIERO STEFANONI

GIAN PIERO STEFANELLI: "MAURIZIO NORIS DEL NOM DEL PADER"

Maurizio Noris e In del nòm del pader.

Tera Mati Edizioni, Bergamo, 2014 


In del nòm del pader,   pur nella brevità di soli dieci testi, può esser considerata più che significativa ed esemplificativa della produzione e della poetica di Maurizio Noris, autore tra i più affermati e validi della nostra poesia in dialetto. Nella scrittura in bergamasco della media Valle Seriana, poeta più che attento anche alla risonanza civile del mondo, dei mondi di suo riferimento, formatore e promotore socioculturale nell'ambito delle professioni sociali e delle politiche giovanili, ci restituisce in questi versi tutto l'affidamento e il volto di una terra la cui fatica è una fatica d'amore, e di passaggio, di consegna alla luce di generazioni che pur nella distanza, o nel dolore del distacco continuano a guardarsi ad invocarsi nel riferimento reciproco. Centrale,  come da titolo, la figura del padre nella dilatazione e nella sacralità verso un padre più alto come già avuto modo di rilevare nella bella postfazione Giulio Fèro. E nella tensione dicevamo d'apprendimento della terra stessa, affrontata, lavorata e curata e restituita infine all'incanto di una rinascita cui l'uomo può solo riconsegnarsi e affidarsi dopo una lotta che proprio per questo è anche lotta d'assenso dove lo stesso "segà", il falciare, appare in divenire caduta e aderenza ("dal còr de la téra/l'èrba udurusa/per creansa la scalmana//sentùr de sfacia spusa"-""dal corpo della terra/l'erba odorosa/ trasuda per creanza/sentore di sfatta sposa"), come da immagine l'erba quietamente ubbidiente ad accovacciarsi a file. File sì come la schiera di cari scomparsi che pare avanzare a buon passo "olce a gröp/ch' i par màgher fó/o murù per sò cönt/largh cóme imbràss" ("alti a gruppi/che paion magri faggi/o gelsi da soli/larghi come abbracci") a rammentare quella fratellanza di occhi e di poche parole che viene proprio da tanta disputa, tanto ardore condiviso, anche loro adesso sottoterra a ritornare piante. Dietro tanta luce Noris però, come è, come sa, intreccia il buio di nodi raschiati, vegliati, gridati; quei nodi per cui viene da imprecare anche e chieder pietà per una "éta/de pelagra" ("per una vita da pellagra") nel riflesso di un chiarore maestro rivolto "fò sö la crùs" (lassù sulla croce"), e per cui ogni sera ritrovarsi sotto al noce del padre a riseppellirlo in scarabocchio, e tenerezza di sguardo. Dispute, nodi che sono gli stessi del lavoro della lingua, la sua quella "dei genitori, dei fratelli, del paese, della valle (oggi periferia nord della città infinita), il parlato di sempre", la "lingua prima" come da lui raccontato. "Una parola irruente e lavorabile come un codice sonoro (..) in cui c'è tutto lo spazio per re-inventare le parole" facendosi la poesia immagine nel racconto del suono dialettale, della sua forza "e gusto per la delicatezza espressiva che è capace di sollecitare" Ed in cui ben riesce a far "risuonare in una lingua montanara, di per sé aspra e rugginosa, quale è il bergamasco delle valli, le più sottile e sensibili essenze delle cose" (Franco Loi). Cose che sono dell'universo umano da sempre, che lo compongono in una veglia e una custodia che ha sempre, e non potrebbe essere altrimenti, del femminile come da ultimo testo nella intensità di un ritorno, eterno, di madre nel bisbiglio di preghiera dai loro letti ai figli, finché porteranno "il segno/e il loro cantare slegato/sul colmo/dei tetti" (" l segn/ e 'l sò cantà desligàt/ sö la culma/ di tècc"). Un canto non dissimile allora a quello del contadino, "cantore", in una voce "ariusa de pórtech/desligada/ che và" ("ariosa di portico/slegata, /che va"). E allora grazie Noris.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

giovedì 24 novembre 2022

GiUSEPPE IULIANO: "VUOTI DI MEMORIA"

 

Mi è arrivato oggi, 24/11, il libro di Giuseppe Iuliano, Vuoti di memoria. Una dodicine di poesie meravigliosamente incarnata in questo pezzo  di zodiaco di poesie con le parole successive.  in cui il poeta dà tutto se stesso  per l’amore del canto e della natura. Versi d’asporto il sottotitolo. Credo che sia necessario ricorrere ad una pericope per introdurre queste poesie. “E poiché questa dozzina di poesie è intesa come una pubblicazione celebrativa per il 70esimo compleanno    di Giuseppe le  origini sono un’onda di risonanze che si diffonde tra di loro applaudendo l’autore e coinvolgendo pienamente il lettore”. Con questa pericope si giunge a definire la morbidezza, la scorrevolezza, la duttilità di tale poesia. In questa plaquette logos e pathos si amalgamano per dare alla poesia un senso di fluidità emotiva. Dodici canti che esprimono il loro amore, la loro emozione, i loro patema con tanta generosità da lasciare di stucco il lettore fino alla emozione, nel penetrare all’interno dell’opera nei suoi meandri intepretativi, come bene ci dice chi scrive la posfazione: “la sua femminilità è una chiave per il collegamento con le parole successive. Questa dinamica lirica    è meravigliosamente incarnata in questo pezzo di zodiaco di poesie di Giuseppe iuliano….

 

 

 

                                                                                                                                                                                      

martedì 22 novembre 2022

SUD I POETI GIANNI RESCIGNO

 Scrivere su Gianni Rescigno è una cosa che mi disturba e mi fa male, considerando la grande amicizia che ci legava. La sua grande poesia ,  che ogni tanto prendo e leggo con entusiasmo, mi commuove e mi prende l’animo fino alle lacrime. Mi aveva dedicato una poesia Gianni, piena di affetto e di sentimento, dove il pathos e il logos si amalgamano in una simbiosi di alta qualità estetica. Non sto qui a riportare i versi per evitare interpretazioni di soggettivismo o altro, il fatto sta che l’amico era felice di sentirsi leggere, e me lo scriveva di pugno. La sua poesia era partorita con cuore e amore, i versi erano dettati da una grande musicalità, e  le parole erano spontanee e dirette sine studio; l’energia emotiva era il punto cardinale del suo poema. Il mare, la vita, la terra, il divino, erano i temi ricorrenti della sua poetica, e non mancava di scrivere dei suoi affetti. Mi ricordo che una delle ultime cose che scrissi diceva: “Gianni Rescigno ci lascia  portandosi dietro  profumo di mare, amore, e sapore di terra”. Un grande poeta e come sempre accade quando una persona come lui scompare lascia un vuoto incolmabile a livello umano e poetico, anche se la sua poesia non scomparirà mai.

Nazario Pardini   


I POETI DI VIA MARGUTTA

 


In coperina i niominativi dei poeti che compobngono l'antogia VittoriaCiriello, Pietro Cocco,Marco Covelli, M. L. Danieli Toffanin, Heritage, Elena La Monaca, Jessica Santin, Carmen Guillermina  Tarsi.
Un testo che riassune con eleganza a finezza la poetica di questi autori, la loro storia, la loro ricerca,    formale e contenutistica. Un testo di grande spessore poetico che ci dà il meglio di sé con note bibliografiche e intenzioni poetiche. Un libro molto interessante che ognuno vorrebbe avere in biblioteca per leggerere e consulare facendo risuonare ovunque il suo sogno di pace e di bellezza 

sabato 19 novembre 2022

DOMENICO DISTEFANO: "VITA NEL CUORE DELL'AMORE E DELLA F EDE"

 

GUIDO MIANO EDITORE

NOVITÀ EDITORIALE

 

È uscita l’ultima raccolta di poesie:

VITA NEL CUORE DELL’AMORE E DELLA FEDE

di DOMENICO DISTEFANO

con prefazione di Nazario Pardini

 


 

Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Vita nel cuore dell’amore e della fede” di Domenico Distefano, prefazione di Nazario Pardini, nella prestigiosa collana “Alcyone 2000”, Guido Miano Editore, Milano 2021.

 

«… Per quei delicati boccioli,

che si schiudono alla vita,

rivolgo un’orazione al Cielo,

affinché illumini il loro cammino

e ogni giorno regali un po’ d’amore,

disdegnando il ricorso all’apparenza

a danno della sostanza

e auguro di conservare sempre

il sorriso e la serenità,

la salute e la fiducia in sé»

(Guardando i miei figli bambini).

 

Qui è il focus della poetica di Domenico    Distefano; ogni sua vibrazione emotiva, ogni suo palpito vitale. Sono gli affetti a motivare le sue vertigini, a renderle concrete e preziose come punti luce. È guardando le mossucce dei figli, i loro gesti e i loro sguardi che il poeta raggiunge il regno di Orfeo, il Paradiso dell’ispirazione e la poesia sgorga fluente e immediata consegnandosi a parole che ne definiscono il senso; che ne concretizzano significato e significante. Poesia semplice e diretta questa che non ha bisogno di astrusi accorgimenti figurativi, di marchingegni retorici, dacché è l’animo che parla rivelando tutto se stesso in una confessione di epigrammatica spontaneità. Una poesia elegante, fine, delicata, i cui versi si fanno tatuaggi di stati emotivi che si giocano il corso della vita: affetti, radici, poesia dell’home; versi concisi, apodittici, vibranti; uno spartito musicale di accessori di effetto contrattivo ed estensivo ad accompagnare le varianti e le angolature dell’esistere. E si sa che la vita non sempre scorre liscia, ma, come una barca in mare aperto, a volte incontra sole e luce, a volte tempeste e scogli su cui è facile imbatterci. Importante è amare, sognare, credere, e continuare il viaggio verso l’isola, quella della quietudine, quella degli slanci verso il Cielo; tirando in ballo Paul Verlaine si potrebbe dire: «Le ciel est par-dessus le toit».

Sì, quel Cielo che ripaga le nostre sottrazioni e verso il quale dirigiamo tutto noi stessi nei momenti di maggiore sconforto. L’isola è lontana, difficile approdare alle sue rive, soprattutto per noi umani che non la vediamo nemmeno col cannocchiale, considerando che la nostra vista è bieca e precaria. Ma è sufficiente averla nella mente, nel cuore; la sua immagine ci dà la forza di proseguire con i volti e la presenza delle persone care che saranno di conforto nel prosieguo del viaggio. Basta un loro sguardo, una loro parola, un loro cenno a farci sentire potenti, a darci la forza di completare il cammino che tanto rassomiglia alla vita. Il poeta rema, perché sa che c’è l’isola fatata, l’isola della salvezza, l’isola della beatitudine. Tutti assieme su quell’isola ricamata di fiori e panorami ineguagliabili, godranno di mari riposanti e sereni. Durante il viaggio non è difficile perdere volti che noi ritenevamo eterni, imperdibili. Sono momenti di grande sconforto che mettono in crisi la coscienza e la fede, ma che rafforzano anche la nostra voglia di esistere. D’altronde è proprio sulle difficoltà, sugli inciampi, che cresce e si rafforza il nostro essere.

Le immagini dei volti cari le porteremo in noi, nella nostra memoria a farci compagnia; è a loro che ci rivolgeremo nei momenti difficili, rievocando tempi di passate primavere. Domenico Distefano si appiglia alla natura, ai suoi messaggi, alle sue configurazioni per concretizzare i suoi stati emotivi. I suoi versi si fanno concreti, visivi, più ampi e fecondi perché la Natura è prodigiosa nell’elargire simboli che raffigurino il diluirsi del tempo. Una Natura vissuta come mano divina, come gioia di una compagna che ti segue e ti protegge; sembra quasi che essa prenda per mano il poeta e lo trascini nei suoi meandri più nascosti, nei luoghi più impensati, per nutrirlo di colori e di vibrazioni; naturalmente quando il poeta rincasa, quando rientra in se stesso, non ha più le semplici immagini reali: esse hanno riposato dentro il suo esistere intingendosi di emozioni preziose; è così che nasce la sua poesia: tanti stati d’animo che trovano nelle vibrazioni del mare, dei colli, e dei panorami le figure equivalenti; quelle che ora si sono custodite del suo sentire: «Nel piovoso e rigido inverno, / il sole, sbiadito e occhieggiante, / accarezza i presenti. / Parla un antico linguaggio, / già scritto su fogli di vita, / più bella, men bella, / e le cose assumono / speciali significati umani…» (Or sembri quasi un’ombra).

Una silloge completa, plurale, proteiforme che tocca tutti gli àmbiti del vivere: la realtà, le memorie, i sogni, le gioie, le ambizioni, gli affetti, la famiglia, eros: «Quel dì della nostra fiorita giovinezza, / tra verdi prati e folta vegetazione / limpido nella valle scorreva, / mormorando, il rio / e gli uccelli intrecciavan voli / e innalzavan gorgheggi / al cielo azzurro della stagion novella, / prodiga di doni, / quand’io ti sfiorai con gli occhi / e un palpito di cuore mi tradì…» (A mia moglie: ieri, oggi, domani); o A mio padre (A Nicola Distefano): «Pallido moriva / l’ultimo raggio di luna, / quando anche tu svanivi / come nebbia al sole, / in un tiepido mattin / di mezz’aprile. / Ironia della sorte: / “Aprilis” da “aperire” / è “aprire, nascere, sbocciare”…»; comunque sempre vivi i riferimenti ad una Natura che collabora empaticamente alla costruzione dei messaggi; «Sacro e solenne / è in Chiesa il rito, / che il peccato originale cancella. / Benedice il celebrante, / beneventano, allegramente. / La collettività partecipa / alla presenza dei genitori, / padrino e madrina / e gioisce per Vittorio, / entrato a far parte / della comunità ecclesiale / e che, da oggi, può contare / sulla protezione divina…» (Il battesimo di Vittorio); slanci di fede, di escatologico impatto spirituale: «Dalla nostra casa, / grembo di gioia / e di tante prove, / o Vittorio, mio nipotino, / pregherò il Signore / di guidare i tuoi passi / verso agevoli sentieri, / dove crescono alberi annosi, / dai rami sempreverdi / e dai frutti copiosi, / frequentati da uomini / rispettosi ed altruisti, / amanti della pace / e della cultura, / della giustizia e del lavoro / e dove aliti di vento / diffondono l’armonia, / che sovrana dimora / associata all’Amore / senza confini…» (Pregherò il Signore), dove rami sempreverdi, uomini rispettosi, pace, cultura, giustizia, lavoro, Amore ci dànno la piena consapevolezza di un poeta che dà tutto se stesso per l’equilibrio e l’armonia del mondo intero.

Fino ad un pensiero di metapoesia che inquadra il poeta anche a livello estetico: «Poesia, parli di noi, / esuli in terra e assetati di vita, / che ci stupiamo davanti al creato, / davanti ad un prato fiorito, / ad un gorgoglìo, ad un germoglio, / ad un battito d’ali, / ad un’alba o tramonto, / al cielo stellato, / all’innocenza di un bimbo…» (Poesia), dove il sentimento panico accompagnato da una generosa inclusione spirituale contribuisce ancora una volta a dare voce ad un animo zeppo di motivazioni umane.

Tante altre le occasioni che infoltiscono i contenuti di questa polivalente opera. Fino al compimento della silloge con la lirica dal titolo Uguaglianza: «Non sono le lingue o i capelli / o i diversi colori della pelle / a rendere diversi i fratelli. / Simili Iddio volle creare / gli uomini nel nascere e morire, / nel pensare e nel sentire, / nel piangere e nel gioire», dove si rafforza il concetto di giustizia che per il poeta costituisce il fondamento della vita.

Nazario Pardini

 

Domenico Distefano è nato il 18 febbraio del 1948 a Montalbano Elicona (Me) dove risiede. Laureato in Lettere Classiche presso l’Università di Messina, ha insegnato materie letterarie nelle scuole secondarie. Attualmente è in pensione. Ama la vita e la natura e nel tempo libero coltiva la passione per la poesia. I suoi versi lasciano intravedere una personalità protesa a carpire i segreti dell’anima. Ha partecipato a concorsi letterari ottenendo diversi riconoscimenti. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il giorno non è mai troppo lungo, 2014; Tracce d’esistenza, 2015; Viaggio di un poeta in cerca di un lettore, 2018. La sua attività letteraria è trattata nelle seguenti opere: Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari n°9, Guido Miano Editore, Milano 2016; Dizionario Autori Italiani Contemporanei, quinta edizione, ivi, 2017; Contributi per la Storia della Letteratura Italiana, quarto volume, terza edizione, ivi, 2020.

 

 

Domenico Distefano, Vita nel cuore dell’amore e della fede, pref. Nazario Pardini, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 68, isbn 978-88-31497-49-7; mianoposta@gmail.com.

 

 

 

 

venerdì 18 novembre 2022

MARCO DEI FERRARI: "INTERSTIZI/30"

INTERSTIZI/30

1)  D’essere immagini
flussi invergenti convergono
impronte d’umane presenze

2)  Cose divergono
soggetti esistendo
umanizzano visioni

3)  Nulla oltre d’oltre
spirituali possibili
ipotizzano universi

4)  Attimo d’eterni
memento abissale
che fiume trasvolta finale

5)  Morti e risorti
scomposti frammentano
disumani umanismi

6)  Risorgenze di cose in cose
ciclici eventi e conflitti
sacrali di templi sovrani

7)  Unitaria perpetua
misteriosa Natura appare
scomparso percorso d’inganni

8)  Scoprendo la morte
limitarsi la vita
dimensione d’essenze
che l’Essere fraziona
micro/macro inafferra
pensiero rincorre

9)  Esistenze esitanti
vorticano riflessi mortali
brevissimi spunti di Storia
aggiunte nei cieli

10)        Irreali realmente apparsi
scenari invisibili
differenziano temi/problemi
dal profondo originano

11)        Inconoscibile fede rimbalza
coscienze inconsce
spiriti dissolti limiti distolti
Universi sepolti

12)        Destinato potere scalando
esseri consacrando altari
sezionando corpi di cose
né bene né male
o di male bene per bene di male

13)        Male/bene verticano idee
pensieri malati sane bugìe
nuove vie percorrono vecchiumi
arche di luoghi dannati
esseri e cose alternano
macerando dogmi in credenze
condannano al Nulla

14)        Consolarsi nei gesti del genere umano
contenersi d’eccessi blindati
poteri avvicendano grafi
forme di parole luminanti eticamente assenti

15)        Governi di forme e sostanze
presidio di scala esseri per esseri
teorizzano dialettiche eguali
su antichi profeti morti e sepolti
programmano illusorie
cloache gonfie d’inganni

16)        Eroe se fossi libero veramente
al di là di subdoli sacrari
mercati di memorie
collettive illuse indipendenze
impossibili essenze!

17)        Morire di libertà nella Tecne
esternale calcolo feroce
pensiero omicida
disconoscere Storia
d’opinione ostaggio
velocizzare nel prima e dopo
onorando la scienza…

18)        Esseri inferiori denunciano il passato
corsi e luoghi intricando
libertà ferita acclamata ripudiata
cancellata martoriata…
ritorno nell’impossibile unità
sentirsi viventi pulsioni di cose

19)        Totemici percorsi attivano
giganti che masse supine
adorano aggregando
falsi/codici sodali

20)        Oh! Bellezza ultima illusione
di valori edenici
naviglio nel web menzognero
te stessa smarrendo
mediatica chimera di spettri
perdenti…

21)        Bugia di comunicare
rincorse verità corteggiando notizie
sputtana pensieri/digitando galere
reti in profitti elitari

22)        APOCALISSE  verticalismo più affine
nelle profondità dei misteri.
Profondo percorso dove tempo
e spazio scompaiono per sempre.

23)        Progresso anticamera della
regressa senza alternative
possibili. Regressione anteprima
disgrega globale dell’umano
presumere di conoscere.
Disgrego abisso dell’inconoscibile
che tortura la presunzione di sapere.

24)        Filosofia presunzione dell’ignoranza
scritta e pensata dal coraggio degli umani
che sfidano l’impossibile riducendone
contenuti e confini.
Ogni filosofia scientifica fallimento
velleitario per illudere la speranza
dell’episterne oltre ogni fine.

25)        Socrate messia massimo dell’ignoranza
che aveva compreso l’inaccessibile
tentativo umano
di scalare l’ineffabile insondabile scrigno delle verità.

26)        Il dolore è la sofferenza dovuta al piacere dell’essere esistenziale.
Solo il declino differenziale degli umani concepisce l’identificazione sovrapposta tra dolore e piacere.
La dicotomia si crea solo vivendo gli eventi asetticamente, senza declinarne gli effetti, né significarne i percorsi.

27)        I Sofisti erano abili giocolieri delle parole nei loro più disparati significati.
Nulla di più, ma tuttavia hanno scardinato la logica monolitica e totalizzante del sapere greco, aprendo le porte alle meditazioni platoniche e alla logica aristotelica.

28)        La dialettica del nostro tempo, quale contrasto costante tra tesi divergenti, è morta.
Nel tempo contemporaneo prevale la logica “tecne” che situa e digita ogni opposto trasponendolo in unico percorso omogeneo dove tutto si concilia e si annulla senza veicolarsi oltre.

29)        La filosofia (classica) intesa come ricerca del sapere nelle più varie modulazioni teoriche, ha completato il proprio destino e si sta ritirando in frazionismi analitico-matematici che non attengono la dimensione metafisica dell’essere.
In tal senso l’essere “condizionato” tende a lasciare ogni spazio alla considerazione pragmatico-scientifica che non risponde alle domande più profonde, ma si ricerca nel sé esaurendosi in una tecnica metodologica limitata e circoscritta.
La cognizione o scoperta dell’essere così “ridotto”, è il mistero più assorbente del nostro pensare futuro, sotto ogni angolazione possibile.
La fine della filosofia è la scoperta (come sempre accaduto nella Storia del pensiero umano) del successivo “livello” di auto-limitazione che l’essere propone all’umano sapere.

30)        Il cosmo è la dilatazione universale dell’essere che circonda gli astri viventi e morenti, annulla il “tempo” terrestre coinvolgendone il percorso nella dimensione spaziale più remota e misteriosa.
Nel cosmo la “materia” che l’umano pensa di percepire non ha alcun senso: flussi di energie attraversano lo spazio e ne conformano la dimensionalità, prescindendo dalla valutazione della c.d. “materia oscura” che costituisce la misteriosa dissolvenza di ogni certezza umana.

 

Marco dei Ferrari

giovedì 17 novembre 2022

LA COPPIA ITALIANA PIU CELEBRE FRa i poeti del novecento italiano

 





La coppia italiana più celebre fra i poeti del Novecento italiano, riunita in una liaison di affettuosa amicizia non priva di qualche bufera e altro, è senza dubbio rappresentata da Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. Franca Olivo Fusco, nel saggio che dedica alla vita e all'opera della scrittrice torinese di nascita e romana di adozione, giustamente incentra il rapporto tra i due Poeti come una vicenda umana di annessi e connessi che ruota attorno a occasioni di mondanità e di ...

https://www.mondadoristore.it/Maria-Luisa-Spaziani-Franca-Olivo-Fusco/..

DON ALESSANDRO BUCCELLATO: "CHIAMATI DA DIO"

                                                     Don Alessandro Buccellato

CHIAMATI A DIO



Con la raccolta di poesie dal titolo “Chiamati a Dio” di Don Alessandro Buccellato, ci troviamo di fronte ad un poeta particolare, ad un poeta che è sacerdote, o, se preferiamo, ad un sacerdote che è poeta. Allora ci viene spontaneo accostare fede e poesia e ci chiediamo: “Ma la poesia è preghiera?”; ci risponde lo stesso autore che della poesia dice: “…componimento nuovo, armonia e dolcezza, / …sgorga come sorgente sotterranea, / nuova acqua che zampilla fresca” evidenziando della poesia l’immediatezza della ispirazione. Ne “Il fremito” confida: “Ho un fremito sublime / che…/ tramortisce la punta dell’anima / dove trovo Lui, / dialogo amo e volo nella sua eternità”, e osserva: “È come librarsi”. Dunque la preghiera, che è dialogo con Dio, nel fremito che il poeta avverte, ha qualcosa in comune con la poesia: un rapimento estatico; e inoltre in comune ha pure l’atmosfera che l’avvolge: il silenzio della notte. Spesso le poesie vengono di notte ed è di notte che, dice il poeta: “Silenzio! / Cala il buio intorno / e la notte bussa per entrare”. Altrove: “Nel silenzio ascolto la voce del mio cuore…/ Aspetto il momento migliore per parlare ad essa; / nella notte è attenta, libera, / può esprimere se stessa / risuonando nel profondo”. “Amo stare con te di notte / quando il buio fa tacere ogni cosa / ma non la tua voce.” L’atmosfera pure favorevole alla preghiera è quella della chiesa, quando vi si entra e si gusta il raccoglimento interiore cui essa invita: “Taci, / parla il silenzio / nel buio luminoso della vecchia chiesa”. La chiesa è il luogo proprio del sacerdote, la sua casa, da trattare con venerazione: “In punta di piedi / entrai, / timoroso di rompere il silenzio / e l’incanto del luogo sacro”. Là “Raggi di luce mi stordiscono/ e scruto in me / il Tuo dolce Volto”.

La ricerca di Dio è stata ed è la meta agognata, anche se non si esaurisce mai nella vita. “Inconoscibile e Beatissimo Dio, / sorpresa d’amore e abisso di dolcezza, / a Te appartiene la mia esistenza… / Beato chi contempla la Tua Maestà /e mai la comprende.” Certamente l’uomo non potrà mai averne la conoscenza piena, perché Dio è infinito ed è mistero. Basti pensare alla Santissima Trinità! Però ne può fare esperienza nel suo cuore nell’ incontro con la persona di Gesù. Così infatti prega il nostro poeta: “ Che io Ti conosca, / mio Dio, / e io diventi esperienza di Te”. La Madonna, che è colei che conduce a Gesù, ha un ruolo determinante. E a Maria di Fatima così si rivolge: “Mi perdo nel desiderio / di contemplare il tuo volto, Madre: / il mio cuore si spezza / nel desiderio/ e mi prende un’intima nostalgia / struggente” e aggiunge: “Madre dolcissima, / ogni attimo, ogni lacrima, / momenti eterni / che già appagano / la mia malinconia”. La ricerca di Dio, però, pur sapendo l’uomo che mai si può saziare, nel poeta prorompe in un atto di decisa volontà quando così si esprime rivolgendosi al Signore: “Voglio la tua bellezza tra le mie fragili mani”.

Bellezza di cui Don Alessandro Buccellato ha fatto già esperienza nella contemplazione della natura. “Bellezza naturale che tanto mi attira.” Già da piccolo per lui “Era il miglior divertimento / saltellare sugli scogli… / dominare il mare dall’alto”. E in quel gioco forse c’era già il presagio della sua vocazione: “Gioia profonda / l’incontro con l’ignoto / chiuso / nell’infinito azzurro del mare”. In quel che confida di prediligere della natura sembra esserci già in germe la sua chiamata: suscitare la redenzione: “Cerco l’aria fresca del mattino / la luce fioca del crepuscolo / oltre l’albero di pino, / e il profumo dell’olivo, / nella natura ricca risvegliata”. Don Alessandro Buccellato è ligure, precisamente di Genova: “Nella terra che amo mi sono fermato / per contemplare, / riempire gli occhi di colori”. Ama la sua terra ama il mare ed ama il bosco, la cui predilezione è proprio degli spiriti contemplativi: “Il bosco…/ Prati e foglie / accompagnano i miei dolci silenzi”.

La fede, si sa, è una fede incarnata, e lo è tanto più per un sacerdote. E perciò non può mancare nella sua poesia l’elemento umano, che non è mai elemento a sé, come avulso dal contesto della fede, ma ne è parte integrante. Appunto perché una fede disincarnata non è fede. Il nostro poeta conosce bene il mondo, tanto più come sacerdote, attraverso il sacramento della Confessione. Conosce del mondo la condizione in cui versa oggi e perciò consiglia: “Non provare a contemplare il mondo, / ora che è distrutto e illeggibile. /…/ Ti apparirà capovolto. / sordo e sfigurato. / Non è più il tuo mondo, né il mio”. E “Cuore perduto è quello di chi non vede / perché nuvole oscurano l’anima / quando il mondo interiore / è inzuppato di tenebra oscura”. Però egli ha una risorsa: “Canto una storia al tuo cuore assetato / perché sia pieno di propositi buoni / traboccante di intense luci interiori…/ Ho per te una storia che finisce bene”. Questo forse il Signore ha detto a lui , ma lui lo ripete ad ogni uomo, che è nel dubbio e nell’errore. Il poeta ha un sogno: “Sogno l’uomo buono, pacifico, capace di amare.” E spera che tutti siano come amici tra cui si odano “parole come musica / cuori uniti. / Uniti in Te, / in Te sempre presente, / in Te amore ardente, / in Te con Maria, / dolcissima Madre Mia”.

La ricerca di Dio ha il suo sbocco con la morte; solo allora Lo si potrà vedere in pienezza. “ È il viaggio del cuore che ritrova riposo, / cammino dell’anima che si ristora finalmente / e trova casa”. “Ben fatto e ben compiuto, / ti si dirà, / allora camminerai a testa alta, quando / bagliori ti accompagneranno e la luce ti farà sua”.

Il libro è dedicato alla sorella scomparsa. “A te, sorella, mia, / che vivi nel cuore/ nel mio come in quello di Dio / …A te, che mi hai insegnato a non contare il tempo / a bere il momento / di questo profondo incontro.” E innalza un inno di ringraziamento a Dio per la sorella che gli ha fatto vivere. “Io canto, / con le parole, / un grande inno di lode: / l’esperienza della tua e della mia vita / in Dio infinita!”.

Maria Elena Mignosi Picone

 

 

 

Alessandro Buccellato nasce a Genova il 21 maggio del 1966. Entra nel seminario diocesano, a Genova, nell’ottobre del 1978. Si laurea in Teologia presso la Facoltà Teologica del Seminario di Genova nel 1991. Nel maggio 1992 viene ordinato sacerdote. Consegue la Licenza in Teologia Spirituale presso l’Istituto Teresianium in Roma nel 2000. Attualmente è parroco presso il Santuario della Natività di Maria Santissima a Genova. Ha pubblicato il libro di saggistica religiosa I colori dell’anima (2009) e la silloge poetica Amore e verità (2014).

 

 

Don Alessandro Buccellato, Chiamati a Dio, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2021, pp. 80, isbn 978-88-31497-33-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

NAZARIO A ORAZIO ANTONIO BOLOGNA

 Caro Antonio, 

ho provato a telefonarti ma non mi ha risposto nessuno. Forse eri a spaso da qualche parte. Ho letto attentamente la tua narrazione critica sul libretto mio e di Patrizia, è un vero capolavoro che solo un uomo di Cultura come te poteva partorire: uno zibaldone attraente, coinvolgente, stimolante per cultura, lirismo, citazioni, parti critiche, commenti estemporanei, animo, sentimento, passione, amore; tutto assieme forma un articolo unico e analiticamente contemplato; non ti sei limitato a fare un discorso generale, ma hai toccato i punti focali della plaquette, mettendo in evidenza la loro portata nell'insieme dell'opera. Sono rimasto fortemente emozionato e non stupito sapendo che ho a che fare con uno scrittore di alta levatura critica. Ti ringrazio e sono orgoglioso di esserti amico.

nazario

PATRIZIA A NAZARIO.

 Carissimi Nazario e Orazio, avrei voluto scrivere questo commento nel blog e l'ho anche fatto, credo senza successo. Nazario, forse c'è davvero un problema adesso. Lo farai tu per me quando potrai? Grazie.

Una lettura appassionata, vibrante di citazioni colte come soltanto il prof. Orazio Antonio Bologna può fare. La sua grande cultura, che abbraccia vastamente molti ambiti letterari, gli ha permesso di entrare nei suoni delle

 parole facendoli propri. L'emozione, nel leggerlo, è tanta, almeno quanto la fortuna di averlo quale prezioso amico.

Ma davvero ho scritto un libro con il Poeta Nazario Pardini? Forse ancora non ci credo. Eppure è qui, vicino a me, così come a lui, lo so. Grazie, Nazario, per ogni momento vissuto in poesia e amicizia, e per quelli che vivremo; e grazie, Orazio, ancora grazie, per questo tuo dono immenso che ti ha rubato il tempo, che è prezioso per ognuno, e per avermi arricchita con la tua lettura che si presenta come un'opera critica di alto livello.

Buonanotte a voi, carissimi.

 

Di verticalità e altre cose

(il Mastro e la mezza cucchiara)

I

Dal Mastro mio provavo a rimestare

del più e del meno in una cardarella.

Un filo a piombo stava sempre teso

da sopra un muro verso il nuovo piano

e intanto che il progetto lui creava

io rimestavo con maggiore lena.

Adesso si trattava di un bel vaso

un grande vaso (che non c’era invero).

II

E rimestavo:

– È scritto? tutto è scritto?

da sempre contemplato nelle cose

che nascono già vere nelle idee?

– Dicono. Ma se solo sposti il vaso

l’ombra del piano cambia.

– Se voglio l’ombra proprio lì nel mezzo

lascio che il vaso resti sotto il sole.

– Ma il tempo inganna, vedi?

C’è già una nube che ricopre il prato

e il leccio lì nel fondo

ha perso l’apparenza di misura.

III

Un giovane passante

scrollando la sua testa ridacchiava

vedendolo così, senza l’oggetto

a ragionare con le mani al cielo.

– Per quel che viene al mondo

e che tu senti in alto divenire

lascia i tuoi occhi

ché vedono poco, l’udito chiudi

alle risate sciocche,

richiama a te il tuo fiato

fuggito alla campagna

come un randagio, senza più padrone.

Non so perché girai nel verso opposto

quel più e quel meno mentre il Mastro mio

ancora disegnava curve in aria.

mercoledì 16 novembre 2022

MARIA RIZZI E VITTORIO VERDUCCI: "VOCI DI DONNE DALLA STORIA"

 


Il testo è un viaggio attraverso gli episodi e la vita di alcune fra le donne più importanti della storia. Si tratta di donne che studiano, scrivono, sono mosse dal desiderio di imparare, di ribellarsi alle ingiustizie della società del loro tempo. Molte partecipano ai dibattiti culturali e politici, provano a configurare programmi di riforme per migliorare la condizione delle classi disagiate, per una società in cui tutti abbiano gli stessi diritti. Tra queste “voci” spiccano quella di Cleopatra, che ha come dote la capacità di sedurre non solo con l’erotismo, ma anche con la cultura e l’intelligenza; quella di Ipazia che, libera dai condizionamenti, si dedica al mondo delle scienze, in precedenza appannaggio del mondo maschile. Ogni racconto ci mostra la forza di ogni donna, le sofferenze, i soprusi che spesso sono state costrette a subire, perché considerate inferiori o un mero oggetto. Si sono battute per la libertà, per la loro indipendenza, perché “chi non si muove non può rendersi conto delle proprie catene”.

Scheda Maria Rizzi e Vittorio Verducci

Author: Maria Rizzi e Vittorio Verducci
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